Di Alessandro Amaolo

E’ proprio con l’articolo 1326 del codice civile che vengono dettate le principali regole relative all’istituto giuridico della conclusione del contratto. Tuttora, a distanza di oltre settanta anni dall’entrata in vigore dell’art. 1326 c.c., lo stesso costituisce il baricentro di azione relativo alla norma che disciplina le modalità di conclusione dei contratti in linea generale. Infatti, ancora oggi il predetto articolo costituisce il fulcro attorno al quale viene regolato il perfezionamento dei negozi giuridici.
Testualmente, l’articolo 1326, 1° comma, codice civile stabilisce che “il contratto è concluso nel momento in cui chi ha fatto la proposta ha conoscenza dell’accettazione dell’altra parte”. La proposta e l’accettazione sono dichiarazioni recettizie, le quali assumono rilevanza giuridica in quanto siano conosciute, o, quanto meno, giungano all’indirizzo del destinatario.
Il nostro codice civile del 1942 ha optato per la teoria del principio della cognizione in tema di conclusione del contratto; ciò significa che l’accordo si perfeziona con l’effettiva presa di conoscenza, da parte del proponente, dell’avvenuta accettazione dell’oblato.
In particolare, la proposta è la dichiarazione ( o la diversa manifestazione di volontà ) con cui la parte che assume l’iniziativa offre all’altra la conclusione del contratto. Brevemente, una dichiarazione si può qualificare come proposta contrattuale solo quando sia suscettibile di accettazione pura e semplice, già contenendo tutte le condizioni del contratto, mentre non spetta tale qualificazione ove la volontà non è univoca, ma perplessa e non manifesta una decisione ma una disponibilità ed un auspicio. La proposta, tout court, è un atto preparatorio unilaterale recettizio che, in quanto preordinato alla conclusione di un dato contratto deve essere completo in tutti i suoi elementi.
Invece, l’accettazione è la dichiarazione ( o la diversa manifestazione di volontà ) con cui la parte che riceve la proposta ( detta sinteticamente “ oblato “ ), dà il suo consenso al contratto così come risulta dall’offerta. In breve, l’accettazione deve corrispondere esattamente e nella sostanza alla proposta; tuttavia, se è anche in parte diversa, non vale come accettazione, ma come una nuova proposta. Pertanto, in quest’ultimo caso si scambiano i ruoli ed il contratto non è concluso finché la parte, che per prima aveva assunto l’iniziativa, non ha accettato la controproposta.
L’articolo de quo impone, inoltre, che l’accettazione resa dall’altro o dagli altri contraenti sia pienamente conforme alla proposta, viceversa vale come una nuova proposta (art. 1326, comma 5°, codice civile). Da ciò consegue che l’accettazione del contratto non può essere parziale, a termine o condizionata. L’accettazione e la proposta sono entrambe delle dichiarazioni recettizie, che spiegano efficacia soltanto se e quando vengano portate a conoscenza della persona cui sono destinate. In particolare, il principio normativamente sancito (art. 1326, quinto comma , codice civile) , secondo cui un’accettazione non conforme alla proposta equivale a nuova proposta, comporta l’ovvia conseguenza che solo con l’accettazione di quest’ultima si verifica la conclusione del contratto, e alle diverse condizioni della controproposta, se l’altra parte esegue il contratto senza alcuna obiezione.
L’accettazione, che è la dichiarazione mediante la quale la parte (oblato) cui è diretta la proposta contrattuale manifesta l’intenzione di accoglierla in tutti i suoi elementi, può essere espressa o tacita. Inoltre, l’accettazione può manifestarsi in qualsiasi forma, salvo che si tratti di contratti per i quali è imposto ad substantiam un particolare onere formale. Peraltro, in alcune situazioni, l’accettazione deve essere tempestiva ossia deve pervenire al proponente entro un termine di efficacia, altrimenti l’accettazione non ha effetti giuridici.
L’accettazione della proposta che contenga anche solo specificazioni marginali e clausole aggiuntive rispetto alla proposta stessa, vale come nuova proposta, per cui, in mancanza di nuova accettazione della controparte, il contratto non può ritenersi concluso.
Infatti, sul punto così si è espressa la Suprema Corte: “Ai sensi e per gli effetti dell’art. 1326 comma ultimo codice civile una accettazione non conforme alla proposta equivale a nuova proposta. È pertanto necessario l’incontro e la fusione di una proposta e di una accettazione perfettamente coincidenti sia per le clausole principali che per quelle accessorie. Di conseguenza il “ forum contractus ”si radica nel luogo in cui giunge l’accettazione senza ulteriori modifiche, all’ultima controproposta”. (Cassazione civile, sezione II, sentenza 18 marzo 1999, n. 2472)
Deve essere, inoltre, ricordato che in tema di conclusione del contratto, la norma di cui al quarto comma dell’art. 1326 codice civile secondo cui, quando il proponente richiede una forma determinata per l’accettazione, questa non ha effetto se prestata in forma diversa non attiene all’ipotesi della forma convenzionale vincolata prevista dall’art. 1352 codice civile, essendo quest’ultima posta nell’esclusivo interesse dello stesso proponente, il quale può pertanto rinunciare al rispetto di detta forma ritenendo sufficiente un’adesione manifestata in modo diverso; pertanto, il difetto di forma non può essere invocato dalla controparte per contestare il perfezionamento del contratto ( Cassazione civile, sezione II, sentenza 22 giugno 2007, n. 14657 ) .
È importante affermare, per una corretta ricostruzione dell’istituto giuridico della conclusione del contratto, che la dichiarazione può essere qualificata come proposta contrattuale allorquando sia suscettibile di accettazione pura e semplice. In sintesi, la dichiarazione deve contenere tutte le condizioni del contratto, mentre non spetta tale qualificazione ove la volontà non è univoca ma perplessa e non manifesta una decisione ma solo una disponibilità ed un auspicio. Più in dettaglio, la proposta contrattuale, in alcune fattispecie, ha un preciso termine di efficacia, altrimenti non è più idonea a produrre degli effetti giuridici. Peraltro, la proposta, costituendo un atto giuridico di natura negoziale diretto a provocarne l’accettazione da parte del destinatario, presuppone la volontà del proponente di impegnarsi contrattualmente. Quindi, alla luce delle sopraccitate considerazioni, per l’efficace conclusione di un contratto è necessario che l’oblato sia posto nella condizione di poter ricevere una dichiarazione contenente una proposta contrattuale completa e ben delineata in tutti i suoi elementi. Viceversa, a mio modesto avviso, non si potrebbe concludere validamente un contratto.
Inoltre, dall’articolo 1326 codice civile si desume che la valutazione dell’interesse a determinare il momento in cui uscire dall’incertezza circa la conclusione del contratto spetta, in primo luogo, allo stesso proponente, al quale è attribuito il potere di fissare il termine, alla cui scadenza egli non ha più interesse alla conclusione del contratto.
Il silenzio, in sé e per sé, non costituisce mai manifestazione negoziale, potendo acquistare tale significato soltanto in relazione alle circostanze in cui viene osservato o che lo accompagnano.
In particolare, il silenzio, inteso come accettazione tacita, può valere quale manifestazione tacita della volontà di accettare e concludere un contratto, ma occorre che il comune modo di agire o la buona fede, nei rapporti instauratasi tra le parti, impongano di ritenere che il tacere di una parte possa intendersi come adesione alla volontà dell’altra. In tema di consenso per la conclusione di un contratto si deve affermare che la sua formazione può essere istantanea o progressiva in base al fatto che, prima di raggiungere l’accordo, una oppure entrambe le parti si impegnino in via preliminare. Nella vita quotidiana i casi di formazione del consenso e conclusione del negozio giuridico in maniera istantanea sono rappresentati anche dai contratti per adesione o di massa (si pensi, solo per fare un esempio, al contratto di pedaggio stipulato trala Società Autostrade S.P.A. e gli utenti). In tale fattispecie contrattuale non c’è una trattativa pre-negoziale e, quindi, il contratto si forma e si conclude quasi in modo istantaneo.
In altre ipotesi, peraltro, il contratto può anche concludersi in maniera simultanea ovvero attraverso una scambio contestuale di proposta ed accettazione. In sintesi, l’accordo viene raggiunto con due dichiarazioni unilaterali recettizie.
Nei contratti reali la conclusione del contratto si presenta diversa, proprio in deroga al principio consensualistico. Infatti, in tale tipologia di contratti oltre al consenso si richiede anche la consegna della res (in latino, la cd. traditio brevi manu).
Nei contratti conclusi per telefono luogo della conclusione è quello in cui l’accettazione giunge a conoscenza del proponente ed in cui questi, attraverso il filo telefonico, ha immediata e diretta conoscenza dell’accettazione.
Il luogo di conclusione del contratto è quello in cui l’accettazione raggiunge il destinatario.
L’istituto giuridico della conclusione del contratto ha innumerevoli applicazioni pratiche anche rispetto alla donazione. Infatti, con riguardo a donazione in favore di un Comune, la notificazione al donante della delibera di accettazione, ai sensi ed agli effetti dell’art. 782 codice civile, non può trovare equipollente nell’affisione dell’atto nell’albo pretorio, trattandosi di forma di pubblicità indirizzata alla generalità dei cittadini ed inidonea ad integrare specifica comunicazione nei confronti di detto donante (Cassazione Civile, Sezioni Unite, sentenza 29 novembre 1988, n. 6481).
Resta anche da analizzare, nell’alveo di questo contesto, la problematica relativa al momento consumativo, perfezionativo nei cd. contratti a formazione progressiva. Per questi negozi giuridici la Cassazione civile, sezione II, sentenza 7 gennaio 1993, n. 77 ha affermato quanto segue: “ Nei contratti a formazione progressiva, nei quali l’accordo delle parti su tutte le clausole si raggiunge gradatamente, il momento perfezionativo del negozio è, di regola, quello dell’accordo finale su tutti gli elementi, principali e accessori, salvo che le parti abbiano inteso vincolarsi negli accordi raggiunti sui singoli punti riservando la disciplina degli elementi secondari. Pertanto, l’impegno assunto in sede di trattativa negoziale di mantenere fermo per un certo periodo di tempo il prezzo offerto, non postula necessariamente l’intento di considerare tale impegno, anche se relativo ad un punto essenziale, quale proposta irrevocabile, ben potendo esso costituire soltanto un momento del processo formativo del contratto senza efficacia vincolante, ove l’accordo delle parti non sia stato raggiunto sulla totalità degli elementi costitutivi “ .
Un altro profilo da analizzare, sempre su questo tema in commento, riguarda i contratti stipulati dalle amministrazioni pubbliche. Su quest’ultimo argomento, peraltro, si inserisce la sentenza della Cassazione civile, sezione III, 8 gennaio 2005, n. 258 che ha stabilito il seguente principio di diritto: “ Per il perfezionamento dei contratti stipulati dalle amministrazioni pubbliche è necessaria una manifestazione documentale della volontà negoziale da parte dell’organo rappresentativo abilitato a concludere, in nome e per conto dell’ente pubblico, negozi giuridici, mentre devono ritenersi, all’uopo, inidonee le deliberazioni adottate da organi collegiali deliberativi, attesane la caratteristica di atti interni, di natura meramente preparatoria della successiva manifestazione esterna della volontà negoziale, di talché un contratto non potrà dirsi legittimamente perfezionato ove la volontà di addivenire alla sua stipula non sia, nei confronti della controparte, esternata, in nome e per conto dell’ente pubblico, da quell’unico organo autorizzato a rappresentarlo. Ne consegue che la normativa speciale dettata in tema di contratti della P.A. prevale sulla diversa disciplina dei rapporti tra privati, quale, ad esempio, quella dettata in tema di conferimento di incarichi professionali, in tema di stipula di locazioni e contratti agrari ultranovennali, in tema di rinnovo tacito del contratto di locazione “ (inconfigurabile, se il locatore sia un ente pubblico, nonostante il comportamento asseritamente concludente si sia, come nella specie, protratto per anni).
Sulla base di tutte le sopraccitate premesse, si deve affermare che ai fini della configurabilità di un definitivo vincolo contrattuale (cd. conclusione del contratto), è necessario che tra le parti sia stata raggiunta l’intesa su tutti gli elementi dell’accordo, non potendosene ravvisare, quindi, la sussistenza là dove, raggiunta l’intesa solamente su quelli essenziali ed ancorché riportati in apposito documento, risulti rimessa ad un tempo successivo la determinazione degli elementi accessori. Tuttavia, i contratti fra più parti possono realizzarsi e perfezionarsi attraverso l’adesione, anche in momenti diversi, delle singole parti, sicché il contratto si perfeziona e diviene efficace con il consenso di tutti i contraenti.
In ultima analisi, è bene sottolineare che lo schema proposta – accettazione non sempre è sufficiente per la conclusione del contratto, giacché esso vale soltanto per i contratti consensuali. Invece, i contratti reali, accanto allo scambio dei consensi, hanno bisogno della consegna della cosa ( es. mutuo, comodato ) . Proprio su questa ultima considerazione, deve ritenersi lecita, in base al principio dell’autonomia privata, la clausola negoziale contenuta nelle condizioni generali di una polizza assicurativa che regoli il momento conclusivo del contratto diversamente dai criteri generali di cui agli artt. 1326 e 1335 c.c., prevedendo che il contratto assicurativo necessiti del pagamento del premio ( o della prima rata del premio ) ed assumendo tale pagamento non già come semplice condizione di efficacia di un contratto già concluso e obbligatorio fra le parti ma altresì come requisito essenziale per il perfezionamento del vinculum juris fra le stesse parti ( in tal senso Cassazione civile, sezione III, sentenza 4 febbraio 2000, n. 1239 ) .