di Giovanni Zaccaria[*]

Sommario: 1. Premessa storico – legislativa e indicazioni sulla metodologia di analisi. 2. Il rapporto tra la condotta di costrizione e la condotta di induzione ante legem 6 novembre 2012, n. 190. 2.1. (segue) … post legem: il rapporto tra il reato di concussione e il delitto di induzione indebita a dare o promettere utilità. 2.1.1. (segue) … l’approdo ermeneutico della Corte di cassazione riunita a Sezioni Unite. 2.1.2. Successione di leggi penali nel tempo. 3. Il rapporto tra il delitto di corruzione e il delitto di induzione indebita. 3.1. (segue) … tentativo di induzione e istigazione alla corruzione. 4. Il rapporto tra il delitto di concussione e la fattispecie corruttiva. 5. I casi problematici di “concussione ambientale” e di prospettazione di eseguire un’attività lecita. 6. Brevi riflessioni e considerazioni a margine.

  1. Premessa storico – legislativa e indicazioni sulla metodologia di analisi.

L’esigenza di analizzare i rapporti intercorrenti tra i delitti di corruzione, concussione e induzione indebita a dare o promettere utilità, emerge dalla constatazione della presenza di diversi interventi normativi con i quali il legislatore è intervenuto in riferimento alla struttura dei delitti contro la P.A. In tal senso si è proceduto progressivamente alla modifica di fattispecie contigue, repressive di ipotesi di reato sensu latu corruttive[2]. Tali interventi si sono resi necessari per la ritenuta inidoneità, da parte del legislatore nazionale e delle istituzioni sovranazionali[3], della disciplina penale interna a tutelare la Pubblica Amministrazione e il corretto svolgimento della funzione a essa attribuita dall’ordinamento[4],

Le disposizioni in esame, in particolare, furono modificate, rispetto all’originaria implementazione del c.d. codice Rocco del 1930[5], con l’emanazione della l. 26 aprile 1990, n. 86[6], recante «Modifiche in tema di delitti dei pubblici ufficiali contro la pubblica amministrazione», all’epoca considerata la riforma più significativa della parte speciale del codice penale[7]. In tale contesto riformatore il delitto di concussione, il quale già aveva subito una modifica nel passaggio dal codice Zanardelli al codice Rocco[8], vide ampliarsi il proprio ambito applicativo, in forza dell’inclusione della figura dell’incaricato di pubblico servizio tra i soggetti attivi del reato, e della consequenziale[9] sostituzione della modalità della condotta tipica di “abuso delle funzioni” in quella di “abuso dei poteri”. La disciplina inerente ai delitti di corruzione fu, invece, solo marginalmente modificata dalla l. n. 86/1990, la quale apportò cambiamenti al regime della pena e inserì nel relativo contesto normativo gli artt. 319 – bis, 319 – ter e 322, comma III – IV, c.p.[10].

Nonostante la riforma legislativa operata con la l. n. 86/1990, negli anni successivi alla stessa, in Italia, si registrava un elevato volume di corruzione all’interno delle maglie della P.A. Ciò risultava dalle analisi di Trasparency International e dall’ingente numero di processi penali volti all’accertamento di reati di concussione e corruzione[11], il che spinse le istituzioni sovranazionali a sollecitare il legislatore interno a intervenire efficacemente contro il fenomeno della corruzione in Italia[12]. In considerazione di tali elementi il Parlamento, intervenendo nuovamente nella materia de qua, emanò la l. 6 novembre 2012, n. 190, recante «Disposizioni per la prevenzione e la repressione della corruzione e dell’illegalità nella pubblica amministrazione».

In generale tale riforma fu il risultato di un compromesso tra posizioni divergenti, intervenendo in materia di anticorruzione con la previsione di una disciplina repressiva, affiancata da un’ingente normativa di prevenzione amministrativa. In riferimento a ciò è emersa « [… ] una idea di democrazia più matura nella quale il privato non deve pagare per ottenere gli atti della P.A. e che, al di fuori dei casi nei quali è vittima di una costrizione, non deve cedere alle richieste induttive dei pubblici agenti [ … ] [ designando ] ai consociati un ruolo attivo nella tutela dei beni: un chiaro potenziamento della funzione propulsiva del diritto penale che qui trova la sua legittimazione in ragione dell’importanza degli interessi in gioco che appartengono a tutta la collettività»[13]. Con esclusivo e specifico riguardo all’oggetto della presente disamina, la riforma operata con l. n. 190/2012 è intervenuta sia sulla fattispecie del reato di concussione che su quella del delitto di corruzione.

Quanto al primo dei due reati da ultimo citati, il legislatore con l’intervento normativo in commento ha riscritto l’art. 317 c.p.[14] riducendone l’ambito applicativo. In tal senso si è provveduto a espungere dai soggetti attivi del reato l’incaricato di pubblico servizio[15], è stato aumento il minimo edittale di pena in funzione del potenziamento della funzione di prevenzione generale della fattispecie e, in maniera maggiormente significativa, la condotta tipica punibile è stata limitata alla sola costrizione, eliminandosi il riferimento alla punibilità della concussione per induzione[16]. In merito alla modifica normativa da ultimo citata, tuttavia, deve rilevarsi che, con la stessa l. n. 190/2012, il legislatore ha introdotto l’art. 319 – quater c.p. Tale articolo di legge, al I comma, presenta una struttura di fattispecie totalmente sovrapponibile a quella della concussione per induzione previgente alla legge di riforma e, al II comma, prevede la punibilità del soggetto indotto il quale, sino alla riforma effettuata con l. n. 190/2012, era qualificato quale vittima della concussione per induzione[17]. L’intervento così descritto, denominato “spacchettamento o sdoppiamento del delitto di concussione”[18], scinde pertanto in due fattispecie autonome le condotte di costrizione e induzione, in una visione di politica legislativa diametralmente opposta a quella propria del codice penale del 1930, ma solo apparentemente rievocativa della normativa vigente all’epoca del codice Zanardelli, ove la concussione per induzione era connotata dal carattere fraudolento[19].

Quanto alla fattispecie di corruzione la l. n. 190/2012 è intervenuta su diversi fronti, in quanto ha modificato l’art. 318 c.p. in riferimento ai soggetti responsabili, con contestuale adeguamento dell’art. 322 c.p., ha aumentato i limiti edittali di pena previsti agli artt. 318, 319 e 319 – ter c.p., e ha introdotto l’art. 346 – bis c.p.[20].

La presente disamina, in forza delle motivazioni descritte, si incaricherà innanzitutto di esporre, alla luce dell’elaborazione dottrinale, una breve descrizione delle fattispecie in oggetto limitatamente all’elemento della condotta tipica, così da fornire le nozioni essenziali ai fini dell’analisi dei rapporti tra le stesse. Verrà dato conto in larga parte in seguito, in riferimento ai rapporti tra concussione, induzione indebita e corruzione, degli approdi ermeneutici della giurisprudenza, senza tralasciare gli aspetti di diritto intertemporale ed eventuali risvolti problematici.

  • Il rapporto tra la condotta di costrizione e la condotta di induzione ante legem 6 novembre 2012, n. 190.

L’art. 317 c.p. prevedeva che «Il pubblico ufficiale o l’incaricato di un pubblico servizio che, abusando della sua qualità o dei suoi poteri, costringe o induce taluno a dare o a promettere indebitamente, a lui o ad un terzo, denaro o ad altra utilità, è punito con la reclusione da sei a dodici anni». La condotta del reato in esame consiste in una costrizione o in un’induzione realizzata attraverso l’abuso delle qualità o dei poteri possedute dal soggetto attivo del reato, il quale abuso delimita la condotta incriminata[21].

“Costringere”, dal punto di vista semantico, significa obbligare taluno con violenza o minaccia a compiere un’azione che altrimenti non sarebbe stata compiuta, o ad astenersi dal compiere un’azione che altrimenti sarebbe stata posta in essere[22]. In dottrina la condotta in esame è stata identificata in base a due parametri distinti, ove l’uno evidenzia l’elemento della violenza o della minaccia nei confronti della vittima, mentre l’altro pone l’accento sugli effetti che la violenza o la minaccia esercitano sulla psiche del soggetto passivo, alterandone il processo di autodeterminazione[23]. Suole distinguersi, inoltre, tra coazione fisica e coazione psichica, ove nel primo caso il soggetto passivo non compie autonomamente l’azione, mentre nella seconda ipotesi è capace di agire autonomamente. La differenza tra tali ipotesi risiede nella circostanza che nel caso di coazione psicologica, la coazione non si sostituisce alla volontà ma ne è la causa, diversamente dal caso di coazione fisica ove il movimento corporeo della vittima è ridotto a mero strumento materiale[24]. A sua volta la coazione psichica si distingue in assoluta e relativa. Nel primo caso il soggetto passivo “non agit, sed agitur”, mentre nella diversa ipotesi di coazione psichica relativa, in capo alla vittima è riconducibile una libertà di autodeterminazione e di scelta, seppure esigua, potendo la stessa decidere di assecondare e cedere alla minaccia del soggetto attivo del reato o di subire il male minacciato. In merito, la dottrina è concorde, sebbene in assenza di dati testuali espliciti, nel ritenere che l’art. 317 c.p. faccia riferimento alla coazione psichica relativa[25].

Quanto alla condotta di induzione, dal punto di vista etimologico il termine “indurre”, invece, consiste nel « [ … ] far penetrare, quindi destare, suscitare in altri un sentimento, o [ … ] provocare»[26]. Vista la genericità del significato, il termine così descritto si presta a essere compatibile sia con comportamento blando e implicito capace di determinare uno stato di soggezione, che con una forma di determinazione più o meno subdolamente persuasiva[27], di talché ne è sempre stata controversa l’interpretazione.

Un primo orientamento in tema di individuazione degli elementi qualificatori delle condotte oggetto di esame, laonde delle loro differenze, evidenziava l’assenza nella condotta di induzione dei caratteri di forte condizionamento della volontà del soggetto concusso, presenti invece nella condotta di costrizione, qualificando pertanto la stessa in una blanda condotta di persuasione, di cui il soggetto concusso fosse consapevole[28]. In tal senso la Corte di cassazione ha affermato che il comportamento di induzione corrisponde a un’azione che « [ … ] valga a esercitare una pressione psicologica sulla vittima, convincendola della necessità di dare o promettere denaro o altra utilità, per evitare conseguenze dannose [ … ] [ potendo essere perpetrata tramite ] contegni e comportamenti molteplici, quali l’esortazione, la sollecitazione, la persuasione, gli impliciti messaggi comportamentali, i silenzi»[29]. La differenza tra la condotta di costrizione e la condotta di induzione, pertanto, era individuata dal punto di vista quantitativo, qualificata sulla base delle modalità espressive della prevaricazione. Alla costrizione era attribuita una carica intimidatoria preponderante, ove la vittima era ritenuta come posta dinnanzi a una scelta alternativa mentre, in riferimento all’induzione si riteneva che venisse concesso uno spazio maggiore di libertà di autodeterminazione al soggetto passivo, con più ampie possibilità di scelta percorribili da quest’ultimo[30]. Parte della dottrina ha pertanto ritenuto che la menzione autonoma della condotta di “induzione” all’interno dell’art. 317 c.p. fosse «  [ … ] finalizzata a coprire tutti i comportamenti – i più vari – di sopraffazione del privato non direttamente riconducibili alla violenza psichica relativa»[31]. La residualità dell’induzione determinando un ampliamento applicativo dell’art. 317 c.p. da parte della giurisprudenza, rese i confini applicativi tra la concussione per induzione e le fattispecie corruttive meno nitidi[32]. Un secondo orientamento, rifacendosi alla derivazione della concussione per induzione dalla concussione implicita o fraudolenta vigente all’epoca del codice Zanardelli[33], sosteneva che la condotta di induzione ex art. 317 c.p., fosse riferibile esclusivamente all’induzione in errore[34]. Secondo questa prospettiva il soggetto concusso, consapevole del carattere indebito della dazione, viene tratto in errore circa l’abuso delle qualità o dei poteri del pubblico ufficiale. Siffatto orientamento escludeva pertanto dalla nozione di “induzione” la blanda spinta a pagare. In merito si sosteneva che la richiesta del pubblico ufficiale potesse esplicarsi in due modi alternativi, quale costrizione, intesa come coazione in forza della quale il privato si adegui alla richiesta del p.u. al fine di evitare il male prospettatogli, il quale nella sua convinzione sarebbe altrimenti inevitabile, oppure come sollecitazione volta a pervenire a un accordo corruttivo, con applicazione delle fattispecie di corruzione o di istigazione alla corruzione a seconda che la proposta di accordo sia accettata o meno[35].

Sulla scorta delle proposte interpretative esposte si formò l’orientamento prevalente in dottrina, il quale ricondusse all’interno della condotta di induzione sia la blanda sollecitazione a pagare, che l’induzione in errore[36]. Invero, anche la giurisprudenza si assestò su tali approdi, affermando che è la condotta di induzione mediante inganno o persuasione, espressione degli effetti che l’abuso della qualità o dei poteri hanno sulla psiche della vittima, ad assumere rilievo, ritenendo quindi che « [ … ] abuso e induzione [ … ] [ siano ] due facce della stessa condotta»[37].

Persistevano, tuttavia, alcuni dubbi sull’identificazione dell’oggetto nell’induzione in errore e, di conseguenza, su quale fosse l’ambito applicativo del delitto di truffa aggravata ex artt. 640 e 61, n. 9, c.p. In merito, un orientamento enucleatosi in giurisprudenza poneva l’accento sull’elemento che aveva indotto in errore[38]. Quest’ultimo, ritenuto eccessivamente soggettivistico[39], fu superato da un ulteriore orientamento della giurisprudenza di legittimità, il quale esaltava il rapporto tra l’oggetto dell’errore e la consapevolezza del soggetto indotto in riferimento al carattere indebito della prestazione[40].

Deve rilevarsi che l’equiparazione normativa delle condotte di costrizione e di induzione dal punto di vista del disvalore astratto del fatto di reato, ha determinato la svalutazione dell’esigenza di approfondire l’individuazione dei precisi tratti distintivi tra le stesse, invero rappresentando la condotta di induzione la soglia minima di rilevanza penale dell’ipotesi di reato di concussione[41]. Di conseguenza l’analisi sull’esatta delimitazione dei confini punitivi del reato di concussione per induzione era finalizzata a delimitarne l’ambito applicato rispetto a quello delle fattispecie corruttive[42].

  •  (segue) … post legem: il rapporto tra il reato di concussione e il delitto di induzione indebita a dare o promettere utilità.

Come accennato in chiusura del precedente paragrafo, l’interpretazione estensiva della condotta di induzione era sostenuta dalla maggioranza della dottrina e della giurisprudenza, quest’ultima, in particolare, « [ … ] contamina[va] progressivamente le due figure in modo da renderle irriconoscibili»[43]. Tale circostanza determinava l’incertezza del confine tra il reato di concussione per induzione e i reati di corruzione, dalla cui individuazione dipendeva la qualificazione del privato quale vittima del reato di concussione o correo del delitto di corruzione[44]. La distinzione, invece, delle condotte di induzione e costrizione assumeva carattere relativo, consentendo l’art. 317 c.p. la sussunzione nel fatto tipico di entrambe le condotte in maniera alternativa. La differenza tra le condotte da ultimo citate, tuttavia, non era del tutto ignorata dalla dottrina e dalla giurisprudenza, essendo, come già indicato, utile a individuare la soglia minima di rilevanza penale e ai fini della commisurazione della pena.

A seguito dell’emanazione da parte del legislatore della l. n. 190/2012 la situazione mutò radicalmente. Con l’introduzione dell’art. 319 – quater c.p., difatti, la corretta individuazione dell’ambito applicativo della condotta di induzione rileva, ora, ai fini della tipicità del fatto di reato. Invero, la “scissione” del delitto di concussione ha determinato effetti significativi sul piano della responsabilità individuale. La qualificazione della condotta posta in essere come costrizione, o come induzione, comporta infatti l’applicazione di differenti cornici edittali di pena per il soggetto attivo del reato, nonché la punibilità del soggetto indotto ai sensi del II comma dell’art. 319 – quater c.p., il quale altrimenti, se costretto ex art. 317 c.p., è identificabile quale vittima del reato. All’indomani della riforma operata con l. n. 190/2012, parte della dottrina ha rilevato che il reato di induzione indebita a dare o promettere utilità non rappresenta una species del delitto di concussione, sussistendo tra gli stessi un’eterogeneità a livello normativo[45].

La riforma citata rappresentò quindi l’opportunità (necessaria) di analizzare e individuare, con maggiore precisione rispetto al passato, gli elementi discretivi tra la fattispecie di costrizione e quella di induzione, di talché si formarono in tema tre orientamenti distinti in seno alla Corte di cassazione[46]. Preliminarmente all’analisi delle soluzioni interpretative cui si è da ultimo fatto cenno, è opportuno evidenziare che, come parte della dottrina ha sostenuto[47], la giurisprudenza ha escluso che la condotta di costrizione possa essere perpetrata con violenza. In tal senso « [ … ] l’uso della violenza fisica eccede in maniera così vistosa i poteri dell’agente che questa ipotesi, ancorché letteralmente ricavabile dal verbo impiegato nell’articolo, non si adatta al fenomeno dell’abuso di qualità o di funzioni previsto dal medesimo art. 317 c.p., ma corrisponde, se si verifica, ad altri reati (estorsione in particolare) aggravati dalla qualità dell’agente»[48].

Il primo dei differenti orientamenti giurisprudenziali citati, fonda il discrimen tra la condotta di costrizione e quella di induzione nell’intensità della pressione esercitata dal pubblico ufficiale o dall’incaricato di pubblico servizio[49]. La tesi, riprendendo in parte uno degli orientamenti minoritari sostenuti ante l. n. 190/2012[50], pone l’accento sulla circostanza che la costrizione è realizzata attraverso modalità le quali, in forza dell’intensità che le caratterizza, non concedono un apprezzabile margine di autodeterminazione al soggetto che la subisce. L’induzione, diversamente, è qualificata quale forma di persuasione tenue o blanda. La costrizione pertanto, secondo l’orientamento in esame, è perpetrata attraverso « [ … ] la prospettazione di un male ingiusto, che va a incidere in misura grave sulla volontà del soggetto passivo, mettendolo di fronte a una drammatica alternativa e determinandolo, in tal modo, a effettuare la dazione o la promessa indebita [ … ] [ mentre nell’induzione ] la risoluzione della vittima è l’effetto di forme più blande di pressione, caratterizzate in particolare da profili di persuasione, suggestione e fraudolenza, attraverso cui, e utilizzando sempre la propria posizione di preminenza, il pubblico agente riesce a “convincere” il destinatario e a ottenere così la soddisfazione delle proprie pretese, magari neppure apertamente esplicitate»[51].

L’orientamento esposto evidenzia l’omogeneità strutturale del delitto di induzione indebita a dare o promettere utilità rispetto alla previgente fattispecie di concussione per induzione, in quanto entrambi reati naturalisticamente plurisoggettivi, ponendosi pertanto il primo in continuità normativa con il secondo[52]. La modifica legislativa operata dalla l. n. 190/2012, secondo quanto affermato dalla giurisprudenza citata, non ha comportato quindi una diversa definizione delle modalità delle condotte rispetto a quelle che già aveva delineato la dottrina e la giurisprudenza sino al momento della riforma[53]. L’induzione si distingue, quindi, per il grado di pressione psicologica sul soggetto che da o che promette, in quanto è inferiore rispetto al caso in cui il soggetto attivo del reato attui una costrizione. La punibilità del privato, pertanto, è giustificata dalla violazione del dovere di non collaborazione che il legislatore ha posto quale ratio dell’incriminazione di cui all’art. 319 – quater, il quale è diretto a impedire, nel caso di una debole pressione esercitata sul soggetto privato, che lo stesso, ancorché nella consapevolezza di star dando o promettendo qualcosa di non dovuto, collabori per far conseguire al p.u. un indebito[54]. In tal senso l’art. 319 – quater c.p., in ottica general – preventiva, rappresenta lo strumento attraverso il quale incentivare la resistenza del privato alla richiesta del p.u.[55]. L’elemento di discrimine tra le condotte in esame, secondo tale l’orientamento, risiede quindi nel grado di condizionamento della libertà di autodeterminazione del soggetto destinatario della condotta di abuso perpetrata dal p.u.[56].

Il secondo orientamento formatosi in seno alla Corte di cassazione critica il criterio quantitativo dell’entità della pressione esercitata, in quanto lo stesso determina « [ … ] la necessità di scandagliare profili che affondano le proprie radici nel più profondo enuclearsi delle dinamiche psicologiche sfociate nell’azione [ … ] di difficile conciliabilità con esigenze di tassatività e determinatezza della fattispecie penale»[57]. Concordemente, parte della dottrina ha opportunamente evidenziato che, al ricorrere della medesima condotta di abuso, la natura soggettiva del criterio quantitativo rischiava di concedere valore determinate, ai fini della soluzione del caso concreto, al contenuto motivazionale del privato[58]. Secondo l’orientamento in esame, la differenza tra la condotta di costrizione e quella di induzione deve essere individuata non dal punto di vista quantitativo, ma da quello qualitativo[59], in quanto « [ … ] già a una valutazione pregiuridica della fattispecie, punire con sanzione penale chi ontologicamente rivesta la qualità di vittima di una condotta antigiuridica non può non apparire distonico rispetto ad esigenze di ragionevolezza e di coerenza interna di un sistema come quello vigente [ … ]»[60]. Con l’affermazione del criterio qualitativo si è affermato che la costrizione è descrittiva di un’azione e del suo effetto, mentre l’induzione connota esclusivamente l’effetto e non riguarda le modalità attraverso le quali lo stesso effetto viene raggiunto[61]. Anche l’orientamento in esame, come il precedente esposto, riprende pertanto una tesi previgente[62] la quale assegnava all’induzione carattere residuale, rientrando nell’induzione le condotte che non potevano essere qualificate come costrizione[63]. Mediante la condotta costrittiva, infatti, il p.u. prospetta la causazione di un male ingiusto, mentre attraverso l’induzione, lo stesso prefigura una conseguenza dannosa non contraria alla legge[64]. Rispetto a quello precedente, il quale evidenziava l’elemento della modalità della condotta, l’orientamento in esame pone al centro del proprio ragionamento il danno prospettato dal p.u., qualificando come determinante ai fini della distinzione tra costrizione e induzione, rispettivamente, il binomio danno contra ius e danno secundum ius[65]. Parte della dottrina ha rilevato, tuttavia, che sebbene l’orientamento da ultimo esposto sia, apparentemente, maggiormente univoco rispetto al precedente[66], ignora la circostanza che esercitare un potere di per sé legittimo ma posto in essere per conseguire un fine illecito, renda anche la minaccia illecita[67].

Il terzo orientamento enucleatosi in tema si è assestato su una posizione intermedia. Da un lato, ha infatti accolto e fatto proprio il primo indirizzo giurisprudenziale nella parte in cui lo stesso, ai fini della distinzione delle condotte di costrizione e induzione, fa riferimento all’intensità della pressione esercitata dal p.u. Dall’altro versante invece, in considerazione della difficoltà di individuare il discrimen tra condotte in esame in tutti quei casi rientranti nella c.d. zona grigia[68], ovvero quelle ipotesi in cui la pretesa è fatta valere attraverso modalità allusive e larvate, ha integrato il criterio quantitativo con un elemento obiettivo al fine di garantire maggiore determinatezza nell’applicazione delle fattispecie. L’elemento obiettivo in questione è stato individuato dalla Corte nella tipologia di vantaggio che il destinatario della pretesa indebita consegue per effetto della dazione o della promessa effettuata. Ricorre pertanto l’ipotesi di concussione se il soggetto il quale subisce la pretesa è posto « [ … ] di fronte all’alternativa “secca” di accettare la pretesa indebita oppure di subire un pregiudizio oggettivamente ingiusto [ … ] [ senza ] alcun apprezzabile margine di scelta [ … ] lungi dall’essere motivato da un interesse al conseguimento di un qualche vantaggio diretto, si determina a dare o promettere esclusivamente per evitare il pregiudizio minacciato (certat de damno vitando) [ … ] [ mentre è configurabile l’induzione indebita quando il p.u.] minaccia un male formalmente “giusto” [ … ] o come condizione per il compimento di un atto a contenuto discrezionale con effetti favorevoli per l’interessato [ ove ] il privato [ … ] non è vittima, ma compartecipe in quanto conserva un significativo margine di autodeterminazione e perché [ … ] egli vieni “allettato” a soddisfare la pretesa richiesta dal pubblico funzionario, il cui perseguimento finisce per diventare la ragione principale o prevalente della sua decisione (certat de lucro captando)»[69]. L’impostazione ermeneutica descritta è compatibile, inoltre, con la collocazione topografica individuata dal legislatore nell’atto di inserire il reato di induzione indebita all’interno del contesto normativo penale. Tale fattispecie, infatti, è rinvenibile all’interno del gruppo di norme riferentesi alle ipotesi corruttive, e l’opzione interpretativa proposta ne evidenzia le similitudini rispetto a quest’ultime[70]. La dottrina, sebbene sia stata concorde nel ritenere l’indirizzo ermeneutico in esame alternativo a quello quantitativo (soggettivo), e non meramente integrativo dello stesso, ha posto dei dubbi in riferimento alle modalità operative dei criteri utilizzati in applicazione del medesimo. Ci si è chiesti, in particolare, se i criteri dell’intensità della pretesa del p.u. e della tipologia del vantaggio conseguito dal privato dovessero operare congiuntamente o disgiuntamente[71]. In merito la giurisprudenza è stata propensa ad applicare tali criteri in maniera congiunta, affermando che «Nella induzione indebita dell’art. 319 – quater [ … ] il pubblico ufficiale o l’incaricato di pubblico servizio agisce con modalità di pressione più blande, tali da lasciare un margine di scelta al destinatario della pretesa, il quale concorre nel reato perché gli si prospetta un qualche vantaggio diretto e decide di dare o promettere più che per evitare il danno prospettando dal pubblico funzionario per conseguire il predetto vantaggio [ … ] »[72].

  •  (segue) … l’approdo ermeneutico della Corte di cassazione riunita a Sezioni Unite.

In forza delle divergenze formatesi in seno alla VI sezione della Corte di cassazione, riguardanti le visioni interpretative sulle differenze, in base alle quali delimitare i rispettivi ambiti applicativi, del delitto di concussione e di induzione indebita a dare o promettere utilità, la questione, in luogo della risoluzione di un caso concreto, fu rimessa alle Sezioni Unite della Suprema Corte[73].

Le SS.UU., si anticipa, si discostano da tutti e tre gli orientamenti proposti in precedenza[74] evidenziando, in riferimento al primo orientamento l’incertezza di un’indagine psicologica dagli esiti non verificabili, l’eccessiva fiducia e nettezza argomentativa nel criterio oggettivo prospettato dal secondo orientamento, e l’equivocità e l’indeterminatezza dell’integrazione tra i criteri proposti dal terzo orientamento il quale ha l’effetto di riproporre valutazioni soggettive nei casi rientrati nella c.d. zona grigia[75].

Il discrimen tra il reato di concussione e quello di induzione indebita, secondo quanto emerge dalla motivazione della sentenza in esame, è da individuare sulla base degli aspetti contenutistici di quanto il p.u. prospetta al soggetto privato, e dagli effetti che ne derivano. Ciò in quanto il grado di condizionamento psicologico subito dal privato, il quale consente di distinguere se ci si trovi innanzi a una condotta di costrizione o di induzione, è desumibile dal contenuto sostanziale della condotta del pubblico agente[76].

Analizzando la condotta di costrizione, le Sezioni Unite, accogliendo l’orientamento secondo il quale tale condotta è qualificabile come vis relativa[77], ne fa rientrare finanche la violenza, limitatamente ai casi in cui quest’ultima non è attuata come vis absoluta[78]. La condotta di costrizione, pertanto identificata dalla Corte nelle forme di minaccia o violenza, è caratterizzata dalla prospettazione di un male contra ius[79]. È opportuno rilevare come in tal maniera le SS.UU. recuperino e facciano rientrare nella condotta di costrizione alcune ipotesi che la precedente giurisprudenza della VI Sezione riconduceva alla condotta di induzione. In tal senso è stato affermato che « [ … ] la minaccia non necessariamente deve concretizzarsi in espressioni esplicite e brutali, ma potrà essere anche implicita (si pensi ai casi di ostruzionismo a mezzo del quale il soggetto attivo fa comprendere che solo con la dazione o con la promessa dell’indebito una richiesta legittima del privato potrà essere esaudita), velata, allusiva, più blanda ed assumere finanche la forma del consiglio, dell’esortazione, della metafora, purché tali comportamenti evidenzino, in modo chiaro, una carica intimidatoria analoga alla minaccia esplicita, vi sia cioè una “esteriorizzazione” della minaccia, pur implicita o sintomatica, come forma di condotta positiva»[80]. In tal modo l’orientamento della Corte è volto a evidenziare l’effetto che la condotta del pubblico agente ha sulla psiche del privato, prescindendo dalla forma di manifestazione della minaccia[81]. È rigettato inoltre dalla Corte il criterio della quantità della pressione psichica, in quanto l’utilizzo dello stesso determinerebbe che i soggetti « [ … ] ingiustamente prevaricati e coartati dai detentori dei pubblici poteri sprigionino risorse inesigibili di resistenza, per scongiurare la deviazione dell’attività amministrativa dalle finalità di imparzialità e di corretto funzionamento che devono guidarla»[82], dovendosi riconoscere invece la responsabilità del privato il quale ceda alla richiesta del p.u. non per evitare un danno, ma per conseguire un vantaggio. La condotta di costrizione è pertanto individuabile, e distinguibile da quella di induzione, dalla ricorrenza della prospettazione di un male ingiusto da parte del p.u. nei confronti del soggetto privato, e dall’assenza di un « [ … ] movente opportunistico [ … ]»[83] di quest’ultimo nel cedere alla richiesta avanzata dal pubblico agente. La Corte, inoltre, chiarisce il ruolo del c.d. metus publicae potestatis[84] affermandoche lo stesso « [ … ] finisce per tipizzare, sia pure indirettamente, la fattispecie concussiva. Va tuttavia chiarito che [ … ] non integra un elemento strutturale dell’illecito, ma rappresenta [ … ] l’oggettivo e stringente condizionamento della libertà di determinazione del soggetto passivo, il quale, per il timore del danno ingiusto minacciato dal pubblico ufficiale, è deprivato di ogni capacità di resistenza ed è costretto a soccombere — senza alcuna sostanziale alternativa — di fronte alla indebita pretesa di quest’ultimo»[85].

Per quanto riguarda la condotta di induzione, viene accolto dalle SS.UU. il precedente orientamento il quale le attribuiva un differente e più blando valore condizionante rispetto alla condotta di costrizione, assegnandole una funzione residuale rispetto a quest’ultima in forza della clausola di riserva che apre l’art. 319 – quater c.p.[86]. La Corte anzitutto analizza la posizione del soggetto indotto, il quale è punibile in forza del fatto che « [ … ] conserva, rispetto alla costrizione, più ampi margini decisionali, che l’ordinamento impone di attivare per resistere alle indebite pressioni del pubblico agente e per non concorrere con costui nella conseguente lesione di interessi di importanza primaria, quali l’imparzialità e il buon andamento della pubblica amministrazione»[87]. Quanto alle forme attraverso le quali l’induzione può essere perpetrata, le SS.UU. affermano la possibilità di poterne individuare una gamma di ipotesi eterogenee, consistenti « [ … ]nella persuasione, nella suggestione, nell’allusione, nel silenzio, nell’inganno [ … ] anche variamente e opportunamente collegati e combinati tra di loro [ … ]»[88]. In tal modo viene esclusa, dall’alveo delle forme esplicative dell’induzione, la minaccia, ancorché implicita, la perpetrazione della quale escluderebbe la possibilità di qualificare il soggetto privato come correo, e che pertanto determinerebbe la configurazione del reato ex art. 317 c.p. Analogamente a quanto emerso in sede di analisi della condotta di costrizione, neppure in riferimento all’induzione rileva il grado di condizionamento al quale il privato deve resistere, di talché, come anticipato, deve guardarsi all’indebito vantaggio conseguito dal privato, il cui disvalore di condotta risiede, piuttosto che nella mancata resistenza all’abuso del p.u. che assume carattere “derivato”, « [ … ] nel fatto di avere approfittato di tale abuso per perseguire un proprio vantaggio ingiusto»[89]. In maniera opposta e simmetrica alla costrizione, pertanto, gli elementi qualificatori della condotta di induzione si risolvono nell’abuso tracotante del pubblico agente e nella finalità indebita perseguita dal soggetto privato indotto[90]. L’interpretazione della Corte di cassazione riunita a Sezioni Unite riconduce la fattispecie di reato dell’art. 319 – quater c.p. in una logica negoziale, propria delle ipotesi corruttive, caratterizzata dall’abuso prevaricatore del p.u. In tal senso il reato di induzione indebita a dare o promettere utilità è stato definito come una « [ … ] concussione attenuata [ … ] » dal punto di vista del soggetto pubblico, e una forma di « [ … ] corruzione mitigata dalla induzione [ … ] » in riferimento alla posizione del privato[91].

In base a quanto emerso finora è possibile affermare che la Corte abbia raggiunto lo scopo prefissatosi, ovvero di superare il precedente orientamento giurisprudenziale ritenuto eccessivamente soggettivistico, fornendo un criterio discretivo con il quale tracciare in maniera sufficientemente determinata il confine tra costrizione e induzione. In merito, in realtà, la Corte compie una precisazione, affermando che in riferimento ai casi ambigui o border line[92], il criterio descritto perviene a difficoltà applicative. Invero, in tali casi il carattere oggettivo degli elementi del danno contra ius e del vantaggio indebito si attenua, dovendosi dirigere l’analisi della fattispecie concreta nell’ottica di un « [ … ] intreccio tra gli elementi oggettivi di prospettazione e soggettivi di percezione [ … ] [ considerati ] nella loro operatività dinamica, enucleando, sulla base della valutazione approfondita ed equilibrata del fatto, il dato di maggiore significatività»[93]. La Corte, così, individua genericamente cinque ipotesi rientranti nella c.d. zona grigia, ove l’individuazione del confine che separa le condotte di costrizione e di induzione non può essere effettuata attraverso il criterio generale del danno ingiusto prospettato dal p.u. o del vantaggio indebito perseguito dal privato, essendo necessario « [ … ] apprezzare il registro comunicativo nei suoi contenuti sostanziali»[94]. Tali fattispecie vengono individuate dalla Corte in base: 1) all’abuso delle qualità, nel caso in cui il p.u. non effettui alcun riferimento al compimento di uno specifico atto, rilevando in tal caso se le modalità comportamentali si siano sviluppate in una dialettica utilitaristica o siano state espressione di un univoco messaggio di sopraffazione[95]; 2) alla prospettazione di un danno generico, ove rileva la percezione che dello stesso abbia il soggetto privato, e dovendosi considerare che « [ … ] quanto più il supposto danno è indeterminato tanto più l’intento intimidatorio del pubblico agente e i riflessi gravemente condizionanti [ … ] l’autodeterminazione della controparte devono emergere in modo lampante, per potere pervenire ad un giudizio di responsabilità per concussione»[96]; 3) all’ambiguità delle ipotesi in cui viene prospettato il male ingiusto con contestuale offerta di un vantaggio indebito, ove «È necessario [ … ] accertare se il vantaggio indebito annunciato abbia prevalso sull’aspetto intimidatorio, sino al punto da vanificarne l’efficacia, e se il privato si sia perciò convinto di scendere a patti, pur di assicurarsi, quale ragione principale e determinante della sua scelta, il lucroso contratto, lasciando così convergere il suo interesse con quello del soggetto pubblico»[97], o se il vantaggio indebito offerta abbia rivestito carattere marginale rispetto all’ingiusto male minacciato[98]; 4) all’esercizio del potere discrezionale del pubblico agente in riferimento alle contingenze relazionali tra i soggetti coinvolti, ove rileva se la prospettazione da parte del p.u. dell’adozione dell’atto discrezionale pregiudizievole per il privato venga effettuata al solo fine di costringere il privato alla prestazione indebita, con sviamento dell’attività amministrativa dalla causa tipica, o se tale prospettazione si instauri in un’attività amministrativa legittima[99]; 5) infine, ai beni giuridici coinvolti, rilevando in tal caso se il soggetto agisce, cedendo alla richiesta del pubblico agente, « [ … ] per preservare un proprio interesse di rango particolarmente elevato [ … ] o strettamente personale di particolare valore [ … ] in spregio a qualsiasi criterio di proporzionalità, il che finisce con l’escludere lo stesso concetto di vantaggio indebito»[100].

Alla luce dei rilievi giurisprudenziali da ultimo esposti, sembra che la Corte rilevi l’impossibilità di pervenire a un criterio oggettivo univoco utile a distinguere le fattispecie contigue in esame. In tal senso rileva il contesto nel quale le fattispecie concrete progrediscono, essendo necessario valutare in concreto l’interazione soggettiva tra le parti e il quantum di coercizione adoperato[101]. L’attenuazione effettuata dalle SS.UU. del criterio generale che le stesse forniscono in apertura di motivazione della sentenza in esame, si instaura « [ … ] in un rapporto tra regola e eccezione che, se per un verso riflette l’estrema complessità della questione affrontata, per altro verso si espone a rischio di contestare in linea di principio assunti poi ritenuti validi per situazioni particolari»[102], rappresentando in ogni caso « [ … ] l’aspetto di maggior pregio dell’intervento delle Sezioni Unite»[103]. Gli elementi del danno ingiusto e del vantaggio indebito, almeno nei c.d. casi limite, rappresentano infatti indici sintomatici del grado di condizionamento psichico della condotta abusiva del p.u., piuttosto che criteri utili a distinguere la costrizione dall’induzione, denotandosi la distinzione tra quest’ultime condotte nel binomio minaccia – costrizione o induzione – non minaccia[104]. Gli indici citati, sebbene abbiano carattere oggettivo, evidenziano il profilo soggettivo della fattispecie concreta, il che potrebbe determinare il rischio di un’eccessiva soggettivizzazione del criterio discretivo tra le condotte di costrizione e di induzione, analogamente alla previgente giurisprudenza in tema. Deve rilevarsi, tuttavia, che la precisa casistica offerta dalla Corte esclude un siffatto rischio, offrendo puntuali indicazioni ai fini di una verifica precisa nel caso concreto. Si è infatti rilevato in dottrina che « [ … ] per la soluzione dei “casi difficili” le Sezioni Unite non introducono eccezioni che tradiscono la regola supposta contraddicendola: si mostrano invece consapevoli di come, proprio nei casi difficili, il problema del criterio discretivo si scarica sul processo, giocandosi sul terreno della prova»[105]. Ciò, tuttavia, non ha esentato la sentenza delle SS.UU. da critiche da parte di quella dottrina la quale ha evidenziato che, proprio in riferimento ai casi rientranti nella c.d. zona grigia, vi fosse un eccessivo ampliamento della discrezionalità giurisdizionale, con particolare riferimento all’inclusione nella condotta di costrizione della minaccia implicita[106]. A tali critiche è stato opposto che l’indagine soggettiva è ineliminabile[107], in quanto « [ … ] una dose di incoercibile incertezza è congenita a questa materia»[108], sussistendo in ogni caso « [ … ] zone d’ombra nelle quali il pendolo tra concussione e induzione indebita continuerà ad oscillare in tutta la sua ambiguità»[109].

  • Successione di leggi penali nel tempo.

L’evoluzione normativa descritta richiede di verificare il regime di successione di leggi nel tempo applicabile al rapporto tra le fattispecie di concussione e di induzione indebita a dare o promettere utilità.

In merito dottrina e giurisprudenza sono concordi nel ritenere che, in ossequio al criterio strutturale che sorreggere l’analisi in tema di successione di leggi penali nel tempo[110], fra le due fattispecie in esame sussista continuità normativa[111]. Quanto al reato di concussione per costrizione, a seguito della l. n. 190/2012 la condotta del p.u. rimane punibile, applicandosi in tal caso l’art. 2 IV comma c.p., dal quale deriva il compito del giudice di verificare quale sia il trattamento più favorevole per i fatti commessi prima dell’entrata in vigore della legge di riforma, e quindi applicabile. Quanto alla posizione dell’incaricato di pubblico servizio, fino alla reintroduzione, a opera della l. n. 69/2015, dello stesso quale soggetto attivo del reato ex art. 317 c.p., la condotta di concussione per costrizione da egli commessa rientrava nel reato di estorsione aggravata ex artt. 629 e 61 n. 9 c.p., di violenza privata ex art. 610 c.p. o di violenza sessuale ex art. 609 – bis, a seconda che l’utilità indebita avesse carattere patrimoniale o meno[112]. Per quanto riguarda invece la posizione del soggetto privato, la riforma ne ha previsto la punibilità ex art. 319 – quater, II comma, c.p., punibilità la quale non potrà riguardare i fatti commessi prima dell’entrata in vigore della l. n. 190/2012, in virtù del principio di irretroattività della norma penale previsto dall’art. 2, I comma, c.p. e dall’art. 25, II comma, Cost. Proprio in riferimento all’elemento della punibilità del soggetto indotto, non se ne può addure la rilevanza al fine di sostenere la discontinuità normativa del reato di induzione indebita rispetto al previgente reato di concussione per induzione. Tale eventualità è esclusa in quanto la struttura plurisoggettiva era implicita già nel reato di cui all’art. 317 c.p.[113], rilevando che «la correità necessaria insita nell’illecito di cui all’art. 319-quater cod. pen. ha certamente innovato, sotto il profilo normativo, lo schema della vecchia concussione per induzione, che tuttavia, con riferimento alla posizione del pubblico agente, trova continuità nel novum, venendo così scongiurata l’operatività della regola di cui all’art. 2, comma secondo, cod. pen. Molteplici ragioni militano per tale continuità: a) il volto strutturale dell’abuso induttivo è rimasto immutato; b) la prevista punibilità dell’indotto non investe direttamente la struttura tipica del reato, ma interviene, per così dire, solo “al suo esterno”; c) la vecchia descrizione tipica già contemplava, infatti, la dazione/promessa del privato e delineava un reato plurisoggettivo improprio o naturalisticamente plurisoggettivo, inquadramento dogmatico quest’ultimo che non incide sulla ricognizione logicostrutturale; d) finanche sotto il profilo assiologico, la nuova incriminazione è in linea con quella previgente, anche se ne restringe la portata offensiva alla sola dimensione pubblicistica del buon andamento e dell’imparzialità della pubblica amministrazione»[114].

Parte della dottrina ha rilevato in tema, tuttavia, che in considerazione dell’estensione in via interpretativa della condotta di costrizione, la quale come visto comprende anche le forme di minaccia implicita, possono essere individuati alcune ipotesi nelle quali la nuova normativa ha determinato un’abolitio criminis[115]. Il primo caso ove si palesa tale effetto ricorre quando nella condotta del p.u. è assente una forza prevaricatrice tale da integrare la minaccia e, contestualmente, il privato agisca non per ottenere un vantaggio, bensì esclusivamente per assecondare la volontà dell’agente pubblico. La fattispecie concreta da ultimo descritta, se nel contesto normativo previgente alla l. n. 190/2012 sarebbe stata sussumibile nell’art. 317 c.p., a seguito della riforma non è riconducibile né alla fattispecie astratta di cui al vigente art. 317 c.p., né a quella di cui all’art. 319 – quater c.p.[116]. La seconda ipotesi, per la quale viene considerata l’operabilità dell’abolitio criminis, è quella della condotta di induzione in errore. In merito rileva parte della dottrina che se l’elemento della punibilità del privato si considerasse incompatibile con l’induzione in errore, i fatti sussumibili nell’art. 317 c.p. ante legem n. 190/2012 sarebbero, attualmente, riconducibili nel reato di truffa aggravata dall’abuso della qualifica pubblicistica ex artt. 640 e 61 n.9 c.p. In tal caso pertanto sussiste continuità normativa solo se l’utilità data o promessa ha carattere patrimoniale, ciò in considerazione della natura patrimoniale del reato di truffa. Come visto[117], tuttavia, la giurisprudenza delle Sezioni Unite della Corte di cassazione ha interpretato l’art. 319 – quater c.p. quale fattispecie inclusiva della condotta di induzione mediante inganno, il che pertanto determina la continuità normativa rispetto al previgente art. 317 c.p. Secondo tale orientamento, quindi, sono riconducibili nell’art. 319 – quater c.p. tutte le ipotesi rientranti nel previgente art. 317 c.p., ovvero anche i casi nei quali l’inganno sia riferito ai poteri propri del pubblico agente, rimanendo escluse quelle ipotesi nelle quali l’errore sia invece riconducibile al carattere indebito della prestazione o che, pur non concernendo la natura indebita della prestazione, determini l’esclusione del dolo richiesto ai fini della configurabilità del reato ex art. 319 – quater c.p.[118].

  • Il rapporto tra il delitto di corruzione e il delitto di induzione indebita.

Come è stato rilevato, in forza della riforma operata dalla l. n. 190/2012, l’ambito applicativo del reato di concussione è stato ridotto, determinando di conseguenza un incisivo ridimensionamento della questione giuridica riguardante l’individuazione dei confini tra la fattispecie di concussione e quella di corruzione[119]. Tale problematica di diritto, tuttavia, lungi dall’essere sopita, è confluita in termini quasi analoghi con riferimento al reato di induzione indebita a dare o promettere utilità, presentandosi con un carattere di rinnovata problematicità[120]. In tal senso basti evidenziare che il privato è punibile in entrambe le ipotesi di reato di induzione e corruzione, sebbene venga chiamato a rispondere della propria responsabilità penale con pene diverse. A tale dato giuridico può aggiungersi un altro elemento di diritto il quale accomuna i delitti da ultimo citati, ovvero l’indebito vantaggio conseguito dal soggetto privato, diventando il criterio del certat de lucro captando un « [ … ] requisito di essenza condiviso e conteso tra le due figure incriminatrici, non più utile a fondarne il discrimen»[121], il che rende maggiormente difficoltoso l’individuazione del confine tra le fattispecie in oggetto. Proprio al fine di individuare una corretta soluzione al problema giuridico esposto, le Sezioni Unite della Suprema Corte offrono alcune importanti linee guida interpretative rilevando anzitutto che, ai fini di una corretta impostazione di analisi, l’elemento di discrimine tra il reato di induzione indebita e le fattispecie corruttive deve essere individuato evidenziando le peculiarità del rapporto intersoggettivo, soprattutto in riferimento alla ricorrenza o meno di una soggezione psicologica da parte del privato nei confronti del pubblico agente. Ciò che rileva, secondo la Corte, « [ … ] è il diverso modo con cui l’intraneus, nei due delitti, riesce a realizzare l’illecita utilità: la corruzione è caratterizzata [ … ] da un accordo liberamente e consapevolmente concluso, su un piano di sostanziale parità sinallagmatica, tra i due soggetti, che mirano ad un comune obiettivo illecito; l’induzione indebita, invece, è designata da uno stato di soggezione del privato, il cui processo volitivo non è spontaneo ma è innescato, in sequenza causale, dall’abuso del funzionario pubblico, che volge a suo favore la posizione di debolezza psicologica del primo. Indice sintomatico dell’induzione è certamente quello dell’iniziativa assunta dal pubblico agente. Il requisito che contraddistingue, nel suo peculiare dinamismo, la induzione indebita e la differenzia dalle fattispecie corruttive è la condotta comunque prevaricatrice dell’intraneus, il quale, con l’abuso della sua qualità o dei suoi poteri, convince l’extraneus alla indebita dazione o promessa. È vero che anche le condotte corruttive non sono svincolate dall’abuso della veste pubblica, ma tale abuso si atteggia come connotazione (di risultato) delle medesime e non svolge il ruolo, come accade nei reati di concussione e di induzione indebita, di strumento indefettibile per ottenere, con efficienza causale, la prestazione indebita»[122]. Il criterio che emerge dalla soluzione della Corte sembra analogo a quello utilizzato, dalla dottrina e dalla giurisprudenza maggioritaria, nel contesto normativo previgente alla riforma ex l. n. 190/2012 ai fini della distinzione del reato di concussione da quello di corruzione[123], al quale si affianca quello dell’iniziativa nell’azione criminosa. Quanto da ultimo affermato, condiviso in dottrina, è inquadrato dalla stessa in una dimensione più ampia: in un contesto interpretativo il quale incentra la differenza tra le fattispecie in esame in base al rapporto intersoggettivo tra le parti, sia il criterio dell’iniziativa, che quello stante nel binomio certat de lucro captando – certat de damno vitando, possono essere utilizzati quali indici sintomatici del rapporto stesso, superando in tal modo gli aspetti di criticità i quali altrimenti possono essere eccepiti nel caso di un’applicazione in chiave esclusiva di tali criteri differenziali[124]. L’iniziativa del pubblico agente, pertanto, può essere sintomatica di un’induzione indebita in riferimento alle richieste correlate ad atti conformi ai doveri di ufficio, in quanto in tal caso, secondo l’id quo prelumque accidit, una richiesta del p.u. implica una condotta abusiva del funzionario, subordinata a una prestazione indebita[125]. Così come il criterio della motivazione che spinge il privato ad agire è idoneo a rappresentare un indizio per la configurazione del reato, a esempio conducendo verso la qualificazione della corruzione quando il privato agisca per l’ottenimento di un vantaggio indebito, salvo che quest’ultimo non abbia rappresentato l’unico strumento utile per evitare pregiudizi maggiori[126]. In merito è opportuno rilevare come tale impostazione sia avvalorata dall’orientamento, sostenuto da parte della dottrina, il quale nell’accertamento della causalità, in considerazione della mancanza di leggi scientifiche di copertura, richiede l’utilizzo di massime di esperienza[127]. Tale teoria, allo scopo di escludere modelli di accertamento eccessivamente individualizzanti, sviluppa l’accertamento dell’interazione psichica tra soggetto privato e soggetto pubblico in due fasi: da un lato deve procedersi alla verifica ex ante dell’idoneità dell’abuso del p.u. a condizionare le scelte del privato, dall’altro è necessario accertare ex post se la massima di esperienze relativa al caso concreto vi rientri[128], il che rappresenta l’applicazione dei principi in tema di nesso di causalità alla c.d. causalità psichica[129].

  • (segue) … tentativo di induzione e istigazione alla corruzione.

Sebbene il reato di istigazione alla corruzione esuli dallo specifico oggetto della presente analisi, se ne ritiene doveroso un accenno limitatamente al rapporto giuridico con il tentativo di induzione indebita, in modo da evidenziare le maggiori difficoltà le quali possono emergere nell’individuazione del discrimen tra il reato di induzione e la categoria delle fattispecie corruttive latu sensu intese, entrambi considerati pertanto nella loro massima estensione concettuale. Anche il tal caso la questione giuridica prospettata non si pone come del tutto nuova, in quanto prima dell’entrata in vigore della l. n. 190/2012 era rilevante in riferimento al tentativo di concussione per induzione. Attualmente tuttavia, diversamente dal contesto normativo cui da ultimo si è fatto cenno, ai fini della distinzione in oggetto non è più possibile aver riguardo agli elementi dell’iniziativa e dell’indebito vantaggio, in quanto elementi comuni a entrambe le fattispecie, vieppiù permanendo il problema giuridico del confine tra i concetti di “induzione” e “sollecitazione”. In merito la Suprema Corte, riconoscendo le difficoltà presenti nel distinguere concetti che esplicano forme di interazione psichica le quali interferiscono nel processo motivazionale altrui, afferma che « [ … ]il concetto di “induzione” presuppone un quid pluris rispetto al concetto di “sollecitazione” di cui all’art. 322, commi terzo e quarto, cod. pen. e deve essere colto nel carattere perentorio ed ultimativo della richiesta e nella natura reiterata ed insistente della medesima. Sul piano strutturale, la condotta induttiva, diversamente dalla sollecitazione, deve coniugarsi dinamicamente con l’abuso, sì da esercitare sull’extraneus una pressione superiore rispetto a quella conseguente alla mera sollecitazione. Rimane integrata quest’ultima, invece, nell’ipotesi in cui il pubblico agente propone al privato un semplice scambio di favori, senza fare ricorso ad alcun tipo di prevaricazione, sicché il rapporto tra i due soggetti si colloca in una dimensione paritetica»[130].

  • Il rapporto tra il delitto di concussione e la fattispecie corruttiva.

Nel contesto normativo previgente alla l. n. 190/2012, quindi in assenza della previsione del reato di induzione indebita a dare o promettere utilità, il dibattito giuridico era concentrato sull’individuazione delle differenze tra il delitto di concussione e quello di corruzione[131]. Distinzione non agevole in considerazione del fatto che in entrambe le ipotesi di reato vi è un’interazione tra soggetti volta alla dazione o alla promessa di utilità, e parimenti importante vista la differenza della disciplina applicabile nel caso di configurazione dell’uno o dell’altro caso[132].

Ai fini della distinzione del reato di concussione da quello di corruzione erano emersi tre orientamenti ermeneutici, i quali offrivano differenti soluzioni alla questione giuridica prospettata. Il primo approdo interpretativo utilizzava, per i fini preposti, il criterio dell’iniziativa, configurando il reato di concussione piuttosto che quello di corruzione, a seconda che l’iniziativa criminosa fosse perpetrata dal pubblico agente o meno[133]. Tale orientamento, benché introducesse all’interno del processo di distinzione dei reati in esame un criterio oggettivo, fu criticato in quanto eccessivamente condizionante l’inquadramento giuridico del fatto concreto alla determinazione della c.d. prima mossa, di talché garantendo un trattamento maggiormente favorevole al p.u. il quale avesse indotto il privato ad agire per primo[134]. Ciò in considerazione anche della circostanza che, nella prassi, spesso il privato è costretto a prendere l’iniziativa materiale a seguito di un comportamento ostruzionistico del p.u.[135]. Il criterio dell’iniziativa fu quindi rigettato dalla dottrina e dalla giurisprudenza maggioritaria per diversi ordini di ragione: in quanto non era in grado di rappresentare l’offesa tipica dello scambio[136], non agevolava la ricerca della prova e, soprattutto, in considerazione del fatto che anche la corruzione poteva essere caratterizzata dall’iniziativa del pubblico agente[137]. Deve tuttavia rilevarsi che, secondo parte della dottrina, il criterio esposto risultava avere un peso diverso, assumendo valore di criterio c.d. di norma[138], qualora si fosse considerato, in riferimento alla distinzione con il reato di concussione, il solo delitto di corruzione impropria. Il secondo orientamento proposto ai fini della risoluzione della questione giuridica in esame, invece, introduceva un criterio di natura soggettiva, volto a evidenziare i motivi i quali avevano indotto il soggetto privato ad agire nel senso di dare o promettere l’utilità al p.u. Pertanto, qualora si fosse accertato che il privato avesse agito in certat de damno vitando, avrebbe dovuto configurarsi il reato di concussione, mentre se lo stesso fosse stato motivato ad agire in certat de lucro captando avrebbe dovuto sussumersi il fatto nel reato di corruzione[139]. È emerso in giurisprudenza[140] tuttavia, che il criterio del vantaggio da ultimo esposto necessita, in ogni caso, dell’integrazione dell’elemento della natura del vantaggio stesso, in quanto altrimenti non potrebbe configurarsi il reato di concussione in presenza di un vantaggio illegittimo[141]. Tale orientamento, pertanto, fu criticato in quanto ritenuto eccessivamente rigido e non utile in contesti di corruzione sistemica[142], determinando inoltre l’abrogazione del delitto di concussione per induzione, in quanto non avrebbe potuto ipotizzarsi un’ipotesi nella quale il soggetto privato, in assenza di una condotta costrittiva del p.u., si fosse determinato ad agire in assenza di un vantaggio personale[143]. Il terzo orientamento, invece, ergeva a criterio di discrimine il c.d. metus publicae potestatis, elemento implicito del reato di concussione, indicativo del timore del soggetto privato nei confronti della qualifica pubblica rivestita dal soggetto attivo del reato[144]. Si è rilevato in merito, tuttavia, che la fattispecie di concussione non contemplava tale stato di paura quale elemento del fatto tipico, ben potendosi configurare il reato di concussione anche nel caso in cui il privato si sia determinato ad agire per evitare maggiori danni o semplicemente “noie”[145]. A fronte della diversità dei criteri proposti dai vari orientamenti descritti, si formò un ulteriore approdo ermeneutico, il quale prevalse sugli altri. Quest’ultimo evidenziava, quale criterio discretivo tra le fattispecie in esame, il rapporto tra le volontà dei soggetti, individuando la concussione nel caso in cui l’autodeterminazione del privato fosse stata condizionata dalla condotta dell’agente pubblico, e configurando invece la corruzione nell’ipotesi di posizione paritaria tra parti che contrattano al fine del soddisfacimento di reciproci interessi[146]. Secondo tale orientamento è determinante l’elemento della sopraffazione posta in essere dal pubblico agente, il che denota la rilevanza del metus publicae potestatis ai fini della configurabilità del reato di concussione, sebbene inteso, non come stato di timore del privato nei confronti del soggetto pubblico, ma come condizione di soggezione psicologica del soggetto privato in riferimento alla qualifica posseduta dal p.u. e alla strumentalizzazione dei poteri da questi esercitata[147]. In merito si è affermato che rilevante ai fini della distinzione in oggetto è il « [ … ] modo con il quale si determina la volontà del privato [ … ] [ essendo ] necessario che tale convincimento sia l’effetto della condotta [ del pubblico agente ] [ … ] »[148], non essendo quindi di per sé rilevante la presenza di una di trattativa tra le parti, non rappresentando necessariamente una fase sintomatica della fattispecie corruttiva e potendo inserirsi nella progressione fattuale di una concussione[149]. In maniera speculare è stato rilevato che la presenza di un vantaggio per il privato non escludeva l’ipotesi delittuosa di concussione[150].

Come accennato, l’applicazione dei criteri discretivi esposti, utili alla distinzione tra il delitto di concussione e quello di corruzione, si rivela ancor più insidiosa in contesti di corruzione sistemica, in quanto l’attività e il ruolo delle parti non è volta all’adozione di uno o più atti in forza di singoli accordi, ma è dilatata nel tempo in rapporti corruttivi in quali coinvolgo in generale le funzioni del p.u. e gli interessi del privato[151]. In considerazione di ciò, e della conseguente « [ … ] artificiosità dell’assetto normativo [ …  ] »[152], si intensificarono sempre più le proposte di riforma in materia[153].

A seguito della riforma operata con l. n. 190/2012 la distinzione tra le fattispecie di concussione e corruzione è divenuta più agevole in virtù della limitazione dell’ambito applicativo della concussione alla sola condotta di costrizione, in quanto « [ … ] si configurerà [ … ] [ la corruzione ] in presenza di una libera contrattazione, di un accordo delle volontà liberamente e consapevolmente concluso su un piano di parità sinallagmatica; si profilerà, invece, [ … ] [ la concussione ] quando la volontà dell’extraneus è causalmente coartata dalla condotta abusiva del pubblico ufficiale [ … ] »[154].

  • I casi problematici di “concussione ambientale” e di prospettazione di eseguire un’attività lecita.

In chiusura del precedente paragrafo si è accennato alla specifica questione giuridica della c.d. corruzione sistemica o concussione ambientale, precisandosi che con tale locuzione si suole riferirsi all’ipotesi fattuale nella quale il pubblico agente sfrutta il contesto generale nel quale opera, ove è prassi l’attuazione di attività corruttive, cui il privato coscientemente si adegua. La riforma attuata con l. n. 190/2012, e l’intervento della Corte di cassazione riunita a Sezioni Unite[155], ha rinnovato la riflessione giuridica in tema in quanto, in tale specifica fattispecie concreta, l’applicazione dell’art. 317 c.p. è impedita dall’assenza di una specifica condotta di abuso[156]. Ai fini di ricondurre la fattispecie di concussione ambientale nella fattispecie astratta di cui all’art. 317 c.p., la giurisprudenza ha interpretato estensivamente il concetto di condotta abusiva, ritenendo che l’eventuale sussistenza di una prassi sistemica avrebbe valso, tutt’al più, a qualificare la fattispecie concreta come concussione ambientale[157].

In epoca precedente alla riforma legislativa del 2012 più volte citata, la giurisprudenza prevalente, tuttavia, era ferma nel ritenere necessaria la ricorrenza di una condotta costrittiva o induttiva. In tal senso si affermava che, in considerazione della circostanza che la costrizione o l’induzione del p.u. potesse essere esercitata in forza di un abuso perpetrato con comportamenti allusivi, il pubblico agente avrebbe potuto riferirsi anche al richiamo a una prassi invalsa di corruzione e dazione di tangenti nel contesto di riferimento, ciò volto a ottenere una prestazione indebita. La giurisprudenza, pertanto, considerava necessario l’accertamento di « [ … ] un comportamento induttivo del pubblico ufficiale o incaricato di pubblico servizio, anche se limitato, eventualmente in maniera tacita, ma sintomatica, a corroborare la convinzione del privato di versare nell’ipotesi di ineluttabilità del pagamento, per prassi in tal senso»[158]. In tale direzione si è pronunciata quella giurisprudenza la quale affermava che, le condotte di costrizione e di induzione, proprie della fattispecie concussiva, potessero essere compiute « [ … ] anche attraverso il riferimento a una sorta di convenzione tacitamente riconosciuta, che il pubblico ufficiale fa valere e il privato subisce, nel contesto di una comunicazione resa più semplice per il fatto di richiamarsi a regole già “codificate” [ … ] comportamenti che, ove mancasse il quadro “ambientale”, potrebbero essere ritenuti penalmente insignificanti»[159]. Nonostante l’orientamento giurisprudenziale riportato accolto fosse maggioritario, permanevano comunque dei dubbi riguardo la qualificazione giuridica della c.d. concussione ambientale o corruzione sistemica, in quanto, se dal punto di vista dell’affermazione del principio di diritto nulla quaestio, il fatto che il contesto ambientale fosse considerato un elemento centrale per interpretare la comunicazione del pubblico agente si riverberava sull’accertamento in concreto[160]. In riferimento a quest’ultimo dato giuridico, infatti, era palese il rischio che il contesto prevalesse sulla condotta, rischio il quale era rimesso a una discrezionale valutazione del giudice, il che confermava « [ … ] una diffusa, progressiva erosione giurisprudenziale della tipicità formale di talune fattispecie nel settore dei delitti contro la pubblica amministrazione»[161]. Attenta giurisprudenza ha infatti chiarito che non è sufficiente, ai fini della riconduzione dell’ipotesi fattuale della c.d. concussione ambientale nell’art. 317 c.p., che il privato dia o prometta l’utilità al p.u. nella consapevolezza che è presente in quello specifico contesto un sistematico abuso dei poteri pubblici. Secondo tale ultimo orientamento è necessario, ai fini citati, fornire la « [ … ] concreta prova di una situazione caratterizzata dall’esistenza di una convenzione tacitamente riconosciuta da entrambe le parti, che il pubblico ufficiale fa valere ed il privato subisce, nel contesto di una necessaria “comunicazione” resa più semplice nella sostanza e più sfumata nelle forme per il fatto di richiamarsi a condotte già qualificate [ … ] non essendo sufficiente l’accertamento che, all’epoca dei fatti, si vertesse in una situazione generale in cui la pretesa, da parte dei soggetti proposti ad incarichi pubblici, di ricevere compensi in relazione a decisione da prendere fosse nota e considerata, sotto vari profili, stringente da parte dei privati»[162]. Secondo l’indirizzo ermeneutico emerso, i casi nei quali il soggetto privato, in assenza di una specifica condotta di abuso del p.u., si fosse determinato a dare o promettere utilità a quest’ultimo in forza della consapevolezza di una prassi corruttiva invalsa in quel determinato settore, erano riconducibili alle fattispecie di istigazione alla corruzione o di corruzione, a seconda della conclusione dell’accordo illecito.

A seguito della riforma operata ex l. n. 190/2012 i casi di c.d. concussione ambientale o corruzione sistemica vengono ricondotti, a seconda che sussista o meno la condotta abusiva del pubblico agente, nella fattispecie di induzione indebita a dare o promettere utilità ex art. 319 – quater c.p. o nella corruzione[163]. L’unico caso di concussione ambientale, rilevato in dottrina, il quale rientra nell’art. 317 c.p., è la specifica fattispecie concreta nella quale il pubblico agente, facendo riferimento alla prassi di proliferazione di tangenti diffusa nell’amministrazione all’interno della quale lo stesso esercita la propria funzione pubblica, comunichi al soggetto privato che, in assenza del pagamento dell’indebito, non potrà ottenere il provvedimento cui quest’ultimo ha diritto[164].

Medesima questione interpretativa si poneva, prima della riforma, in riferimento al caso in cui il pubblico agente prospettasse di esercitare un’attività legittima, sfavorevole nei confronti privato, in assenza del pagamento indebito da parte di quest’ultimo. In tal caso si contrapponevano due orientamenti giurisprudenziali, l’uno il quale ravvisava la sussistenza della corruzione, agendo il privato per l’ottenimento di un vantaggio indebito, l’altro il quale configurava invece la concussione, in forza della circostanza che la minaccia di esercitare un’attività lecita al fine di ottenere un’utilità indebita fosse equiparabile all’abuso di poteri[165].

A seguito dell’emanazione della l. n. 190/2012, dev’essere operato un distinguo, in considerazione del nuovo assetto normativo delineatosi. Parte della dottrina esclude che al ricorrere dell’ipotesi descritta possa essere applicato l’art. 317 c.p., in forza di un’interpretazione restrittiva determinata dall’espunzione della condotta induttiva dalla stessa disposizione, e dall’assenza, nel caso di specie, di una condotta costrittiva[166]. Di talché si è affermato in dottrina che, in considerazione del fatto che la minaccia di esercitare un’attività doverosa corrisponde a una condotta di abuso, si configura in tali casi una corruzione, sussistendo « [ … ] un patto tra i protagonisti, che, vantaggioso per entrambi, si assume stipulato su un piano di completa parità, senza alcuna imposizione del soggetto pubblico»[167]. Altra parte della dottrina, in accordo con le premesse giuridiche dell’orientamento interpretativo da ultimo esposto, se ne discosta parzialmente in riferimento alle conclusioni, qualificate come eccessivamente rigide, ritenendo che « [ … ] buona parte dei casi che la giurisprudenza riconduceva alla concussione, oggi vadano riportati all’art. 319 – quater c.p., quando il privato si determina ad agire per ottenere l’atto illegittimo, ma sia condizionato dalla condotta prevaricatrice dell’agente pubblico, il quale realizza quella situazione di disequilibrio tra le parti che giustifica l’inquadramento del fatto nel delitto di induzione indebita»[168]. La stessa dottrina, inoltre, rileva come, in forza dell’approdo ermeneutico raggiunto dalle Sezioni Unite della Corte di cassazione in tema di distinzione tra costrizione e induzione, non è possibile escludere a priori che, in alcuni casi, la fattispecie concreta in esame possa essere perpetrata attraverso una costrizione, in forza delle particolari modalità con le quali viene prospettato l’esercizio del potere, nonché in riferimento ai beni giuridici coinvolti, e con conseguente applicazione della disciplina ex art. 317 c.p.[169].

  • Brevi riflessioni e considerazioni a margine.

Le questioni giuridiche inerenti ai rapporti tra i reati di concussione, corruzione e induzione indebita a dare o promettere utilità si rivelano intrise di particolari complessità generate dalla peculiare natura dei fatti concreti dai quali deriva responsabilità penale, la quale natura a sua volta incide sulla struttura delle relative fattispecie. Si è già avuto riguardo di rilevare[170], in particolare, che la materia oggetto della presente disamina è caratterizzata da un’incertezza ontologica, non disciplinabile pertanto a priori attraverso criteri oggettivi valevoli per tutti casi, senza che gli stessi criteri necessitino di una penetrante attività interpretativa volta a sussumere il caso concreto nella relativa fattispecie astratta. Due sembrano le principali cause scatenanti di un simile contesto giuridico: la natura psichica degli eventi di fattispecie[171] e il conseguente, ma non esclusivamente dipendente, difetto di determinatezza – tipicità – tassatività[172] di cui sembrano essere contornate le disposizioni afferenti ai delitti di concussione, corruzione e induzione indebita.

Quanto alla prima delle due questioni giuridiche citate, le fattispecie in esame sono caratterizzate da un c.d. evento intermedio, rappresentato dallo stato psichico determinato nel soggetto privato, qualificandosi l’abuso come « [ … ] lo strumento attraverso il quale l’agente pubblico innesca il processo causale che conduce all’evento terminale [ … ] »[173], ove l’evento finale consiste nella promessa o dazione dell’utilità. Il problema dell’individuazione della norma penale applicabile al caso concreto risiede nella diversa intensità psichica con la quale i differenti eventi intermedi vengono causati, essendo rinvenibile un sistema di fattispecie contigue le quali pongono una progressiva escalation di delimitazione della libertà di autodeterminazione del privato, quest’ultima assente del reato di concussione, “influenzata” nel reato di induzione e presente nel reato di corruzione. Il problema giuridico che pertanto si pone è quello di individuare una tecnica di accertamento del nesso causale psichico tra la “condotta comunicativa” e l’”evento intermedio”, onde evitare « [ … ] esiti improbabili che possono condurre ad una deriva di arbitrarietà [ … ] »[174]. Si è già rilevato[175] in merito come la dottrina abbia trovato nell’applicazione delle massime di esperienza la soluzione di garanzia di una sufficiente oggettivizzazione della verifica del nesso eziologico psichico, il che tuttavia non è esente da criticità. Si è infatti rilevato che il rischio nell’utilizzo delle massime di esperienza ai fini dell’analisi del nesso di causalità psichica, e quindi dell’individuazione della fattispecie di reato applicabile al caso concreto, possa instaurare una prassi giurisdizionale apodittica, volta nelle proprie motivazioni all’utilizzo di generici riferimenti « [ … ] a ciò che normalmente avviene»[176]. Si è inoltre evidenziata l’irripetibilità ontologica delle interazioni psichiche, e quindi di quelle generalizzazioni, universali o probabilistiche, le quali possano consentire una spiegazione scientifica dell’efficienza causale di una determinata condotta comunicativa sull’evento c.d. intermedio, emergendo quindi il dato dell’imprevedibilità dei fenomeni psichici[177]. Tale contesto determinerebbe pertanto l’impossibilità di individuare leggi esplicative di una regolarità di successione tra eventi[178].

A tali rilievi si aggiunge la seconda problematica giuridica di cui sopra si è fatto cenno, riguardante la carenza della tassatività intesa senso lato delle fattispecie esaminate, la quale rischia di incentivare paradigmi punitivi ancorati a logiche d’autore e istanze eticizzanti di politica criminale, il che a sua volta rischia di determinare un crescente difetto di ragionevolezza delle fattispecie penali finora analizzate[179]. Nell’evoluzione legislativa e giurisprudenziale dei reati di concussione, induzione indebita e corruzione parte della dottrina ha infatti identificato il dominio della criminologia sul diritto penale, il che ha consentito di inserire all’interno della lettera penale nomina delicta poco significativi (“costrittore”, “induttore”, “costretto”, “indotto”, “corruzione”, etc.), i quali vivono nella relativa evoluzione semantica socio – criminologica[180]. Il difetto di tipicità delle fattispecie in esame, inoltre, non arresta i propri effetti al diritto penale sostanziale, ma si riverbera anche sul piano processuale[181]. Similmente a quanto rilevato in tema di accertamento del nesso di causalità psichica, si pone in tal caso il rischio « [ … ] che la prova si fondi su meri dati presuntivi [ … ] »[182], il che determinerebbe l’applicazione di inaffidabili presunzioni e automatismi nella verifica della responsabilità penale[183]. Si è opportunamente rilevato che « [ … ] quando l’oggetto della prova non è definito da nitidi confini normativi, la prova tende a surrogare il suo oggetto [ … ] »[184], di modo che « [ … ]il profilo dell’accertamento si trasforma in un momento fondante l’effettività e la sostanza del concetto o della categoria penalistica, secondo una rifrazione progressiva che vede confondersi le acque del processo con le acque del diritto sostanziale»[185].

A fronte di quanto rilevato è inevitabile che la giurisprudenza svolga un’attività di c.d. supplenza ermeneutica la quale, sebbene possa astrattamente porre il rischio di violare il principio di separazione dei poteri particolarmente rigido in materia penale, e di far emergere la figura del c.d. giudice di scopo[186], dev’essere diretta a valorizzare interpretazioni delle disposizioni che siano anti analogiche, tipizzanti e tassativizzanti, orientate ai principi di proporzionalità, offensività e sussidiarietà[187]. Si ritiene che le Sezioni Unite della Corte di cassazione abbiano, in tema di rapporti tra concussione, induzione indebita e corruzione, ottemperato a tale preciso compito, facendo emerge in particolare uno dei due significati propri del biunivoco concetto di “fattispecie”, inteso in termini di tipicità ovvero di “figura del fatto”: il predominio della realtà[188].

Le SS.UU. da ultimo citate, inoltre, sembrano offrire un suggerimento e uno spunto di riflessione per il legislatore. Con l’esposizione di precisi casi concreti ai quali corrispondono rispettive tecniche ermeneutiche volte all’individuazione della fattispecie applicabile[189], la Corte sembra invitare il legislatore a operare, quantomeno nell’ambito dei reati esaminati, una tecnica legislativa sconosciuta a un ordinamento giuridico di civil law, mediante la rappresentazione del contenuto delle fattispecie penali attraverso l’utilizzo di formule analitiche, tramite il metodo casistico e il metodo definitorio[190].

Sembra opportuno, infine, effettuare un accenno a uno strumento il quale può rendersi utile ai fini della risoluzione dei casi concreti non immediatamente inquadrabili in una delle fattispecie oggetto della presente disamina. Il riferimento è all’utilizzo all’interno del processo penale delle moderne neuroscienze, in particolare del brain imaging[191], le quali, sebbene non escludano il rischio prima citato di surrogare la prova con il suo oggetto, sembrano tuttavia dirimenti soprattutto in riferimento ai casi in cui la dimensione psichica del comportamento umano rileva ai fini della qualificazione penale di un fatto. In riferimento alle dichiarazioni dell’imputato o della (presunta) persona offesa dal reato, a esempio, potrebbero infatti identificarsi i processi neuronali i quali corrispondono ai processi causali psichici da accertare (costrizione, induzione, pattuizione – persuasione, paura, etc.), elementi i quali corroborerebbero o confuterebbero le ipotesi di reato alla luce dei criteri oggettivi enucleati dalla giurisprudenza[192].


[*] Dottore in giurisprudenza – Specializzato nelle professioni legali (SSPL)

[2] Mongillo V., Le riforme in materia di contrasto alla corruzione introdotte dalla legge n. 69 del 2015, in www.dirittopenalecontemporaneo.it; ma v. anche Leo G., Viganò F. (a cura di), Libro dell’anno del diritto Treccani 2016 (voce), Istituto della Enciclopedia Italiana, Roma, 2016.

[3] V. infra note n.° 10 – 11.

[4] Pelissero M., Introduzione, in Grosso C.F., Pelissero M. (a cura di), Reati contro la Pubblica Amministrazione, Milano, Giuffré, 2015, p. 5 ss.

[5] Le disposizioni inerenti ai delitti dei pubblici ufficiali contenute nel codice penale del 1930 non suscitarono in dottrina, al contrario dei movimenti studenteschi, particolari critiche negative, si v. in merito Pagliaro A., Confronti testuali tra le due leggi più recenti sui delitti dei pubblici ufficiali contro la pubblica amministrazione, in Cass. pen., 5, 2015, p. 1716B.

[6] La legge si basava su diverse direttrici di politica criminale, quali il potenziamento della risposta punitiva nei confronti delle condotte distorsive all’interno della P.A., evitando tuttavia eccessivi automatismi e formalismi punitivi, e la limitazione del controllo del giudice penale sugli atti della P.A. In tema, anche in riferimento alle criticità della l. n. 86/1990, si veda Palazzo F., La riforma dei delitti dei pubblici ufficiali: un primo sguardo d’insieme, in Riv. it. dir. proc. pen., 1990, 815; Bettiol R., Note a margine della legge di modifica dei delitti dei pubblici ufficiali contro la pubblica amministrazione, in Riv. trim. dir. pen. ec., 1991, 617; Grosso C.F., L’abuso d’ufficio, in Riv. it. dir. e proc. pen., 1991, 319; Manna A., Abuso d’ufficio e conflitto d’interessi nel sistema penale, Torino, Giappichelli, 2004.

[7] Palazzo F., La riforma dei delitti dei pubblici ufficiali, cit.

[8] Nel codice Zanardelli la concussione prevedeva tre figure distinte, ovvero quella commessa tramite costrizione, esplicita o violenta ex art. 169, quella mediante induzione, implicita o fraudolenta, ex art. 170 I comma, e quella c.d. negativa, la quale puniva il pubblico ufficiale che profittasse dell’errore altrui, ex art. 170 II comma. Nel codice Rocco l’ultima ipotesi citata fu riqualificata nel delitto di peculato mediante profitto altrui, e furono riformulate in un’unica fattispecie le ipotesi di concussione per costrizione e per induzione, sul presupposto dell’indifferenza delle due modalità di realizzazione del fatto, il che favorì l’interpretazione estensiva del concetto di induzione. Si v. per un’analisi sull’evoluzione legislativa Granata, Concussione e corruzione, in Giust. pen., 1958, 724; Cadoppi A., La disciplina della corruzione nelle legislazioni italiane dell’Ottocento, in Ind. Pen., 2001, 557; Mongillo V., La corruzione tra sfera interna e dimensione internazionale, Effetti, potenzialità e limiti di un diritto penale “multilivello” dallo Stato nazione alla globalizzazione, Napoli, ESI, 2012; sull’interpretazione estensiva del concetto di induzione v. invece Ronco M., L’amputazione della concussione e il nuovo delitto di induzione indebita: le aporie di una riforma, in Arch. pen., 2013, 42.

[9] All’incaricato di pubblico servizio non sono attribuite funzioni in senso tecnico, così Pelissero M., Concussione e induzione indebita a dare e a promettere utilità, in Grosso C.F., Pelissero M. (a cura di), cit., p. 174.

[10] Solamente l’ultima fattispecie, tuttavia, non era già prevista come reato, cfr. Benussi C., Diritto penale della pubblica amministrazione, Wolters Kluwer, Cedam, 2016, p. 241.

[11] I quali, è opportuno evidenziare, rappresentano solo la parte meno ingente del mercato delle tangenti caratterizzato da un’ampia “cifra nera”, in tal senso Davigo P., Manozzi G., La corruzione in Italia. Percezione sociale e controllo penale, Bari, Laterza, 2007.

[12] Il riferimento è alla Convenzione civile e penale contro la corruzione del Consiglio d’Europa del 1999 e alla Convenzione ONU di Merida del 2003, entrambe ratificate e rese esecutive in Italia rispettivamente con la l. 28 giugno 2012, n. 110 e con la l. 2 agosto 2009, n. 116, in tema v. Di Martino A., Le sollecitazioni extranazionali alla riforma dei delitti di corruzione, in Mattarella B.G., Pelissero M. (a cura di), La legge anticorruzione. Prevenzione repressione della corruzione, Torino, Giappichelli, 2013, p. 355 ss., nonché alla Convenzione anticorruzione dell’OCSE ratificata in Italia con la l. 20 settembre 2000, n. 300, e al rapporto “Greco”, il quale in particolare ha richiesto al legislatore italiano di escludere che la fattispecie di concussione potesse fungere quale strumento di possibile esonero da responsabilità per il corruttore, potendosi qualificare quest’ultimo anche come vittima di concussione, v. in tema Garofoli R., La nuova disciplina dei reati contro la P.A., in www.dirittopenalecontemporaneo.it.

[13] Pelissero M., Introduzione, cit., p. 10 – 11.

[14] Prima della l. n. 190/2012 l’art. 317 c.p. prevedeva che «Il pubblico ufficiale o l’incaricato di un pubblico servizio che, abusando della sua qualità o dei suoi poteri, costringe o induce taluno a dare o a promettere indebitamente, a lui o a un terzo, denaro o altra utilità, è punito con la reclusione da quattro a dodici anni»

[15] Reintrodotto nella medesima fattispecie, tuttavia, con la l. 27 maggio 2015, n. 69.

[16] A seguito dell’intervento effettuato con la l. n. 190/2012 il testo della disposizione prevedeva che «Il pubblico ufficiale che, abusando della sua qualità o dei suoi poteri, costringe taluno a dare o a promettere indebitamente, a lui o a un terzo, denaro o altra utilità, è punito con la reclusione da sei a dodici anni».

[17] Masullo M.N., I delitti di concussione e di induzione indebita a dare o promettere utilità, in Fiore S., Amarelli G. (a cura di), I delitti dei pubblici ufficiali contro la pubblica amministrazione, Milano, Utet, Wolters Kluwer, 2018, p. 91 ss. Il testo dell’art. 319 – quater c.p. dispone che «Salvo che il fatto costituisca più grave reato, il pubblico ufficiale o l’incaricato di pubblico servizio che, abusando della sua qualità o dei suoi poteri, induce taluno a dare o a promettere indebitamente, a lui o a un terzo, denaro o altra utilità è punito con la reclusione da sei anni a dieci anni e sei mesi. Nei casi previsti dal primo comma, chi dà o promette denaro o altra utilità è punito con la reclusione fino a tre anni». L’art. 1, comma 1, lett. c), D.lgs. 14 luglio 2020, n. 75 ha aggiunto le parole «ovvero con la reclusione fino a quattro anni quando il fatto offende gli interessi finanziari dell’Unione europea e il danno o il profitto sono superiori a euro 100.000».

[18] Ex multis Garofoli R., Concussione e indebita induzione: il criterio discretivo e i profili successori, in www.dirittopenalecontemporaneo.it.

[19] V. supra nota n° 7.

[20] Sulla riforma in toto si v. Palazzo F., Gli effetti “preterintenzionali” delle nuove norme penali contro la corruzione, in Mattarella B.G., Pelissero M. (a cura di), cit.

[21] Seminara S., Delitti contro la pubblica amministrazione, in Crespi, Forti, Zuccalà (a cura di), Commentario breve al codice penale, Padova,, 2008, 748; che pertanto costituisce elemento distintivo dall’estorsione aggravata commessa con abuso di poteri e con violazione di doveri inerenti a una pubblica funzione o a un pubblico servizio, Pelissero M., Concussione e induzione indebita a dare e a promettere utilità, cit., p. 185; sul duplice nesso di causalità che deve sussistere tra abuso e costrizione v. Benussi C., Diritto penale della pubblica amministrazione, cit., p. 202 ss.

[22] Più in generale «Obbligare qualcuno, con la forza o con altro mezzo, a fare cosa che sia contraria alla volontà o comunque non spontanea», Costringere (voce), in Enc. Treccani, www.treccani.it.

[23] Benussi C., Diritto penale della pubblica amministrazione, cit., p. 204.

[24] Ibidem.

[25] Si v. per tutti Fiandaca G., Musco E., Diritto penale, Parte speciale, Bologna, Zanichelli, p. 209 ss., i quali ritengono che anche la coazione fisica faccia riferimento al concetto di vis relativa, altrimenti integrandosi altre fattispecie di reato.

[26] Indurre (voce), in Enc. Treccani, www.treccani.it.

[27] In tal senso Cass., sez. VI, sent. 30 settembre 2005, n. 39955; sez. VI, sent. 21 ottobre 2008, n. 44121; sez. VI, sent. 22 aprile 2010, n. 17234, in www.italgiure.it.

[28] Marini G., Lineamenti della condotta nel delitto di concussione, in Riv. it. dir. proc. pen., 1965, 294 ss.; Fornasari G., in Biondi A., Di Martino A., Fornasari G., Reati contro la pubblica amministrazione, Torino, Giappichelli, 2008, p. 175.

[29] Così Cass., sez. VI, 18 giugno 2008, in Cass. pen. 2009, 1938, ove si ammette che possano presentarsi casi nei quali è il privato a offrire l’utilità al pubblico ufficiale o all’incaricato di pubblico servizio, essendovi stato costretto dalla condotta implicita di quest’ultimo.

[30] Amato G., Concussione: resta solo la condotta di “costrizione”, in Guida dir., 2012, 48.

[31] Forte, Concussione, in Cadoppi, Canestrari, Manna, Papa (a cura di), Trattato di diritto penale. Parte speciale II. I delitti contro la pubblica amministrazione, Torino, Utet, 2008, p. 165 ss.; v. anche Fiandaca G., Musco E., Diritto penale, cit., p. 210.

[32] Palombi E., La concussione, Torino, Utet, 1998, p. 11 ss.; v. anche infra §3.

[33] V. supra §1, in particolare nota n° 7.

[34] Si v. Pagliaro A., Parodi Giusino M., Principi di diritto penale. Parte speciale I. Delitti contro la pubblica amministrazione, Milano, Giuffré, 2008.

[35] Ibidem.

[36] Segreto A., de luca G., Delitti dei pubblici ufficiali contro la pubblica amministrazione, Giuffré, Milano, 1999, p. 227; vinciguerra S., I delitti contro la pubblica amministrazione, Padova, Cedam, 2008, p. 59; Fiandaca G., Musco E., Diritto penale, cit., p. 211.

[37] Cfr. Cass., sez. VI, sent. 11 gennaio 2011, n. 25694, in www.italgiure.it.

[38] Secondo l’orientamento citato la preminenza dell’abuso determinava la concussione, mentre la preminenza della condotta artificiosa determinava la truffa aggravata, cfr. tra le più recenti in tal senso Cass., sez. VI, sent. 26 gennaio 1996, in Ind. Pen., 1998, 1027, con nota di Prontera.

[39] Così Palombi E., La concussione, cit., p. 58.

[40] « [ … ] nella concussione il privato mantiene la consapevolezza di dare o promettere qualcosa di non dovuto, mentre nella truffa la vittima [ è tratta ] in errore [ … ] circa la doverosità delle somme o delle utilità oggetto di dazione promessa [ … ] », così Cass., sez. VI, 22 aprile 2009, in Cass. pen., 2010, 1503.

[41] Masullo M.N., I delitti di concussione e di induzione indebita a dare o promettere utilità, cit., p. 99.

[42] Su cui v. infra §4.

[43] Così Ronco M., L’amputazione della concussione e il nuovo delitto di induzione indebita: le aporie di una riforma, in Arch. pen., 2013, p. 43.

[44] V. infra §4.

[45] Ronco M., L’amputazione della concussione e il nuovo delitto di induzione indebita, cit., p. 45.

[46] Sull’argomento, ex multis, Mongillo V., L’incerta frontiera: il discrimine tra concussione e induzione indebita nel nuovo statuto penale della pubblica amministrazione, 3, 2013, p. 166, in www.dirittopenalecontemporaneo.it.

[47] V. supra nota n° 24.

[48] Così Cass, sez. VI, sent. 3 dicembre 2012, n. 3251, in www.italgiure.it. Dottrina aggiunge che nella fenomenologia della concussione v’è preminenza della condotta di minaccia, v. Pelissero M., Concussione e induzione indebita a dare e a promettere utilità, cit., p. 194.

[49] Cass., sez. VI, 12 giugno 2013, n. 28431, in www.italgiure.it; in dottrina Benussi C., I delitti contro la pubblica amministrazione. I delitti dei pubblici ufficiali, Padova, Cedam, 2013, p. 897.

[50] V. supra §2.2, in part. nota n° 29.

[51] Cass., sent. n. 28431/2013, cit.

[52] Garofoli R., Concussione e induzione indebita: il criterio discretivo e i profili successori, cit.

[53] Pelissero M., Concussione e induzione indebita a dare e a promettere utilità, cit., p. 194.

[54] Cass., sez. VI, sent. 4 dicembre 2012, n. 8695, in www.italgiure.it.

[55] Fiandaca G., Musco E., Diritto penale, cit., p. 206.

[56] Si v. anche Cass., sez. VI, sent. 25 febbraio 2013, n. 11942; sent. 11 febbraio 2013, n. 12388; sent. 25 gennaio 2013, n. 21192, in www.italgiure.it.

[57] Così Cass., sez. VI, sent. 14 gennaio 2013, n. 17593, in ivi.

[58] Balbi G., Sulle differenze tra i delitti di concussione e di induzione indebita a dare o promettere. Alcune osservazioni in margine a Cass., Sezioni Unite, 24 ottobre 2013 n. 12228, 16 settembre 2014, in www.dirittopenalecontemporaneo.it.

[59] V. in merito Ronco M., L’amputazione della concussione e il nuovo delitto di induzione indebita, cit., p. 43.

[60] Cass., sent. n. 17593/2013, cit.

[61] Diversamente da altre fattispecie di reato le quali sono perpetrate attraverso l’induzione, così Ronco M., L’amputazione della concussione e il nuovo delitto di induzione indebita, cit.; ma v. anche ampiamenti in tema Piva D., Premesse ad un’indagine sull’«induzione». Come forma di concorso e «condotta-evento» del reato, Jovene, 2013.

[62] V. supra §1.

[63] Ronco M., L’amputazione della concussione e il nuovo delitto di induzione indebita, cit.

[64] Si v. Cass., sez. VII, sent. 12 novembre 2014, n. 50482, in www.italgiure.it; v. anche Cass., sent. n. 3251/2012, cit.

[65] In tal senso Cass., sez. VI, sent. n. 3251/2012, cit.; sent. 23 maggio 2013, n. 29338; sent. 27 marzo 2013, n. 26285, in www.italgiure.it.

[66] Così Scoletta M., I mobili confini tra concussione e induzione indebita nelle prime sentenze della Corte di cassazione, in Riv. Nel Diritto, 5, 2013, p. 888.

[67] Gatta G. L., La minaccia. Contributo allo studio delle modalità della condotta penalmente rilevante, Roma, Aracne, 2013.

[68] Ex multis Balbi G., Sulle differenze tra i delitti di concussione e di induzione indebita a dare o promettere, cit., p. 149 ss.

[69] Cass., sez. VI, 8 maggio 2013, n. 20428, in www.italgiure.it.

[70] Seminara S., I delitti di concussione e induzione indebita, in Mattarella B.G., Pelissero M. (a cura di), cit., p. 383.

[71] Si v. Mongillo V., L’incerta frontiera: il discrimine tra concussione e induzione indebita nel nuovo statuto penale della pubblica amministrazione, cit., p. 202; Garofoli R., Concussione e indebita induzione: il criterio discretivo e i profili successori, cit., p. 12.

[72] Cass., sez. VI, sent. 5 aprile 2013, n. 21975; v. anche, sent. 25 febbraio 2013, n. 11944, in www.italgiure.it.

[73] Cass., sez. VI, ord. 9 maggio 2013, n. 20430, in www.italgiure.it, con la quale viene effettuata una ricognizione degli indirizzi giurisprudenziali contrastanti, si v. Viganò F., L’ordinanza di rimessione alle Sezioni Unite sulla distinzione tra concussione e induzione indebita, 2013, in www.dirittopenalecontemporaneo.it.

[74] Per parte della dottrina, tuttavia, le SS.UU. recuperano il criterio dell’intensità della pressione, così Pisa P., Giurisprudenza commentata di diritto penale. Delitti contro la pubblica amministrazione e contro la giustizia, Milano, Wolters Kluwer, Cedam, 2016, p. 227 ss.; si v. in tema Catenacci M. (a cura di), I delitti dei pubblici ufficiali contro la Pubblica Amministrazione, cit., p. 110 ss.

[75] Cass., SS.UU., sent. 24 ottobre 2013, n. 12228, punto 3, in www.italgiure.it.

[76] Pelissero M., Concussione e induzione indebita a dare e a promettere utilità, cit., p. 199 – 200.

[77] V. supra §2 e 2.1.

[78] SS.UU., sent. n. 12228/2013, cit., punto 13.

[79] Ibidem.

[80] SS.UU., sent. n. 12228/2013, cit., punto 13.4.

[81] Benussi C., I delitti contro la pubblica amministrazione, cit.,;Seminara S., I delitti di concussione, corruzione per l’esercizio della funzione e induzione indebita, in Pisa P. (a cura di), Speciale corruzione, Supplemento dir. pen. proc., 2013, p. 528.

[82] Ibidem.

[83] Pelissero M., Concussione e induzione indebita a dare e a promettere utilità, cit., p. 201.

[84] In tema Catenacci M. (a cura di), I delitti dei pubblici ufficiali contro la Pubblica Amministrazione, cit., p. 63 ss.; Aprile E., Cassano M., Gambardella M., Mongillo V. (a cura di), I delitti contro la pubblica amministrazione, Artt. 314 – 360, Lattanzi G., Lupo E., Codice penale, Rassegna di giurisprudenza e di dottrina, Milano, Giuffrè, 2010. V. anche infra §4.

[85] SS.UU., sent. n. 12228/2013, cit., punto 13.6. È stato rilevato inoltre che tale interpretazione “restrittiva” della fattispecie, la quale non richiede ai fini della configurabilità del reato di concussione l’elemento del timore, è maggiormente conforme al principio di offensività, prevedendo la non punibilità del privato quando questo subisce un’offesa a beni che fanno capo alla propria persona, così Gatta G.L., Dalle Sezioni Unite il criterio per distinguere concussione e “induzione indebita”: minaccia di un danno ingiusto vs. prospettazione di un vantaggio indebito, 2014, in www.dirittopenalecontemporaneo.it.

[86] SS.UU., sent. n. 12228/2013, cit., punto 14.3.

[87] SS.UU., sent. n. 12228/2013, cit., punto 14.4.

[88] SS.UU., sent. n. 12228/2013, cit., punto 14.5.

[89] Ibidem.

[90] Pelissero M., Concussione e induzione indebita a dare e a promettere utilità, cit., p. 203.

[91] Cfr. SS.UU., sent. n. 12228/2013, cit., punto 14.6.

[92] Così SS.UU., sent. n. 12228/2013, cit., punto 15.

[93] V. ibidem.

[94] SS.UU., sent. n. 12228/2013, cit., punto 22; v. in dottrina Basile F., Concussione (art. 317 c.p.) e induzione indebita a dare o promettere utilità (art. 319 – quater c.p.): il criterio discretivo e i suoi riflessi di diritto intertemporale, in Studium Iuris, 2014, 665.

[95] V. SS.UU., sent. n. 12228/2013, cit., punto 17.

[96] SS.UU., sent. n. 12228/2013, cit., punto 18.

[97] SS.UU., sent. n. 12228/2013, cit., punto 19.

[98] In particolare «Si immagini anche il caso in cui il funzionario pubblico subordini la tempestiva evasione di una legittima richiesta del cittadino al pagamento dell’indebito, lasciando implicitamente intendere che, in difetto, potrebbe sorgere qualche difficoltà. Il fatto, così schematizzato, apparirebbe inquadrabile nella coercizione psichica che designa la concussione. Può anche accadere, però, che la valutazione complessiva ed approfondita della dinamica relazionale intersoggettiva denunci l’assenza di una effettiva coazione della parte privata, la quale, mostrando disponibilità all’interlocuzione con la controparte pubblica, per averne colto i significati sottintesi, decide di privilegiare la via breve del pagamento illecito non soltanto per superare la difficoltà contingente, ma soprattutto per ingraziarsi la benevolenza del funzionario e assicurarsi pro futuro la trattazione preferenziale delle proprie pratiche, finendo così con l’inserirsi in quella logica negoziale asimmetrica che connota l’induzione indebita. A margine, è il caso di evidenziare che, proprio in situazioni come quelle testé esaminate, la dicotomia male ingiusto-male giusto, su cui fa leva il secondo indirizzo esegetico maturato dopo la riforma del 2012, mostra Il suo limite. Ed invero, nella minaccia-promessa viene in rilievo soltanto l’alternativa tra minaccia di un male ingiusto ed offerta di un vantaggio indebito; quest’ultimo però non fa da contraltare alla mancata adozione di un atto legittimo della pubblica amministrazione e pregiudizievole per il privato», SS.UU., sent. n. 12228/2013, cit., punti 19.1 – 19.2.

[99] SS.UU., sent. n. 12228/2013, cit., punto 20.

[100] SS.UU., sent. n. 12228/2013, cit., punto 21.

[101] Pelissero M., Concussione e induzione indebita a dare e a promettere utilità, cit., p. 205.

[102] Seminara S., Concussione e induzione indebita al vaglio delle Sezioni Unite, in Dir. pen. proc., 2014, 563.

[103] Pisa P., Una sentenza equilibrata per un problema complesso, in Dir. pen. proc, 2014, 568.

[104] Sessa A., Concussione e induzione indebita: il formante giurisprudenziale tra legalità in the books e critica dottrinale, 2014, in www.dirittopenalecontemporaneo.it. Parla di fattispecie a “tipicità sintomatica” Manes V., Corruzione senza tipicità, in Riv. it. dir. proc. pen., 3, 2018, p. 1126 ss.

[105] Gatta G.L., La concussione riformata, tra diritto penale e processo. Note a margine di un’importante sentenza delle Sezioni Unite, in Riv. it. dir. proc. pen., 2014, 1580, riportato da Pelissero M., Concussione e induzione indebita a dare e a promettere utilità, cit., p. 207.

[106] In tal senso Balbi G., Sulle differenze tra i delitti di concussione e di induzione indebita a dare o promettere, cit., 10; Donini M., Il corr(eo) indotto tra passato e futuro. Note critiche a SS.UU. 24 ottobre 2013 – 14 marzo 2014, n. 29180, Cifarelli, Maldera e A., e alla l. n. 190 del 2012, in Cass. pen., 2014, 1489.

[107] Sull’utilizzo in questi casi di massime di esperienza, in assenza di leggi di copertura, v. Cingari F., Repressione e prevenzione della corruzione pubblica. Verso un modello di contrasto “integrato”, Torino, Giappichelli, 2012.

[108] Mongillo V., L’incerta frontiera, cit., 63.

[109] Seminara S., I delitti di concussione, corruzione per l’esercizio della funzione e induzione indebita, cit., 27.

[110] In tema ex multis Mantovani F., Diritto penale. Parte generale, Milano, Wolters Kluwer, Cedam, 2017.

[111] SS.UU., sent. n. 12228/2013, cit., punto 23 ss.; in dottrina è stato sostenuto tuttavia che le SS.UU. avrebbero in realtà applicato anche criteri di valore, Donini M., Il corr(eo) indotto tra passato e futuro, cit.; v. anche supra §2.1, in part. nota n° 51.

[112] Casartelli G., Papi Rossi A., Le misure anticorruzione, Torino, Giappichelli, 2013.

[113] Padovani T., Metamorfosi e trasfigurazione. La disciplina nuova dei delitti di concussione e corruzione, in Arch. pen., 2012, 789; Seminara S., Concussione e induzione indebita al vaglio delle Sezioni Unite, cit.

[114] SS.UU., sent. n. 12228/2013, cit., punto 23.4. Sul preteso carattere plurioffensivo della concussione si v. Catenacci M. (a cura di), I delitti dei pubblici ufficiali contro la Pubblica Amministrazione, in Palazzo F., Paliero C.F. (diretto da), Trattato teorico – pratico di diritto penale (estratto V vol.). Reati contro la pubblica amministrazione e contro l’amministrazione della giustizia, Torino, Giappichelli, 2017, p. 57 ss.

[115] Valentini V., Dentro lo scrigno del legislatore penale. Alcune disincantate osservazioni sulla recente legge anti – corruzione, 2013, in www.dirittopenalecontemporaneo.it.

[116] Così Corte d’Appello di Milano, sez. II, sent. 18 luglio 2014, n. 6000, in https://archiviodpc.dirittopenaleuomo.org; in tal senso anche Sessa A., Concussione e induzione indebita, cit.

[117] V. in particolare nota n°84.

[118] Pelissero M., Concussione e induzione indebita a dare e a promettere utilità, cit., p. 243.

[119] Masullo M.N., I delitti di concussione e di induzione indebita a dare o promettere utilità, cit., p. 124.

[120]Collica M.T., La tenuta della sentenza Maldera, tra conferme e nuovi disorientamenti, 2017, in www.dirittopenalecontemporaneo.it; Catenacci M. (a cura di), I delitti dei pubblici ufficiali contro la Pubblica Amministrazione, cit., p. 77 ss.

[121] Masullo M.N., I delitti di concussione e di induzione indebita a dare o promettere utilità, cit., p. 124.

[122] SS.UU., sent. n. 12228/2013, cit., punto 24.2.

[123] V. infra §4.

[124] Pelissero M., Concussione e induzione indebita a dare e a promettere utilità, cit., p. 280.

[125] Pelissero M., Concussione e induzione indebita a dare e a promettere utilità, cit., p. 281.

[126] Romano m., I delitti contro la pubblica amministrazione. I delitti dei pubblici ufficiali, Milano, 2013, p. 166 ss.

[127] Di cui si è già accennato, v. nota n° 105.

[128] Si v. Cingari F., Repressione e prevenzione della corruzione pubblica, cit., p. 133.

[129] Ampiamente in tema Castaldello C., Fattispecie “ad evento psichico”. In particolare le ipotesi di corruzione, concussione, e di induzione indebita a dare o promettere utilità: davvero possibile tracciare un discrimen definitivo?, in Riv. trim. dir. pen. econ., 1 -2, 2016.

[130] SS.UU., sent. n. 12228/2013, cit., punto 24.3.

[131] In tema Catenacci M. (a cura di), I delitti dei pubblici ufficiali contro la Pubblica Amministrazione, cit., p. 85 ss.

[132] Il pubblico agente è sottoposto a pene edittali diverse a seconda che il fatto sia sussunto nella fattispecie di concussione o di corruzione, mentre per il privato ne conseguirà la qualificazione, rispettivamente, di vittima del reato o di co – autore.

[133] In tal senso per tutti Manzini V., Trattato di diritto penale italiano, in Nuvolone, Pisapia (a cura di), Torino, Utet, 1982, p. 213.

[134] Romano m., I delitti contro la pubblica amministrazione. I delitti dei pubblici ufficiali, cit., p. 162.

[135] Cfr. Cass., sez. VI, sent. 13 novembre 1997, con nota di Ronco M., in Giur. it., 1998.

[136] Il diverso disvalore della concussione risiede nella condotta di costrizione.

[137] Si v. Spena A., Il turpe mercato. Teoria e riforma dei delitti di corruzione pubblica, Milano, Giuffrè, 2003, p. 374 ss.; Grosso C.F., Artt. 318 – 322, in Padovani T. (a cura di), I delitti dei pubblici ufficiali contro la pubblica amministrazione, Torino, Utet, 1996, p. 225.

[138] Pagliaro A., Relazione introduttiva, in Palazzo F. (a cura di), Revisione e riformulazione delle norme in tema di corruzione e concussione, Bari, Laterza, 1996, p. 24 ss.; o più semplicemente di indizio Pelissero M., Concussione e induzione indebita a dare e a promettere utilità, cit., p. 276.

[139] Antolisei F., Manuale di diritto penale. Parte speciale, in Grosso C.F. (a cura di), Milano, Giuffrè, 2008, p. 348.

[140] Cfr. Cass., sez. VI, sent. 8 novembre 1996, in Cass. pen., 1998, 71.

[141] Amato G., Concussione: resta solo la condotta di “costrizione”, cit.

[142] Così Cingari F., Repressione e prevenzione della corruzione pubblica, cit.

[143] Ronco M., Sulla distinzione tra corruzione e concussione, in Giur. it., 1998, 1456.

[144] Tra i primi a definire tale elemento Pannain R., I delitti dei pubblici ufficiali contro la pubblica amministrazione, Napoli, Jovene, 1966, p. 127.

[145] Si v. Spena A., Per una critica all’art. 319 – quater c.p. Una terza via tra concussione e corruzione, 2013, in www.dirittopenalecontemporaneo.it; Segreto A., de luca G., Delitti dei pubblici ufficiali contro la pubblica amministrazione, cit., p. 391.

[146] Si v. Cass, sez. VI, sent. 6 febbraio 1992, in Cass. pen., 1993, 478; sez. VI, sent. 13 gennaio 2000, in Riv. pen., 2001, 742; sez. VI, sent. 15 aprile 2010, in Guida dir., 2010, 40, 89.

[147] Romano m., I delitti contro la pubblica amministrazione, cit., p. 164; Seminara S., Delitti contro la pubblica amministrazione, p. 778.

[148] Cass., sent. 13 novembre 1997, cit.

[149] Cfr. Cass., sez. VI, sent. 6 dicembre 1988, in Cass. pen., 1990, 408.

[150] V. Cass., sez. VI, sent. 28 settembre 1999, in Guida dir., 1999, 91.

[151] Cingari F., Repressione e prevenzione della corruzione pubblica, cit., p. 119 ss.

[152] Forti C., Sulla distinzione fra i reati di corruzione e concussione, in Studium Juris, 1997, p. 730; si è parlato anche di processualizzazione della distinzione tra le fattispecie in funzione delle esigenze repressive in sede di accertamento dei fatti, Padovani T., La messa a “libro paga” del pubblico ufficiale ricade nel nuovo reato di corruzione impropria, in Guida dir., 2012.

[153] V. infra § 5, in particolare la nota n° 151.

[154] SS.UU., sent. n. 12228/2013, cit., punto 24.1.

[155] Per entrambe v. supra, rispettivamente, §§ 2.1 – 2.2.

[156] Cingari F., Repressione e prevenzione della corruzione pubblica, cit., p. 122 ss. In passato sono stati proposti alcuni disegni di legge volti a introdurre nell’ordinamento una specifica ipotesi di reato di concussione ambientale, la quale avrebbe dovuto prevedere la punibilità del p.u. dell’i.p.s. in quali « [ … ] nell’esercizio delle funzioni e del servizio, giovandosi dell’altrui stato di soggezione, da lui non volontariamente causato, riceve per sé o per un terzo, denaro o altra utilità non dovuto o ne accetta la promessa», così i progetti di legge Vassalli n. 2441, Martinazzoli n. 2844, e della Commissione Pagliaro, si v. per un’analisi dei primi due Palombi E., Il delitto di concussione nelle prospettive di riforma, in Giust. pen., 1987; per il terzo Fornasari G., Reati contro la pubblica amministrazione, in Bondi, Di Martino, Fornasari, Torino, Giappichelli, 2008. I progetti di legge cui si è fatto cenno furono tuttavia criticati per violazione del principio di determinatezza e per il rischio di depotenziamento della tutela penale, v. Cingari F., La concussione, I delitti di corruzione, millantato credito, delitti di indebito esercizio di funzioni pubbliche e professioni, in Palazzo F. (a cura di), Delitti contro la pubblica amministrazione, Napoli, Esi, 2011.

[157] Cfr. Cass., sez. VI, sent. 25 marzo 2009, in Riv. pen., 2009, 973.

[158] Cass., sez. VI, sent. 17 novembre 1994, in Cass. pen., 1995, 2129.

[159] Cass., sez. VI, 13 luglio 1998, con nota di Manes V., in Foro.it, 1999, 644.

[160] Pelissero M., Concussione e induzione indebita a dare e a promettere utilità, cit., p. 210 – 211.

[161] Cass., sez. VI, 13 luglio 1998, con nota di Manes V., cit.

[162] Cass., sent. 13 aprile 2000, in Studium Juris, 2001, 476.

[163] Benussi C., I delitti contro la pubblica amministrazione, cit., p. 504; Viganò F., La riforma dei delitti di corruzione, in Libro dell’anno del diritto Treccani, cit., p. 10.

[164] Pisa P., Una sentenza equilibrata per un problema complesso, cit., p. 571; Pelissero M., Concussione e induzione indebita a dare e a promettere utilità, cit., p. 213.

[165] Si v. Pelissero M., Concussione e induzione indebita a dare e a promettere utilità, cit., p. 185 ss.

[166] Seminara S., I delitti di concussione, corruzione per l’esercizio della funzione e induzione indebita, cit., p. 17.

[167] Romano m., I delitti contro la pubblica amministrazione. I delitti dei pubblici ufficiali, cit., p. 104 – 105.

[168] Pelissero M., Concussione e induzione indebita a dare e a promettere utilità, cit., p. 214.

[169] Ibidem.

[170] V. supra, a esempio §2.1.1, in part. nota n° 107.

[171] V. Castaldello C., Fattispecie “ad evento psichico”, cit.

[172] In generale sul principio di legalità sostanziale, e in particolare sulla distinzione tra principio di determinatezza, tipicità e tassatività si v. Bellomo F., Nuovo sistema del diritto penale, Bari, Diritto e Scienza, 2015, p. 121 ss.

[173] SS.UU., sent. n. 12228/2013, cit., punto 10.

[174] SS.UU., sent. n. 12228/2013, cit., punto 3.

[175] V. supra §3.

[176] Castaldello C., Fattispecie “ad evento psichico”, cit., p. 31.

[177] Cornacchia L., Il problema della c.d. causalita` psichica rispetto ai condizionamenti mentali, in Canestrari S., Fornasari G. (a cura di), Nuove esigenze di tutela nell’ambito dei reati contro la persona, Bologna, 2001, 200 ss.

[178] Hart H.L.A., Honorè A.M., Causation in the Law, Oxford, 1985, 48.

[179] Manes V., Corruzione senza tipicità, cit., p. 11 – 12.

[180] Ibidem, ove l’A. richiama a titolo esemplificativo la definizione di “corruzione” fornita dall’ANAC, la quale prescinde dalla nozione penalistica. Tali considerazioni inoltre evidenziano il ritorno del protagonismo del corpus delicti come uno comune denominatore delle fattispecie di reato in esame, rappresentato in tal caso dalla dazione illecita, si v. Gargani A., Dal corpus delicti al Tatbestand. Le origini della tipicità penale, Milano, 1997.

[181] Sulla processualizzazione della fattispecie penale si v. Sgubbi F., Reati contro la p.a. e sindacato del giudice penale sull’attività amministrativa: il legislatore alla rincorsa del pubblico ministero, in Dir. pubblico, 1997, 99 ss.

[182] SS.UU., sent. n. 12228/2013, cit., punto 15.

[183] Cfr. SS.UU., sent. n. 12228/2013, cit., punto 22.

[184] Manes V., Corruzione senza tipicità, cit., p. 14.

[185] Ibidem, il quale riporta Padovani T., Corso di lezioni di diritto penale. Il concorso di persone, Scuola Superiore Sant’Anna, Pisa, 3 febbraio 2010.

[186] In tema Pulitanò D., Sull’interpretazione e gli interpreti della legge penale, in Studi in onore di Giorgio Marinucci, Milano, 2006, 675.

[187] Cfr. Cass., SS.UU., 27 aprile 2017, n. 40076, con nota di Biondi G., Le Sezioni Unite Paternò e le ricadute della sentenza Corte EDU De Tommaso c. Italia sul delitto ex art. 75 comma 2, D. lgs. n. 159/2011: luci ed ombre di una sentenza attesa, 31 ottobre 2017, in www.dirittopenalecontemporaneo.it; v. anche Palazzo F., Legalità fra law in the books e law in action, in AA.VV., Cassazione e legalità penale, Roma, 2017.

[188] Bellomo F., Nuovo sistema del diritto penale, cit., p. 161, il quale descrive il significato della “fattispecie” come “figura del fatto” in termini biunivoci, ovvero come descrizione normativa del fatto (predominio della legge sulla realtà), e descrizione conforme alla fenomenologia del fatto (predominio della realtà sulla legge).

[189] V. supra §2.1.

[190] Si v. Bellomo F., Nuovo sistema del diritto penale, cit., p. 165 ss.

[191] Si v. Santosuosso A. (a cura di), Le neuroscienze e il diritto, Ibis, 2009.

[192] Ampiamente in tema Bianchi A., Gulotta G., Sartori G. (a cura di), Manuale di neuroscienze forensi, Giuffrè, 2009.