La valutazione di congruità di cui all’art. 130 c.g.c. deve essere compiuta in concreto, alla luce di tutte le circostanze fattuali rilevanti, del contegno complessivamente tenuto dalla parte e dell’eventuale impossibilità di quest’ultima di procedere al recupero di somme che non sarebbe stato consentito riscuotere in difetto di un previo mandato della competente Giunta.




L’inciso per cui “Il Collegio definisce il giudizio con sentenza provvedendo sulle spese” impone che alla generale disciplina delle spese, di cui all’art. 31 c.g.c., si faccia riferimento; disciplina che non consente la compensazione, se non nei circoscritti casi di assoluta novità della questione trattata, di mutamento della giurisprudenza rispetto alle questioni dirimenti o di definizione del giudizio in relazione a questioni pregiudiziali o preliminari (art. 31, c. 3, c.g.c.).
Neppure ricorrono quelle peculiari ipotesi in cui lo stesso d.lgs. n. 174/2016 autorizza l’esercizio del potere di compensazione; ipotesi che, come quelle ex artt. 110 e 111 c.g.c., devono leggersi secondo un principio di stretta tassatività, in sintonia con l’art. 14 Preleggi.
L’art. 110 disciplina, infatti, l’estinzione per rinunzia agli atti del processo, prevedendo che (diversamente dall’art. 306, u.c., c.p.c.) tale fattispecie estintiva “non dà luogo a pronuncia sulle spese” e il successivo art. 111 contempla l’altrettanto peculiare ipotesi di estinzione per c.d. inattività della parte, che comporta, quale positivo corollario, che “Le spese del giudizio estinto restano a carico delle parti che le hanno sostenute” (art. 111, c. 8, c.g.c.).
Né una rinunzia agli atti, nei termini di cui all’art. 110, né un’ipotesi di inattività della c.d. parte diligente ricorrono nel caso di specie, non potendosi sussumere l’esito lato sensu estintivo, con cui pur culmina il rito alternativo ex art. 130 c.g.c., né nell’alveo dell’art. 110 né in quello dell’art. 111.
L’insussistenza dei presupposti della compensazione delle spese, per come delineati dal detto art. 31, c. 3, c.g.c., né, comunque, di quelle analoghe gravi ed eccezionali ragioni richiamate dalla recente giurisprudenza costituzionale (C. cost., 19 aprile 2018, n. 77, emessa in relazione all’art. 92, c. 2, c.p.c.), impone, dunque, l’applicazione del principio di cui agli artt. 31, c. 1, c.g.c. e 91 c.p.c., in consonanza con l’ormai consolidato orientamento della giurisprudenza contabile in materia.





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