Di Francesco Antonino Cancilla Magistrato Corte dei Conti

 

Sommario: 1.1.- La riforma della Pubblica Amministrazione e le società a partecipazione pubblica – 1.2. La disciplina speciale del decreto legislativo n. 175 del 2016 per le società a partecipazione pubblica: le limitazioni all’autonomia negoziale della Pubblica Amministrazione – 1.3. Le società a controllo pubblico: regime speciale e individuazione – 1.4. Le partecipazioni societarie e i bilanci delle Amministrazioni pubbliche: profili di contabilità pubblica – 1.5. Il divieto di “soccorso finanziario” della Pubblica Amministrazione nei confronti delle società partecipate.

 

 

1.1 La riforma della Pubblica Amministrazione e le società a partecipazione pubblica.

La legge di delega 7 agosto 2015, n. 124, ha avuto lo scopo di risistemare la disciplina sulle partecipazioni societarie delle amministrazioni pubbliche, così da agevolare la razionalizzazione di tali partecipazioni nel quadro della semplificazione normativa, come emerge dall’art. 18 della medesima legge che detta i principi e i criteri della delega, che ha trovato attuazione nel decreto legislativo 19 agosto 2016 n. 175, Testo Unico in materia di società a partecipazione pubblica[1]. La normativa ha quindi cercato un equilibrio tra la tutela della concorrenza e le deroghe alla normativa civilistica, che sono indispensabili per impedire che la creazione e la partecipazione in società siano strumentalizzate per violare o per eludere i vincoli di finanza pubblica e per contravvenire a quei fondamentali principi di buon andamento, imparzialità ed equilibrio finanziario che devono contraddistinguere la Pubblica Amministrazione in virtù degli artt. 81 e 97 della Costituzione[2].

Le deroghe alle norme civilistiche devono essere puntuali e analitiche, allo scopo di non determinare alterazioni nel mercato e nella libera concorrenza[3], che potrebbero scaturire, per esempio, dal continuo rifinanziamento di società a partecipazione pubblica che gestiscono servizi pubblici o dalla previsione di abnormi piani di rientro. E’ chiaro, infatti, che l’utilizzo della forma societaria implica l’osservanza del diritto civile, come peraltro si evince dall’art. 2449 c.c..

Lo stesso decreto legislativo n. 175 del 2016 stabilisce in maniera univoca nell’art. 1 che: “Per tutto quanto non derogato dalle disposizioni del presente decreto, si applicano alle società a partecipazione pubblica le norme sulle società contenute nel codice civile e le norme generali di diritto privato”. Per società a partecipazione pubblica si intendono le società a controllo pubblico, nonché le altre società partecipate direttamente o indirettamente da amministrazioni pubbliche o da società a controllo pubblico.

L’art. 1 del decreto legislativo n. 175 del 2016 risulta coerente con l’art. 1, comma 1 bis, della legge n. 241 del 1990, secondo cui l’Amministrazione, quando adotta atti non autoritativi, agisce secondo le norme di diritto privato, e con l’art. 1, comma 1 ter, della medesima legge n. 241 del 1990 che pone la regola della soggezione dei privati alla normativa sul procedimento amministrativo, allorché sono preposti all’esercizio di attività amministrativa.

Le società a partecipazione pubblica sono dunque soggette al diritto civile, eccetto che per quei profili che sono specificamente regolati dal diritto amministrativo. Lo stretto rapporto con il diritto civile si evince anche dall’art. 2 del decreto legislativo n. 175 del 2016, che si sofferma sulla nozione di società a controllo pubblico. Il comma 1 del citato art. 2, infatti, definisce il controllo come la situazione descritta nell’articolo 2359 del codice civile; il controllo, peraltro, può sussistere anche quando, in applicazione di norme di legge o statutarie o di patti parasociali, per le decisioni finanziarie e gestionali strategiche relative all’attività sociale è richiesto il consenso unanime di tutte le parti che condividono il controllo. E’ diverso il “controllo analogo”, che è la situazione in cui l’amministrazione esercita su una società un controllo similare a quello esercitato sui propri servizi, influendo in modo determinante sia sugli obiettivi strategici che sulle decisioni significative della società controllata. Tale controllo può anche essere esercitato da una persona giuridica diversa, a sua volta controllata allo stesso modo dall’amministrazione partecipante. Il controllo analogo può essere pure congiunto, nel caso in cui l’amministrazione lo eserciti congiuntamente altri enti pubblici, anch’essi soci[4]. Vi è poi il fenomeno della partecipazione indiretta[5], che si verifica allorché la partecipazione in una società è detenuta da un’amministrazione pubblica per il tramite di società o altri organismi soggetti a controllo da parte della medesima amministrazione pubblica. La giurisprudenza della Corte dei Conti ha evidenziato che la presenza di diversi livelli di partecipazione può comportare un’attenuazione dei poteri di controllo dell’Amministrazione pubblica sugli organismi partecipati. Sul punto, infatti, la Sezione di controllo per la Regione Lombardia nella deliberazione n. 1/2012/PRSE del 10 gennaio 2012 ha sottolineato che: “La partecipazione societaria indiretta, di fatto, “allenta” il controllo che l’Ente locale deve esercitare sui propri organismi partecipati poiché, nell’assemblea societaria della partecipata di secondo livello, non interviene il rappresentante dell’amministrazione comunale, bensì il rappresentante della società partecipata di primo livello. Conseguentemente, l’amministrazione comunale deve valutare con particolare ponderazione il ricorso alla partecipazione societaria indiretta, tenendo, altresì, presente il fatto che l’interposizione di un organismo societario di secondo livello può trovare ragione d’essere in presenza di particolari circostanze, quali ad esempio lo svolgimento di una attività che richiede una organizzazione imprenditoriale di una certa complessità”.

 

1.2 La disciplina speciale del decreto legislativo n. 175 del 2016 per le società a partecipazione pubblica: le limitazioni all’autonomia negoziale della Pubblica Amministrazione.

     Il legislatore ha delimitato l’autonomia negoziale delle amministrazioni pubbliche in tema di società partecipate; gli enti pubblici, infatti, non possono, direttamente o indirettamente, costituire società aventi per oggetto attività di produzione di beni e servizi non strettamente necessarie per il perseguimento delle proprie finalità istituzionali, né acquisire o mantenere partecipazioni, anche di minoranza, in tali società[6]. Pertanto, le amministrazioni possono, direttamente o indirettamente, costituire società e acquisire o mantenere partecipazioni in società esclusivamente per lo svolgimento delle seguenti attività: a) produzione di un servizio di interesse generale, ivi inclusa la realizzazione e la gestione delle reti e degli impianti funzionali ai servizi medesimi; b) progettazione e realizzazione di un’opera pubblica sulla base di un accordo di programma fra amministrazioni pubbliche; c) realizzazione e gestione di un’opera pubblica ovvero organizzazione e gestione di un servizio d’interesse generale attraverso un contratto di partenariato; d) autoproduzione di beni o servizi strumentali all’ente o agli enti pubblici partecipanti o allo svolgimento delle loro funzioni; e) servizi di committenza, ivi incluse le attività di committenza ausiliarie.

La deliberazione di partecipazione di un’amministrazione pubblica alla costituzione di una società è adottata con: a) decreto del Presidente del Consiglio dei ministri, su proposta del Ministro dell’economia e delle finanze di concerto con i ministri competenti per materia, previa deliberazione del Consiglio dei ministri, in caso di partecipazioni statali; b) provvedimento del competente organo della regione, in caso di partecipazioni regionali; c) deliberazione del consiglio comunale, in caso di partecipazioni comunali; d) delibera dell’organo amministrativo dell’ente, in tutti gli altri casi di partecipazioni pubbliche. L’atto deliberativo contiene altresì l’indicazione degli elementi essenziali dell’atto costitutivo, come previsti dagli articoli 2328 e 2463 del codice civile, rispettivamente per le società per azioni e per le società a responsabilità limitata. Nel caso in cui una società a partecipazione pubblica sia costituita senza l’atto deliberativo di una o più amministrazioni pubbliche partecipanti o nel caso in cui l’atto deliberativo di partecipazione di una o più amministrazioni sia dichiarato nullo o annullato, le partecipazioni sono liquidate. Se la mancanza o invalidità dell’atto deliberativo riguarda la partecipazione di un’amministrazione che sia essenziale ai fini del conseguimento dell’oggetto sociale, si applicano le disposizioni di cui all’articolo 2332 del codice civile. Un analogo atto deliberativo riguarda: a) le modifiche di clausole dell’oggetto sociale che consentano un cambiamento significativo dell’attività della società; b) la trasformazione della società; c) il trasferimento della sede sociale all’estero; d) la revoca dello stato di liquidazione.

Va sottolineato che l’atto deliberativo di costituzione di una società o di acquisto di partecipazioni deve essere analiticamente motivato con riferimento alla necessità della società per il perseguimento delle finalità istituzionali[7], evidenziando, altresì, le ragioni e gli scopi che giustificano tale scelta anche sul piano della sostenibilità finanziaria e della convenienza economica rispetto alla gestione diretta o quella esternalizzata del servizio affidato. La motivazione deve pure dare conto della compatibilità della scelta con i princìpi di efficienza, di efficacia e di economicità dell’azione amministrativa. L’atto deliberativo, inoltre, deve soffermarsi sulla compatibilità dell’intervento finanziario previsto con le norme dei trattati europei e, in particolare, con la disciplina europea in materia di aiuti di Stato alle imprese[8]. E’ altresì previsto che l’amministrazione invii l’atto deliberativo di costituzione[9] della società o di acquisizione[10] della partecipazione diretta o indiretta alla Corte dei conti, a fini conoscitivi, e all’Autorità garante della concorrenza e del mercato, che può esercitare i poteri di cui all’articolo 21-bis della legge 10 ottobre 1990, n. 287.

Analoghi obblighi formali e contenutistici riguardano anche le deliberazioni dell’Amministrazione pubblica che devono essere adottate per procedere successivamente alle operazioni straordinarie (o di sottoscrizione di un aumento di capitale) che comportano l’acquisto di ulteriori partecipazioni. L’eventuale mancanza o invalidità dell’atto deliberativo avente ad oggetto l’acquisto della partecipazione rende inefficace il contratto[11]. Inoltre, l’alienazione o la costituzione di vincoli sulle partecipazioni devono essere precedute dall’adozione di apposito atto deliberativo da parte della Pubblica Amministrazione.

Occorre aggiungere che l’alienazione delle partecipazioni va effettuata nel rispetto dei princìpi di pubblicità, trasparenza e non discriminazione. In casi eccezionali, a seguito di deliberazione motivata dell’organo competente, che dà analiticamente atto della convenienza economica dell’operazione, con particolare riferimento alla congruità del prezzo di vendita, l’alienazione può essere compiuta mediante negoziazione diretta con un singolo acquirente. E’ fatto salvo il diritto di prelazione dei soci eventualmente previsto dalla legge o dallo statuto. Occorre rilevare che la mancanza o invalidità dell’atto deliberativo avente ad oggetto l’alienazione della partecipazione rende inefficace la cessione.

Una norma speciale è contenuta nell’art. 13 del decreto legislativo n. 175 del 2016, che prevede che nelle società a controllo pubblico, in deroga ai limiti minimi di partecipazione previsti dall’articolo 2409 del codice civile, ciascuna amministrazione pubblica socia, indipendentemente dall’entità della partecipazione di cui è titolare, è legittimata a presentare denunzia di gravi irregolarità al tribunale.

Infine, merita particolare attenzione il cosiddetto divieto di soccorso finanziario. Ai sensi dell’art. 14, comma 5, del decreto legislativo n. 175 del 2016, infatti, le amministrazioni pubbliche non possono, salvo quanto previsto dagli articoli 2447 e 2482-ter del codice civile, sottoscrivere aumenti di capitale, effettuare trasferimenti straordinari, aperture di credito, né rilasciare garanzie a favore delle società partecipate che abbiano registrato, per tre esercizi consecutivi, perdite di esercizio ovvero che abbiano utilizzato riserve disponibili per il ripianamento di perdite anche infrannuali. Sono tuttavia consentiti i trasferimenti straordinari alle società, a fronte di convenzioni, contratti di servizio o di programma relativi allo svolgimento di servizi di pubblico interesse ovvero alla realizzazione di investimenti, purché le misure indicate siano contemplate in un piano di risanamento[12] volto al raggiungimento dell’equilibrio finanziario entro tre anni, approvato dall’Autorità di regolazione di settore ove esistente e comunicato alla Corte dei conti. Al fine di salvaguardare la continuità nella prestazione di servizi di pubblico interesse, a fronte di gravi pericoli per la sicurezza pubblica, l’ordine pubblico e la sanità, su richiesta della amministrazione interessata, con decreto del Presidente del Consiglio dei ministri (adottato su proposta del Ministro dell’economia e delle finanze, di concerto con gli altri Ministri competenti) soggetto a registrazione della Corte dei conti, possono essere autorizzati gli interventi di ricapitalizzazione o di rifinanziamento. Nondimeno, nei cinque anni successivi alla dichiarazione di fallimento di una società a controllo pubblico titolare di affidamenti diretti, le pubbliche amministrazioni controllanti non possono costituire nuove società, né acquisire o mantenere partecipazioni in società, che gestiscano i medesimi servizi di quella dichiarata fallita.

[1] Fimmanò – Catricalà, Introduzione. Profili generali della riforma, in Fimmanò – Catricalà (a cura di), Le società pubbliche, Napoli, 2016, 15; Ibba, Introduzione, in Ibba – Demuro (a cura di), Le società a partecipazione pubblica, Bologna, 2018, 1; Mattarella, Il riordino delle società a partecipazione pubblica, in Garofoli – Zoppini (a cura di), Manuale delle società a partecipazione pubblica, Molfetta, 2018, 3; Morbidelli, Introduzione, in Morbidelli (a cura di), Codice delle società a partecipazione pubblica, Milano, 2018, 4; Piperata, La partecipazione delle Pubbliche Amministrazioni a società di capitali nel nuovo disegno di riforma: modelli, procedure e limiti, in Cerioni (a cura di), Le società pubbliche, Milano, 2017, 1; Grasso, Le società a partecipazione pubblica in Italia, in Cerioni (a cura di), Le società pubbliche, cit., 41; Ranucci, Art. 2. Società, in Morbidelli (a cura di), Codice delle società a partecipazione pubblica, cit., 131.

 

[2] Sui principi costituzionali, si v. Merusi, I principi costituzionali, Morbidelli (a cura di), Codice delle società a partecipazione pubblica, cit., 21.

[3] Con riferimento al diritto europeo, si v. pure Cintioli, L’impresa pubblica nel diritto europeo, in Morbidelli (a cura di), Codice delle società a partecipazione pubblica, cit., 34; Tesauro – Pesce, Liberalizzazione e concorrenza nei servizi di pubblica utilità, in Fimmanò – Catricalà (a cura di), Le società pubbliche, cit., 33. Sui profili dei rapporti tra Testo Unico e Codice degli appalti, si v. Fois – Riccardi, La società mista con contratto di partenariato pubblico – privato nel Testo Unico e nel nuovo Codice degli appalti, in Fimmanò – Catricalà (a cura di), Le società pubbliche, cit., 741.

 

 

[4] Si v. Corte dei Conti, Sez. reg. di controllo per la Liguria, 24 gennaio 2018, n. 3/2018/PAR

[5] Si v. Nicodemo, Art. 2. Partecipazione indiretta, in Morbidelli (a cura di), Codice delle società a partecipazione pubblica, cit., 108

 

[6] Sul tema si veda: Atelli, La “governance” delle società a partecipazione pubblica tra diritto pubblico e diritto privato, in Cerioni (a cura di), Le società pubbliche, Milano, 2017, 111; De Girolamo, Le finalità perseguibili dalle società pubbliche, in Garofoli – Zoppini (a cura di), Manuale delle società a partecipazione pubblica, cit., 63; Grasso, Le società a partecipazione pubblica in Italia, in Cerioni (a cura di), Le società pubbliche, Milano, 2017, 41; Marasà, I limiti all’assunzione e al mantenimento delle partecipazioni sociali. Profili generali, in Ibba – Demuro (a cura di), Le società a partecipazione pubblica, Bologna, 2018, 17; Pecoraro, I limiti all’assunzione e al mantenimento delle partecipazioni sociali: vincoli sostanziali e procedimentali, in Ibba – Demuro (a cura di), Le società a partecipazione pubblica, cit., 35; Pecoraro, La costituzione delle società, in Ibba – Demuro (a cura di), Le società a partecipazione pubblica, cit., 65; Police – Lucattini, Art. 4. Finalità perseguibili mediante l’acquisizione e la gestione di partecipazioni pubbliche, in Morbidelli (a cura di), Codice delle società a partecipazione pubblica, cit., 174; Ranucci, Art. 2. Società a partecipazione pubblica, in Morbidelli (a cura di), Codice delle società a partecipazione pubblica, cit., 139; Sciascia Ma., Ambito della capacità societaria delle Pubbliche Amministrazioni, in Fimmanò – Catricalà (a cura di), Le società pubbliche, cit., 255.

 

[7] De Girolamo, Le finalità perseguibili dalle società pubbliche, in Garofoli – Zoppini (a cura di), Manuale delle società a partecipazione pubblica, cit., 70; Marasà, I limiti all’assunzione e al mantenimento delle partecipazioni sociali. Profili generali, in Ibba – Demuro (a cura di), Le società a partecipazione pubblica, Bologna, 2018, 24; Police – Lucattini, Art. 4. Finalità perseguibili mediante l’acquisizione e la gestione di partecipazioni pubbliche, in Morbidelli (a cura di), Codice delle società a partecipazione pubblica, cit., 176; Sciascia Ma., Limiti telelogici all’intervento pubblico in società di capitali, in Fimmanò – Catricalà (a cura di), Le società pubbliche, cit., 175.

 

 

 

[8] Con riferimento al diritto europeo, si v. pure Cintioli, L’impresa pubblica nel diritto europeo, in Morbidelli (a cura di), Codice delle società a partecipazione pubblica, cit., 34; Tesauro – Pesce, Liberalizzazione e concorrenza nei servizi di pubblica utilità, in Fimmanò – Catricalà (a cura di), Le società pubbliche, cit., 33. Sui profili dei rapporti tra Testo Unico e Codice degli appalti, si v. Fois – Riccardi, La società mista con contratto di partenariato pubblico – privato nel Testo Unico e nel nuovo Codice degli appalti, in Fimmanò – Catricalà (a cura di), Le società pubbliche, cit., 741.

[9] Casavecchia, Le società pubbliche alla luce del T.U. 175/2016: riflessione su costituzione e statuti, in Fimmanò – Catricalà (a cura di), Le società pubbliche, cit., 343; Figliolia, Art. 7. Costituzione di società a partecipazione pubblica, Morbidelli (a cura di), Codice delle società a partecipazione pubblica, cit., 224; Pecoraro, La costituzione delle società, in Ibba – Demuro (a cura di), Le società a partecipazione pubblica, cit., 65; Sanna, La costituzione delle società a partecipazione pubblica e l’acquisto di partecipazioni in società già costituite, in Garofoli – Zoppini (a cura di), Manuale delle società a partecipazione pubblica, cit., 201.

[10] Cimini, Art. 8. Acquisto di partecipazione in società già costituite, in Morbidelli (a cura di), Codice delle società a partecipazione pubblica, Milano, 2018, 236; Pecoraro, I limiti all’assunzione e al mantenimento delle partecipazioni sociali: vincoli sostanziali e procedimentali, in Ibba – Demuro (a cura di), Le società a partecipazione pubblica, cit., 35.

[11] Guarino, La “causa pubblica” alla luce del Testo Unico 175 del 2016, in Fimmanò – Catricalà (a cura di), Le società pubbliche, cit., 281

 

[12] Sul tema del risanamento, si v. Fimmanò, Insolvenza delle società pubbliche, strumenti di allerta e prevenzione, piani di risanamento, in Fimmanò – Catricalà (a cura di), Le società pubbliche, cit., 687.

 

1.3 Le società a controllo pubblico: regime speciale e individuazione.

La giurisprudenza della Corte dei Conti ha fornito utili indicazioni per la corretta individuazione delle società a controllo pubblico, che sono soggette ad un regime specifico sotto diversi profili[1]. Innanzitutto, ai sensi dell’art. 11 del Testo Unico, i componenti degli organi amministrativi[2] e di controllo devono possedere i requisiti di onorabilità, professionalità e autonomia stabiliti con decreto del Presidente del Consiglio dei ministri. L’organo amministrativo delle società a controllo pubblico è costituito, di norma, da un amministratore unico[3]. L’assemblea della società a controllo pubblico, con delibera motivata con riguardo a specifiche ragioni di adeguatezza organizzativa e tenendo conto delle esigenze di contenimento dei costi, può comunque disporre che la società sia amministrata da un consiglio di amministrazione composto da tre o cinque membri; la delibera va trasmessa alla Corte dei Conti.

Quando la società a controllo pubblico sia costituita in forma di società a responsabilità limitata, non è consentito, in deroga all’articolo 2475, terzo comma, del codice civile, prevedere che l’amministrazione sia affidata, disgiuntamente o congiuntamente, a due o più soci. I compensi degli amministratori sono soggetti a limiti fissati per decreto ministeriale. Inoltre, gli amministratori delle società a controllo pubblico non possono essere dipendenti delle amministrazioni pubbliche controllanti o vigilanti; qualora tuttavia siano dipendenti della società controllante, in virtù del principio di onnicomprensività della retribuzione, non hanno diritto ad ulteriore compenso, fatto salvo il diritto alla copertura assicurativa e al rimborso delle spese documentate, e hanno l’obbligo di riversare i relativi compensi alla società di appartenenza.

In merito al personale, l’art. 19 dispone che le società a controllo pubblico stabiliscono, con propri provvedimenti, criteri e modalità per il reclutamento del personale nel rispetto dei princìpi, anche di derivazione europea, di trasparenza, pubblicità e imparzialità; tali provvedimenti sono pubblicati sul sito istituzionale della società. Va sottolineato che, salvo quanto previsto dall’articolo 2126 del codice civile, ai fini retributivi, sono nulli i contratti di lavoro stipulati in assenza dei provvedimenti o delle procedure summenzionate. Le amministrazioni pubbliche devono poi fissare, con propri provvedimenti, obiettivi specifici (annuali e pluriennali) sul complesso delle spese di funzionamento delle società controllate, ivi comprese quelle per il personale; in tal senso va previsto il contenimento degli oneri contrattuali e delle assunzioni di personale.

Occorre aggiungere che, prima di poter effettuare nuove assunzioni, in caso di reinternalizzazione di funzioni o servizi esternalizzati affidati alle società, le pubbliche amministrazioni titolari di partecipazioni di controllo in società procedono al riassorbimento delle unità di personale già dipendenti a tempo indeterminato transitate alle dipendenze della società interessata dal processo di reinternalizzazione; si utilizzano le procedure di mobilità prevista dall’art. 30 del decreto legislativo n. 165 del 2001 e nel rispetto dei vincoli in materia di finanza pubblica e contenimento delle spese di personale. Il riassorbimento può essere disposto solo nei limiti dei posti vacanti nelle dotazioni organiche dell’amministrazione interessata e nell’ambito delle facoltà assunzionali disponibili.

Può accadere che ci siano società partecipate in misura maggioritaria da diverse amministrazioni pubbliche, ciascuna delle quali da sola non è in grado di esercitare il controllo, perché non sussistono i presupposti dell’articolo 2359 del codice civile. Al riguardo, va evidenziato che, ai fini dell’applicazione delle norme del Testo Unico sulle società partecipate, l’art. 2 stabilisce che le “società a controllo pubblico” sono quelle in cui “una o più amministrazioni pubbliche” esercitano poteri di controllo. Il controllo è ricondotto alla situazione descritta nell’art. 2359 del codice civile, che si ha quando: 1) si dispone della maggioranza dei voti esercitabili nell’assemblea ordinaria; 2) si dispone di voti sufficienti per esercitare un’influenza dominante nell’assemblea ordinaria; 3) una società è sotto influenza dominante di un altro soggetto in virtù di particolari vincoli contrattuali. Secondo lo stesso art. 2 del Testo Unico, il controllo può sussistere anche quando, in applicazione di norme di legge o statutarie o di patti parasociali, per le decisioni finanziarie e gestionali strategiche relative all’attività sociale è richiesto il consenso unanime di tutte le parti che condividono il controllo. L’ultima fattispecie finisce per completare quelle elencate in precedenza, per le quali è sufficiente il possesso della maggioranza del capitale sociale da parte di una o più amministrazioni pubbliche, anche se nessuna, autonomamente, è in grado di esercitare poteri di controllo ex art. 2359 cod. civ.

Le norme del Testo Unico, rispetto alla definizione contenuta nell’art. 2359 del codice civile, mettono in risalto una diversa prospettiva; e infatti, l’art. 2359 del codice civile considera “società controllate” quelle in cui un’altra società dispone dei voti o dei poteri, mentre l’art. 2 del Testo Unico -con visuale diversa- qualifica le “società a controllo pubblico” quelle in cui “una o più” amministrazioni dispongono dei voti o dei poteri indicati nel codice civile; in breve, è dirimente è il fatto che il controllo sia in mano pubblica, anche se si tratta di più amministrazioni. Ciò mira ad impedire che le società a capitale pubblico frazionato, che sono frequenti nell’ambito dei servizi pubblici locali, possano sottrarsi all’applicazione delle disposizioni previste in materia di amministratori e dipendenti e agli altri vincoli di finanza pubblica.

 

1.4 Le partecipazioni societarie e i bilanci delle Amministrazioni pubbliche: profili di contabilità pubblica.

Va premesso che il legislatore ha perseguito l’obiettivo di una crescente responsabilizzazione gestionale degli Enti territoriali attraverso un maggiore coordinamento tra le dinamiche economico-finanziarie degli organismi controllati/partecipati e gli strumenti di programmazione finanziaria dei medesimi Enti. Invero, ancor prima dell’adozione del Testo Unico sulle società partecipate, l’esigenza di verificare l’effettivo impatto delle partecipazioni societarie sulle finanze pubbliche[4] ha indotto il legislatore ad occuparsi del bilancio consolidato nel decreto legislativo 23 giugno 2011 n. 118, avente ad oggetto l’armonizzazione dei sistemi contabili e degli schemi di bilancio delle Regioni, delle Province e degli enti locali[5].

L’art. 11 bis del decreto legislativo n. 118 del 2011 prevede che le Regioni, le Province, i Comuni e gli enti del servizio sanitario redigono il bilancio consolidato[6] con i propri enti ed organismi strumentali, aziende, società controllate e partecipate, secondo le modalità ed i criteri individuati nell’allegato n. 4/4; tale bilancio è costituito dal conto economico consolidato, dallo stato patrimoniale consolidato e dai seguenti allegati: a) la relazione sulla gestione consolidata che comprende la nota integrativa; b) la relazione del collegio dei revisori dei conti. Ai fini dell’inclusione nel bilancio consolidato, si considera qualsiasi ente strumentale, azienda, società controllata e partecipata, indipendentemente dalla sua forma giuridica pubblica o privata, anche se le attività che svolge sono dissimili da quelle degli altri componenti del gruppo.

In definitiva, il bilancio consolidato è un documento a carattere consuntivo che rappresenta il risultato economico, patrimoniale e finanziario del “gruppo amministrazione pubblica”, attraverso un’opportuna eliminazione dei rapporti che hanno prodotto effetti soltanto all’interno del gruppo, al fine di rappresentare le transazioni effettuate con soggetti esterni. Tale bilancio è predisposto dall’ente capogruppo, che coordina l’attività degli organismi partecipati, e deve rappresentare in modo veritiero e corretto la situazione finanziaria e patrimoniale oltre che il risultato economico della complessiva attività svolta dall’ente attraverso le proprie articolazioni organizzative, i suoi enti strumentali e le sue società controllate e partecipate.

Il bilancio consolidato di ciascuna Amministrazione, così come illustrato nell’Allegato 4/4 del decreto legislativo n. 118 del 2011, “supera le divisioni rappresentate dalle singole personalità giuridiche di enti, istituzioni, società ecc., che vengono di fatto assimilate a settori operativi del “gruppo amministrazione pubblica” dell’ente locale”; è quindi individuato come “lo strumento informativo primario di dati patrimoniali, economici e finanziari del gruppo inteso come un’unica entità economica distinta dalle singole società e/o enti componenti il gruppo, che assolve a funzioni essenziali di informazione, sia interna che esterna, funzioni che non possono essere assolte dai bilanci separati degli enti e/o società componenti il gruppo né da una loro semplice aggregazione”.

Il legislatore ha conseguentemente valorizzato il bilancio consolidato, perché consente di pervenire a una visione complessiva della situazione finanziaria dell’Amministrazione pubblica, in modo da eliminare le distorsioni derivanti dalle esternalizzazioni.

Le disposizioni nazionali sul bilancio consolidato trovano poi fondamento nella disciplina europea e, specificamente, nella direttiva n. 2011/85/UE, che riguarda i quadri di bilancio degli Stati, recepita in Italia con il decreto legislativo 4 marzo 2014, n. 54. L’art. 3 della direttiva, infatti, prevede che: “Gli Stati membri si dotano di sistemi di contabilità pubblica che coprono in modo completo e uniforme tutti i sottosettori dell’amministrazione pubblica e contengono le informazioni necessarie per generare dati fondati sul principio di competenza”.

L’Unione Europea ha rilevato che in numerosi Paesi membri vi è stato un consistente decentramento in materia di bilancio con la relativa attribuzione di poteri ad amministrazioni subnazionali o ad altri soggetti anche privati. L’incidenza degli enti locali, ai fini del rispetto del Patto di stabilità e crescita, si è quindi accresciuta, sicché occorre garantire che tutti i sottosettori dell’amministrazione pubblica si conformino agli obblighi e alle procedure previste per i bilanci statali. Va dunque prestata attenzione alle operazioni degli organismi, che sono sottoposti all’amministrazione pubblica e che, pur non rientrando nel bilancio ordinario, hanno un impatto immediato o a medio termine sui saldi finanziari degli Stati membri.

Il bilancio consolidato rappresenta così una base conoscitiva omogenea con regole uniformi per tutti quei soggetti che sono inclusi nel “gruppo amministrazione pubblica”. Il decreto legislativo n. 118 del 2011 e i suoi allegati si soffermano sulle modalità di formazione del bilancio consolidato, che va approvato entro il 30 settembre dell’anno successivo a quello di riferimento. I componenti del gruppo “amministrazione pubblica”, indipendentemente dalla loro forma giuridica (enti strumentali, consorzi, associazioni e ovviamente società), devono trasmettere all’ente capogruppo i dati contabili necessari per il consolidamento entro il termine stabilito nel Regolamento di contabilità o, in mancanza, entro il termine del 20 luglio dell’anno successivo a quello di riferimento. Il consolidamento ha un perimetro ampio, poiché include aziende, società controllate e partecipate, enti e organismi strumentali degli Enti territoriali (art. 11-bis, d.lgs. n. 118/2011); pertanto, permette di giungere a un risultato economico unitario del “gruppo Ente locale”, che tenga conto sia del risultato dell’esercizio dell’ente, sia dei profitti e delle perdite degli organismi partecipati. La Sezione di controllo per la Regione siciliana, nella deliberazione n. 60/2014/PAR del 7 maggio 2014, soffermandosi sul problema delle società in liquidazione, ha peraltro sottolineato che nel bilancio consolidato devono essere considerate anche le società affidatarie di servizi pubblici locali ormai poste in liquidazione. In primo luogo, infatti, non è prevista alcuna esclusione o deroga per tali società; in secondo luogo, in ogni caso, non va trascurato che il bilancio consolidato mira a valorizzare ai massimi livelli il principio di veridicità delle risultanze contabili sia dell’ente che degli organismi partecipati.

E’ opportuno rilevare che vi è una notevole differenza tra l’ambito delle società in controllo pubblico, come individuato dall’art. 2 del decreto legislativo n. 175 del 2016 e l’ambito del consolidamento, che comprende tutte le partecipazioni anche non di controllo. Inoltre, ai fini del consolidamento si tiene conto pure del concetto di “controllo contrattuale”, sicché l’area del consolidamento si estende ai casi in cui l’influenza dominante è esercitata in virtù di particolari vincoli contrattuali, anche in assenza di partecipazione. Nel Principio contabile esposto nell’Allegato 4/4 al decreto legislativo n. 118 del 2011, come aggiornato con il Decreto Ministeriale 11 agosto 2017, è infatti precisato che: “L’influenza dominante si manifesta attraverso clausole contrattuali che incidono significativamente sulla gestione dell’altro contraente (ad esempio l’imposizione della tariffa minima, l’obbligo di fruibilità pubblica del servizio, previsione di agevolazioni o esenzioni) che svolge l’attività prevalentemente nei confronti dell’ente controllante. I contratti di servizio pubblico e di concessione stipulati con enti o aziende, che svolgono prevalentemente l’attività oggetto di tali contratti, presuppongono l’esercizio di influenza dominante”.

L’obbligo del consolidamento dal 30 settembre 2017 è obbligatorio per tutti gli enti con popolazione superiore ai 5.000 abitanti, mentre i Comuni al di sotto dei 5.000 potranno avvalersi di un ulteriore rinvio, ma dovranno comunque redigere il bilancio consolidato nel 2018 con riferimento al 2017.

Le prime applicazioni del consolidamento hanno mostrato una certa lacunosità a causa della soglia di rilevanza prevista nel testo originario del Principio contabile applicato (paragrafo 3 dell’allegato n. 4/4 al d.lgs. n. 118/2011), che disponeva in maniera netta l’esonero dall’obbligo di consolidamento, proprio sotto il profilo della rilevanza, qualora il bilancio di ciascun organismo presentasse, con riguardo a ciascuno dei parametri individuati -totale dell’attivo, patrimonio netto e totale dei ricavi caratteristici- un’incidenza inferiore al 10% per gli Enti locali e al 5% per le Regioni e le Province autonome rispetto alla posizione patrimoniale, economica e finanziaria della capogruppo. L’applicazione rigida delle soglie ha tuttavia causato l’effetto distorsivo dell’esclusione dall’area del consolidamento di numerose società, spesso con affidamenti in house[7].

Con il Decreto ministeriale 11 agosto 2017 sono state apportate le necessarie modifiche, tenuto conto dell’esigenza di raggiungere un compromesso fra la fissazione di una soglia più bassa di rilevanza e il principio di significatività nel quadro di una valutazione che resta affidata alla discrezionalità degli enti. Si è quindi previsto che, per garantire la significatività del bilancio consolidato, gli enti possono considerare non irrilevanti i bilanci degli enti e delle società che presentano percentuali inferiori alle nuove soglie.

Il principio contabile, infatti, prevede che: “La valutazione di irrilevanza deve essere formulata sia con riferimento al singolo ente o società, sia all’insieme degli enti e delle società ritenuti scarsamente significativi, in quanto la considerazione di più situazioni modeste potrebbe rilevarsi di interesse ai fini del consolidamento. Si deve evitare che l’esclusione di tante realtà autonomamente insignificanti sottragga al bilancio di gruppo informazioni di rilievo. Si pensi, ad esempio, al caso limite di un gruppo aziendale composto da un considerevole numero di enti e società, tutte di dimensioni esigue tali da consentirne l’esclusione qualora singolarmente considerate. Pertanto, ai fini dell’esclusione per irrilevanza, a decorrere dall’esercizio 2018, la sommatoria delle percentuali dei bilanci singolarmente considerati irrilevanti deve presentare, per ciascuno dei parametri sopra indicati, un’incidenza inferiore al 10 per cento rispetto alla posizione patrimoniale, economica e finanziaria della capogruppo. Se tali sommatorie presentano un valore pari o superiore al 10 per cento, la capogruppo individua i bilanci degli enti singolarmente irrilevanti da inserire nel bilancio consolidato, fino a ricondurre la sommatoria delle percentuali dei bilanci esclusi per irrilevanza ad una incidenza inferiore al 10 per cento”.

Va aggiunto che ora sono considerati rilevanti ai fini del consolidamento gli enti e le società totalmente partecipati dalla capogruppo, le società in house e gli enti partecipati titolari di affidamento diretto da parte dei componenti del gruppo, a prescindere dalla quota di partecipazione[8]. Salva l’ipotesi dell’affidamento diretto, non sono tuttavia oggetto di consolidamento le quote di partecipazione inferiori all’1% del capitale della società partecipata. Occorre, infine, precisare che dall’esercizio 2018 e successivi sono considerati irrilevanti i bilanci delle società e degli organismi che presentano una incidenza inferiore al 3 per cento rispetto alla posizione patrimoniale, economica e finanziaria della capogruppo; la soglia è stata quindi ridotta.

Un ulteriore profilo di notevole importanza -dal punto di vista contabilistico- è rappresentato dal “Fondo perdite società partecipate”[9], regolato in maniera dettagliata dall’art. 21 del decreto legislativo n. 175 del 2016. E’ infatti previsto che, nel caso in cui le società partecipate presentino un risultato di esercizio negativo, le pubbliche amministrazioni socie, che adottano la contabilità finanziaria, accantonano nell’anno successivo in apposito fondo vincolato un importo pari al risultato negativo non immediatamente ripianato, in misura proporzionale alla quota di partecipazione. Limitatamente alle società che svolgono servizi pubblici a rete di rilevanza economica, per risultato si intende la differenza tra il valore e i costi della produzione ai sensi dell’articolo 2425 del codice civile. L’importo accantonato è reso disponibile in misura proporzionale alla quota di partecipazione: a)- nel caso in cui l’ente partecipante ripiani la perdita di esercizio o dismetta la partecipazione o il soggetto partecipato sia posto in liquidazione; b)- analogamente nel caso in cui i soggetti partecipati ripianino in tutto o in parte le perdite conseguite negli esercizi precedenti; l’importo accantonato viene reso disponibile agli enti partecipanti in misura corrispondente e proporzionale alla quota di partecipazione; c)- nel caso di liquidazione delle società. E’ stato adottato poi un regime transitorio per il triennio 2015 – 2017; infatti, l’ente partecipante a società, che hanno registrato nel triennio 2011-2013 un risultato medio negativo, accantona, in proporzione alla quota di partecipazione, una somma pari alla differenza tra il risultato conseguito nell’esercizio precedente e il risultato medio 2011-2013 migliorato, rispettivamente, del 25 per cento per il 2014, del 50 per cento per il 2015 e del 75 per cento per il 2016. L’art. 21, comma 3 bis, dispone che le pubbliche amministrazioni locali partecipanti possono procedere al ripiano delle perdite subite dalla società partecipata con le somme accantonate, nei limiti della loro quota di partecipazione e nel rispetto dei principi e della legislazione dell’Unione europea in tema di aiuti di Stato.

Posto che gli accantonamenti possono essere utilizzati per il ripiano delle perdite subite dalle società ai sensi dell’art. 21 del decreto legislativo n. 175 del 2016, va sottolineato che l’adempimento dell’obbligo di accantonamento è una regola prudenziale di bilancio e non si pone in contrasto con il divieto di ripiano delle perdite, fissato dall’art. 14, comma 5, del decreto legislativo n. 175 del 2016.

Il fondo è stato dapprima introdotto dall’articolo 1, commi 550-552, della legge 27 dicembre 2013, n. 147 (legge di stabilità 2014), le cui previsioni sono state fedelmente riprese dall’articolo 21 del decreto legislativo 19 agosto 2016, n. 175. Tale norma stabiliva che, qualora un organismo partecipato presentasse un risultato di esercizio negativo non immediatamente ripianato, l’ente locale partecipante fosse tenuto a creare un accantonamento vincolato in misura proporzionale alla quota di partecipazione nel bilancio di previsione dell’anno successivo. Tale norma ha quindi creato per la prima volta una relazione diretta tra le perdite registrate dagli organismi partecipati e la consequenziale contrazione degli spazi di spesa per i soci. Ciò ha inteso responsabilizzare gli enti locali nel perseguimento della sana gestione degli organismi partecipati.

In generale, il meccanismo dell’accantonamento risponde all’esigenza di consentire una costante verifica delle possibili ricadute delle gestioni esternalizzate sui bilanci delle pubbliche amministrazioni e si pone quindi nell’ottica della salvaguardia degli equilibri finanziari presenti e futuri degli enti stessi.

La decisione di procedere allo scioglimento di una società determina il venir meno del considerato obbligo di accantonamento nel bilancio dell’Ente socio, ferma restando, comunque, la facoltà per la Pubblica Amministrazione di mantenere tali poste vincolate come scelta prudenziale, soprattutto in previsione dell’eventualità di doverle effettivamente utilizzare al ricorrere di eccezionali situazioni di accollo dei debiti. Va chiarito che l’obbligo dell’accantonamento cessa in conseguenza della sopravvenuta impossibilità del verificarsi dei potenziali eventi che giustificavano il preventivo accantonamento di risorse; in tali fattispecie va ricompresa anche la messa in liquidazione della società, poiché l’assenza di una possibile continuità aziendale e il regime di responsabilità patrimoniale limitata del socio non rendono ipotizzabile una nuova spesa.

Va ribadito che costituisce una novità per il nostro ordinamento il fatto che -mediante la previsione dell’accantonamento obbligatorio- il risultato della partecipata incida sulla contabilità finanziaria dell’ente partecipante e provochi una consequenziale e proporzionale compressione della capacità di spesa dell’Amministrazione pubblica.

In definitiva, l’obbligo di accantonamento di quote di bilancio, in correlazione a risultati gestionali negativi degli organismi partecipati, non comporta ex se l’obbligo -a carico dell’ente pubblico- del ripiano di dette perdite. L’introduzione della disciplina in esame non ha infatti determinato il venir meno del sistema di limiti individuato dalla stessa giurisprudenza contabile con riguardo alla possibilità per gli enti locali di intervenire in ausilio degli organismi partecipati. Invero, pur in presenza di un accantonamento congruo e consistente, la Corte dei conti ha escluso che in via di principio l’Ente possa arbitrariamente svincolare le risorse accantonate nell’apposito fondo, già costituito ai sensi dell’articolo 1, commi 550 e seguenti, della legge 27 dicembre 2013, n. 147, al fine di utilizzarle, in caso di incapienza della massa attiva, per la copertura del piano di liquidazione della società partecipata o anche per accedere alla procedura di concordato preventivo in base all’articolo 14 del decreto legislativo 19 agosto 2016, n. 175. E’ quindi contrastante con la vigente disciplina di contabilità pubblica la tesi del salvataggio obbligatorio degli organismi in condizione di dissesto, che spesso è stata seguita in passato dalle Pubbliche amministrazioni. Le società a partecipazione pubblica, oltretutto, sono soggette alle disposizioni sul fallimento e sul concordato preventivo, nonché, ove ne ricorrano i presupposti, a quelle in materia di amministrazione straordinaria delle grandi imprese in stato di insolvenza.

Va sottolineato che, ai fini della quantificazione del risultato rilevante per la determinazione del fondo, limitatamente alle società che svolgono servizi pubblici a rete di rilevanza economica, per risultato si intende la differenza tra valore e costi della produzione ai sensi dell’articolo 2425 del codice civile. Tale speciale disposizione ha suscitato perplessità, poiché la stessa ratio della norma appare poco chiara. Si osserva, infatti, che, per una valutazione completa sulla perdita e sulla consequenziale ricapitalizzazione, deve tenersi conto del risultato complessivo della società e, quindi, non solo di quello operativo. Forse la disposizione intendeva creare un regime di favore per le società summenzionate sul presupposto che il risultato operativo sia sempre migliore di quello netto; si tratta, però, di un presupposto privo di fondamento e, anzi, la presenza di risultati di segno opposto potrebbe avere effetti distorsivi nella stessa quantificazione dell’accantonamento.

Sul piano sanzionatorio, infine, va segnalato che l’art. 21 del medesimo decreto legislativo n. 175 del 2016 prevede che: “Le società a partecipazione di maggioranza, diretta e indiretta, delle pubbliche amministrazioni locali titolari di affidamento diretto da parte di soggetti pubblici per una quota superiore all’80 per cento del valore della produzione, che nei tre esercizi precedenti abbiano conseguito un risultato economico negativo, procedono alla riduzione del 30 per cento del compenso dei componenti degli organi di amministrazione. Il conseguimento di un risultato economico negativo per due anni consecutivi rappresenta giusta causa ai fini della revoca degli amministratori”. Tale norma non si applica ai soggetti il cui risultato economico, benché negativo, sia coerente con un piano di risanamento preventivamente approvato dall’ente controllante.

E’ pertanto evidente che riveste particolare importanza la verifica della corrispondenza dei rapporti credito-debito tra Enti e organismi partecipati, essendo ciò necessario sia per una corretta contabilizzazione delle reciproche posizioni di credito e di debito, sia per una puntuale redazione del bilancio consolidato, sia -infine- per un’esatta quantificazione dell’accantonamento per le perdite. L’obbligo di dare dimostrazione della conciliazione dei rapporti di debito e credito è stato introdotto dapprima soltanto per Comuni e Province dall’art. 6, comma 4, del decreto legge 6 luglio 2012, n. 95, convertito dalla legge 7 agosto 2012, n. 135. Tale obbligo è stato generalizzato dall’art. 11, comma 6, del decreto legislativo n. 118 del 2011, che prevede che: “La relazione sulla gestione allegata al rendiconto è un documento illustrativo della gestione dell’ente, nonché dei fatti di rilievo verificatisi dopo la chiusura dell’esercizio e di ogni eventuale informazione utile ad una migliore comprensione dei dati contabili. In particolare, la relazione illustra: gli esiti della verifica dei crediti e debiti reciproci con i propri enti strumentali e le società controllate e partecipate. La predetta informativa, asseverata dai rispettivi organi di revisione, evidenzia analiticamente eventuali discordanze e ne fornisce la motivazione; in tal caso l’ente assume senza indugio, e comunque non oltre il termine dell’esercizio finanziario in corso, i provvedimenti necessari ai fini della riconciliazione delle partite debitorie e creditorie”.

L’obbligo in questione è chiaramente finalizzato ad una corretta rappresentazione della situazione economico-finanziaria sia dell’Amministrazione socia sia della società partecipata; l’organo esecutivo dell’Ente territoriale deve quindi illustrare annualmente gli esiti della verifica dei debiti e crediti reciproci con i propri Enti strumentali e con le società controllate o partecipate. In presenza di discordanze, motivate nella nota informativa, il medesimo organo esecutivo dell’Amministrazione pubblica deve assumere tempestivamente, e comunque non oltre il termine dell’esercizio finanziario in corso, i provvedimenti occorrenti per la riconciliazione delle partite debitorie e creditorie, nell’ambito dei poteri di indirizzo e di controllo.

La Sezione delle Autonomie con la deliberazione n. 2/2016/QMIG del 20 gennaio 2016 è intervenuta sul problema dell’individuazione dell’organo preposto all’asseverazione dei dati della società. La Corte ha chiarito che l’obbligo di asseverazione è a carico degli organi di revisione sia degli enti territoriali sia degli organismi controllati/partecipati. L’asseverazione da parte dell’organo di revisione delle società partecipate è sempre necessaria, sicché è irrilevante il fatto che dal bilancio societario sia possibile individuare in modo analitico i singoli rapporti debitori e creditori esistenti nei confronti dell’ente socio. L’asseverazione ha un suo essenziale valore giuridico, perché permette di evitare eventuali incongruenze e garantisce una piena attendibilità dei rapporti debitori e creditori.

Ad avviso della Sezione delle Autonomie, nelle società per azioni e in accomandita per azioni controllate/partecipate da enti territoriali, è tenuto alla prescritta asseverazione il soggetto cui è attribuita la revisione legale dei conti, ai sensi dell’art. 2409-bis c.c.. Nelle società a responsabilità limitata controllate o partecipate da enti territoriali, ove non sia obbligatoria la nomina del revisore legale dei conti, ai sensi dell’art. 2477, co. 2, c.c., è rimessa all’autonomia statutaria la facoltà di designare un organo di controllo. In caso di mancata individuazione di un organo di controllo nello statuto della società a responsabilità limitata o del consorzio, spetta all’ente territoriale socio individuare, all’interno dell’organismo partecipato, il soggetto chiamato ad asseverare la nota informativa attestante i reciproci rapporti debitori e creditori, senza previsione di compensi aggiuntivi.

Infine, nell’ipotesi di inerzia da parte degli organi di revisione delle società controllate e partecipate, il soggetto incaricato della revisione dell’ente territoriale segnala tale inadempimento all’organo esecutivo della P.A. che deve adottare provvedimenti necessari ai fini della riconciliazione delle partite debitorie e creditorie.

[1] Si v. Ranucci, Art. 2. Società a controllo pubblico, in Morbidelli (a cura di), Codice delle società a partecipazione pubblica, cit., 135; Blandini, Sui diritti speciali societari dello Stato e dell’ente pubblico, in Garofoli – Zoppini (a cura di), Manuale delle società a partecipazione pubblica, Molfetta, 2018, 283; Campofiloni, Interesse pubblico e causa societaria: la difficile riconciliazione tra finalità lucrative e provenienza pubblica delle risorse, in Fimmanò – Catricalà (a cura di), Le società pubbliche, cit., 373; Cuccu – Felsani, Art. 2. La nozione di controllo, in Morbidelli (a cura di), Codice delle società a partecipazione pubblica, cit., 72; Guarino, La “causa pubblica” alla luce del Testo Unico 175 del 2016, in Fimmanò – Catricalà (a cura di), Le società pubbliche, cit., 281; Guzzo, I meccanismi di affidamento ed i sistemi di controllo delle società partecipate nel d.lgs. 175/2016, in Fimmanò – Catricalà (a cura di), Le società pubbliche, cit., 775; Lucarelli – Longhi, Il governo e la gestione dei servizi pubblici locali nella giurisprudenza costituzionale, in Fimmanò – Catricalà (a cura di), Le società pubbliche, cit., 97; Lucarelli, Il nuovo governo delle società pubbliche e dei servizi di interesse economico generale: profili giuspubblicistici, in Fimmanò – Catricalà (a cura di), Le società pubbliche, cit., 149; Napolitano, Il governo delle società a partecipazione pubblica: regole o istituzioni?, in Garofoli – Zoppini (a cura di), Manuale delle società a partecipazione pubblica, cit., 15.

[2] Sugli amministratori delle società, si v. Ranucci, Gli amministratori delle società a partecipazione pubblica, in Fimmanò – Catricalà (a cura di), Le società pubbliche, cit., 443; Torino, Art. 11. Organi amministrativi e di controllo delle società a controllo pubblico, in Morbidelli (a cura di), Codice delle società a partecipazione pubblica, cit., 300.

[3] Occorsio, Gli adempimenti societari necessari per l’adeguamento alla disciplina delle società pubbliche contenuta nel d.lgs. 175/2016, in Fimmanò – Catricalà (a cura di), Le società pubbliche, cit., 315.

 

[4] Per un’analisi economica, si v. Capalbo, Le società a partecipazione pubblica in Italia e all’estero: numeri e incidenza sull’economia, in Fimmanò – Catricalà (a cura di), Le società pubbliche, cit., 117.

[5] Sull’armonizzazione contabile, si v. Anzalone – Siragusa, Principali innovazioni nella contabilità delle PA: il processo di armonizzazione, in Anzalone – Macrì – Siragusa, La nuova contabilità delle amministrazioni pubbliche, Milano, 2015, 55; Bilardo, Perché una riforma della contabilità delle Regioni e degli Enti locali, in Bilardo – Anzalone (a cura di), Manuale di contabilità delle Regioni e degli enti locali, Molfetta, 2017, 22

[6] Di Russo, Il bilancio consolidato, in Bilardo – Anzalone (a cura di), Manuale di contabilità delle Regioni e degli enti locali, Molfetta, 2017, 569

 

[7] Bove, La disciplina delle società in house tra le norme del Testo Unico e quelle del Codice dei Contratti pubblici, in Fimmanò – Catricalà (a cura di), Le società pubbliche, Napoli, 2016, 213.

 

[8] Su affidamenti diretti e in house, si v. Centrone, Presupposti e requisiti per l’affidamento diretto di appalti e concessioni. Le innovazioni normative nel t.u. e nel nuovo codice dei contratti pubblici, in Rivista web della Corte dei Conti, n. 17 – giugno 2017, www.rivistacorteconti.it; Imparato, Il modello della società in house: art. 16 del Testo Unico e altre disposizioni dell’ordinamento, in Fimmanò – Catricalà (a cura di), Le società pubbliche, cit., 235; Stanizzi, Le società in house, in Garofoli – Zoppini (a cura di), Manuale delle società a partecipazione pubblica, cit., 80.

[9] Barbagallo, Perdite di gestione e riflessi sul socio pubblico. Gli obblighi di trasparenza, in Ibba – Demuro (a cura di), Le società a partecipazione pubblica, Bologna, 2018, 361; Carosi – Capalbo – Sorrentino, Le norme finanziarie sulle società partecipate dalle amministrazioni locali, in Fimmanò – Catricalà (a cura di), Le società pubbliche, cit., 807; Mariani, Il fondo crediti di dubbia esigibilità e il risultato di amministrazione, in Bilardo – Anzalone (a cura di), Manuale di contabilità delle Regioni e degli enti locali, cit., 315; Petretto, Art. 21. Norme finanziarie sulle società partecipate dalle amministrazioni locali, in Morbidelli (a cura di), Codice delle società a partecipazione pubblica, cit., 448;