Corte costituzionale 11 marzo 2024, n. 41

La Corte costituzionale nella sentenza n. 41 dell’11 marzo 2024 ha affermato che un provvedimento  di archiviazione per prescrizione del reato, che esprima apprezzamenti sulla colpevolezza della  persona indagata, viola “in maniera eclatante” il suo diritto costituzionale di difesa e il suo diritto al  contraddittorio, oltre che il principio della presunzione di non colpevolezza. 

Nel caso all’esame del Tribunale, una persona già sottoposta a indagini era casualmente venuta a  conoscenza di un provvedimento di archiviazione per prescrizione già pronunciato nei suoi  confronti, in cui si affermava, tra l’altro, che le accuse rivolte contro di lei erano suffragate da  molteplici elementi di riscontro, puntualmente elencati. La persona interessata aveva, quindi,  proposto reclamo contro il provvedimento, manifestando al tempo stesso la propria volontà di  rinunciare alla prescrizione. 

La Corte ha evidenziato che tanto l’iscrizione nel registro degli indagati, quanto il provvedimento di  archiviazione che chiude le indagini, sono provvedimenti concepiti dal legislatore come “neutri”,  dai quali è erroneo far discendere conseguenze negative per la reputazione dell’interessato. Se però  il provvedimento di archiviazione esprime giudizi sulla colpevolezza dell’imputato, esso risulterà  del tutto indebito, “a fronte della considerazione che, una volta riscontrato l’avvenuto decorso del  termine di prescrizione, gli stessi poteri di indagine e di valutazione del pubblico ministero sui fatti  oggetto della notitia criminis vengono meno”. 

Sottolinea, ancora, la Consulta che provvedimenti simili “sono in concreto suscettibili di produrre – ove per qualsiasi ragione arrivino a conoscenza dei terzi, come spesso accade – gravi pregiudizi alla  reputazione, nonché alla vita privata, familiare, sociale e professionale, delle persone interessate”.  Quindi, ne deriva che il complessivo bilanciamento degli interessi che vengono in rilievo richiede che sia sempre assicurata all’interessato la possibilità di un ricorso effettivo contro questi  provvedimenti, che indebitamente inseriscono in un’archiviazione il contenuto tipico di una  sentenza di condanna, senza che l’indagato – in ipotesi rimasto all’oscuro dell’indagine – abbia  avuto alcuna concreta possibilità di esercitare il proprio diritto al contraddittorio rispetto agli  elementi raccolti a suo carico dal pubblico ministero. 

Corte costituzionale 11 marzo 2024, n. 41

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO 

REPUBBLICA ITALIANA 

LA CORTE COSTITUZIONALE 

composta da: Presidente: Augusto Antonio BARBERA; Giudici : Franco MODUGNO, Giulio  PROSPERETTI, Giovanni AMOROSO, Francesco VIGANÒ, Luca ANTONINI, Stefano PETITTI,  Angelo BUSCEMA, Emanuela NAVARRETTA, Maria Rosaria SAN GIORGIO, Filippo  PATRONI GRIFFI, Marco D’ALBERTI, Giovanni PITRUZZELLA, Antonella SCIARRONE  ALIBRANDI, 

ha pronunciato la seguente 

SENTENZA

nel giudizio di legittimità costituzionale dell’art. 411, comma 1-bis, del codice di procedura  penale, promosso dal Tribunale ordinario di Lecce, sezione seconda penale, sul reclamo proposto da  D.A.R. S., con ordinanza del 21 novembre 2022, iscritta al n. 6 del registro ordinanze 2023 e  pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 6, prima serie speciale, dell’anno 2023. 

Visti l’atto di costituzione di D.A.R. S., nonché l’atto di intervento del Presidente del Consiglio  dei ministri; 

udito nell’udienza pubblica del 10 gennaio 2024 il Giudice relatore Francesco Viganò; uditi gli avvocati Raul Donato Pellegrini e Alessandro Lucchetti per D.A.R. S. e l’avvocato  dello Stato Massimo Giannuzzi per il Presidente del Consiglio dei ministri; 

deliberato nella camera di consiglio del 24 gennaio 2024. 

Ritenuto in fatto 

1.– Con ordinanza del 21 novembre 2022, il Tribunale ordinario di Lecce, sezione seconda  penale, ha sollevato, in riferimento agli artt. 3, 24, secondo comma, e 111, commi secondo e terzo,  della Costituzione, questioni di legittimità costituzionale dell’art. 411, comma 1-bis, del codice di  procedura penale, «nella parte in cui non prevede che, anche in caso di richiesta di archiviazione per  estinzione del reato per intervenuta prescrizione, il pubblico ministero debba darne avviso alla  persona sottoposta alle indagini e alla persona offesa, estendendo a tale ipotesi la medesima  disciplina prevista per il caso di archiviazione disposta per particolare tenuità del fatto, anche sotto  il profilo della nullità del decreto di archiviazione emesso in mancanza del predetto avviso e della  sua reclamabilità dinanzi al Tribunale in composizione monocratica». 

1.1.– Innanzi al rimettente pende reclamo, proposto ai sensi dell’art. 410-bis cod. proc. pen.  nell’interesse di D.A.R. S., avverso il decreto con il quale il Giudice per le indagini preliminari del  Tribunale di Lecce ha disposto l’archiviazione del procedimento penale aperto nei suoi confronti,  richiamando e condividendo le motivazioni contenute nella corrispondente richiesta formulata dal  pubblico ministero procedente. 

Dall’ordinanza di rimessione e dai numerosi documenti prodotti dalla parte nel procedimento  innanzi a questa Corte si evince che D.A.R. S. è un magistrato attinto da indagini avviate dalla  Procura della Repubblica di Lecce in seguito alle dichiarazioni di un imprenditore, che lo aveva  accusato di avere percepito rilevanti somme di denaro in cambio della risoluzione, in termini  favorevoli allo stesso imprenditore e alla sua famiglia, di una serie di controversie con l’Agenzia  delle entrate pendenti innanzi alla commissione tributaria di cui il magistrato era, all’epoca,  componente. 

Avendo appreso da notizie di stampa delle accuse rivolte nei propri confronti dall’imprenditore,  il magistrato denunciava quest’ultimo per calunnia. 

Il 28 settembre 2021 il pubblico ministero procedente nei confronti del magistrato richiedeva al  GIP del Tribunale di Lecce l’archiviazione del relativo procedimento penale. In particolare, nella  richiesta di archiviazione si affermava che una parte delle accuse concernessero fatti qualificabili  come corruzioni in atti giudiziari, che sarebbero stati commessi negli anni 2010 e 2011. La  ricostruzione dell’imprenditore sarebbe stata suffragata da «molteplici elementi di riscontro  documentali», puntualmente elencati nella richiesta di archiviazione; ma l’avvenuto decorso del  termine di prescrizione avrebbe escluso «la possibilità di giungere ad una archiviazione con una  formula diversa che attinga il merito della vicenda». La restante parte delle accuse riguardavano  invece fatti – qualificabili come traffico di influenze illecite e collocati, secondo la ricostruzione  dell’imprenditore, nel 2016 – rispetto ai quali, pur a fronte della ritenuta attendibilità  dell’accusatore, sarebbero mancati «riscontri oggettivi individualizzanti» ai sensi dell’art. 192 cod.  proc. pen., con conseguente impossibilità di sostenere l’accusa in giudizio rispetto ad essi. 

Il 29 settembre 2021 il GIP aveva emesso decreto di archiviazione «per le ragioni  analiticamente esposte dal p.m. nella sua richiesta, ritenute corrette in fatto e in diritto e, perciò,  pienamente condivise» dallo stesso GIP.

Conformemente alla disciplina processuale vigente, né la richiesta di archiviazione, né il  successivo decreto di archiviazione venivano comunicati all’indagato. 

Il 27 ottobre 2021 a quest’ultimo era stato invece notificato, nella sua qualità di persona offesa  nel relativo procedimento per calunnia nei confronti dell’imprenditore che lo aveva accusato di  corruzione in atti giudiziari, l’avviso della richiesta di archiviazione formulata dal pubblico  ministero. Da quella richiesta il magistrato aveva appreso della parallela richiesta di archiviazione  che concerneva la propria posizione. 

Il magistrato, a questo punto, formulava al pubblico ministero e al GIP dichiarazione di rinuncia  alla prescrizione per tutti i reati ipotizzati nei propri confronti, chiedendo altresì che non fosse  emesso il decreto di archiviazione; ma il 2 novembre 2021 il pubblico ministero gli comunicava il  non luogo a provvedere sulla sua istanza, dal momento che il GIP aveva ormai disposto  l’archiviazione, con il menzionato provvedimento del 29 settembre 2021. 

Il 9 novembre 2021 il magistrato, a mezzo del proprio difensore, proponeva reclamo al  Tribunale, ai sensi dell’art. 410-bis cod. proc. pen., avverso il decreto di archiviazione emesso nei  propri confronti, assumendone l’illegittimità per violazione del principio del contraddittorio. In  particolare, il magistrato si doleva di non essere mai stato posto in condizione di esercitare il  proprio diritto a rinunziare alla prescrizione, e dunque a esercitare il proprio «“diritto al processo” e,  quindi, alla prova, nell’ambito dell’inalienabile diritto alla difesa, sancito dall’art. 24 Cost., in  sintonia, peraltro con la presunzione di innocenza, di cui all’art. 27, comma 2, della stessa Carta  costituzionale, ed all’art. 6, par. 2, CEDU»; diritto che, a suo avviso, dovrebbe essere esercitabile in  ogni stato e grado del giudizio. E ciò anche in relazione al suo concreto interesse a essere giudicato  nel merito in ordine alle accuse rivoltegli, suscettibili di produrre grave nocumento alla sua sfera  professionale e lavorativa. In conclusione, il reclamante chiedeva l’annullamento parziale del  decreto di archiviazione, limitatamente alla statuizione relativa all’intervenuta prescrizione, con  riferimento in particolare agli episodi qualificati come corruzione in atti giudiziari. 

1.2.– Il giudice del reclamo, rimettente nel procedimento incidentale innanzi a questa Corte,  ritiene che il rimedio di cui all’art. 410-bis cod. proc. pen. sia effettivamente funzionale alla tutela  del diritto al contraddittorio, ma – contrariamente a quanto assunto dal reclamante – sottolinea come  il legislatore lo abbia circoscritto alle nullità ivi tassativamente indicate, che attengono  all’osservanza di specifici obblighi stabiliti da altre disposizioni contigue; ciò che escluderebbe ogni  possibilità di interpretazione costituzionalmente orientata della disposizione. Il rimedio non sarebbe,  pertanto, utilizzabile per sanzionare la violazione di un onere informativo non previsto da alcuna  norma del codice. 

Tuttavia, proprio la mancata previsione di tale onere informativo alla persona sottoposta alle  indagini in caso di richiesta di archiviazione per intervenuta prescrizione del reato pretermetterebbe,  ad avviso del giudice a quo, il diritto dell’indagato a rinunciare alla causa estintiva, e pertanto  violerebbe: 

– l’art. 3 Cost., «creando evidente disparità di trattamento rispetto a chi ben può agevolmente  avvalersi del diritto di rinuncia alla prescrizione soltanto perché la maturazione della causa estintiva  casualmente coincide con una diversa fase processuale», nonché rispetto alla persona sottoposta alle  indagini nei cui confronti venga richiesta l’archiviazione del procedimento per particolare tenuità  del fatto, che deve essere invece avvisata della richiesta di archiviazione; 

– l’art. 24, secondo comma, Cost., «in quanto la rinuncia o meno alla prescrizione rientra in una  precisa scelta processuale dell’indagato/imputato formulabile in ogni stato e grado del processo ed  esplicativa del proprio inviolabile diritto di difesa inteso come diritto al giudizio e con esso a quello  alla prova»; 

– l’art. 111, commi secondo e terzo, Cost., «attesa l’elusione del contraddittorio con l’indagato  necessario ad assicurargli la piena facoltà di esercitare i suoi diritti, tra cui quello alla rinuncia alla  prescrizione». 

Il rimettente richiama in proposito la sentenza n. 111 del 2022 di questa Corte, nonché recenti  pronunce della Corte di cassazione (sezione prima penale, sentenza 3 ottobre 2019-4 febbraio 2020, 

n. 4671; sezione terza penale, sentenza 30 gennaio-25 maggio 2020, n. 15758), a sostegno della tesi  secondo cui il principio di ragionevole durata del processo non potrebbe mai andare a discapito dei  principi costituzionali di ragionevolezza, di inviolabilità del diritto di difesa e del contraddittorio  come elemento costitutivo del giusto processo: principi – questi ultimi – dei quali il diritto a  rinunziare alla prescrizione sarebbe a sua volta componente essenziale. Conseguentemente, «la  pronuncia di un decreto di archiviazione de plano dichiarativo dell’estinzione del reato per  intervenuta prescrizione senza che sia previsto alcun preventivo onere informativo dell’indagato  sulla determinazione conclusiva assunta dal Pubblico Ministero e, conseguentemente, alcuna  sanzione per la mancata interlocuzione» eliderebbe «in radice ogni possibilità per l’indagato di  attivare il proprio diritto a una verifica di merito […] sebbene la legge sancisca la rinunciabilità alla  prescrizione in ogni stato e grado del giudizio». 

Dopo aver rammentato che la rinunciabilità della prescrizione è stata introdotta dalla sentenza  n. 275 del 1990 di questa Corte, il rimettente sottolinea che «una facoltà è realmente tale soltanto se  si pone il suo titolare nell’effettiva condizione di esercitarla», ciò che non avverrebbe ove la persona  sottoposta alle indagini non venga informata della richiesta di archiviazione per intervenuta  prescrizione formulata nei propri confronti. 

Un onere informativo della persona sottoposta alle indagini è peraltro già previsto – prosegue il  rimettente – dall’art. 411, comma 1-bis, cod. proc. pen. nell’ipotesi in cui l’archiviazione sia  richiesta per particolare tenuità del fatto; ipotesi che costituirebbe «un preciso punto di riferimento,  già presente nel sistema legislativo, in grado di orientare l’intervento della Corte costituzionale  verso una soluzione non arbitraria», secondo i principi ripetutamente espressi da questa Corte in  merito ai limiti del proprio sindacato (sono citate le sentenze n. 185 e n. 63 del 2021, n. 252 e n. 224  del 2020, n. 99 e n. 40 del 2019, n. 233 e n. 222 del 2018, n. 236 del 2016). Nel caso in esame, «la  soluzione normativa che appare più adeguata e congeniale con il sistema vigente» sarebbe per  l’appunto «l’estensione della disciplina già stabilita dal legislatore per il caso di richiesta di  archiviazione per particolare tenuità del fatto anche all’ipotesi di richiesta di archiviazione per  intervenuta prescrizione del reato». 

Ove questa Corte accogliesse tale soluzione, conclude il rimettente, il richiamo all’art. 411,  comma 1-bis, cod. proc. pen. «consentirebbe di configurare anche in caso di mancanza del predetto  avviso un’ipotesi di nullità del decreto di archiviazione eccepibile con lo strumento del reclamo  dinanzi al Tribunale in composizione monocratica». 

2.– È intervenuto in giudizio il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso  dall’Avvocatura generale dello Stato, chiedendo che le questioni siano dichiarate non fondate. L’interveniente sottolinea anzitutto la diversità della posizione dell’imputato già tratto a  giudizio rispetto a quella della persona sottoposta alle indagini in un procedimento nell’ambito del  quale venga richiesta l’archiviazione per intervenuta prescrizione; diversità dalla quale  discenderebbe la non fondatezza della doglianza di violazione dell’art. 3 Cost. per effetto della  mancata previsione di un onere informativo, nei confronti della persona sottoposta alle indagini,  relativo alla richiesta medesima. 

Né sarebbe ipotizzabile una violazione degli artt. 24, secondo comma, e 111, secondo comma,  Cost., dal momento che la mancata informazione della persona sottoposta alle indagini non  pregiudicherebbe alcun suo interesse giuridicamente rilevante. In effetti, un pregiudizio sarebbe  configurabile soltanto «nell’ipotesi in cui l’indagato deduca uno specifico interesse ad impugnare  un decreto di archiviazione fondato sull’intervenuta prescrizione del reato, come nell’ipotesi in cui  lo stesso, dopo aver trascorso un periodo di sottoposizione a custodia cautelare in carcere fosse  interessato a far valere l’ingiustizia della detenzione preventiva inflittagli per ottenere un  indennizzo». «[I]n tale ipotesi» tuttavia – prosegue l’interveniente – «già la normativa vigente  anteriormente all’introduzione nell’ordinamento dell’art. 410 bis c.p.p., consentiva all’indagato di  impugnare col mezzo di impugnazione allora previsto (ricorso per cassazione) il decreto di  archiviazione emesso per prescrizione del reato al fine di consentirgli di esercitare il diritto a  rinunciare alla prescrizione» (è citata Corte di cassazione, sezione sesta penale, sentenza 24 aprile-8 

giugno 2018, n. 26289). A seguito poi dell’introduzione dell’art. 410-bis cod. proc. pen., il mezzo di  impugnazione che permetterebbe di far valere tale diritto sarebbe costituito dal reclamo proponibile  innanzi al tribunale in composizione monocratica. 

3.– Il reclamante nel giudizio a quo si è costituito in giudizio, chiedendo l’accoglimento delle  prospettate questioni di legittimità costituzionale, ripercorrendo adesivamente le argomentazioni  svolte nell’ordinanza di rimessione e illustrando le ragioni per le quali egli avrebbe interesse a una  pronuncia sul merito delle accuse rivoltegli dal denunciante. In particolare, i fatti a lui contestati  sarebbero «di natura particolarmente esecrabile ed odiosa per un magistrato del suo rango e frutto di  dichiarazioni false e calunniose», rispetto ai quali egli avrebbe un chiaro interesse ad affrontare il  giudizio per essere prosciolto nel merito. E ciò anche in relazione ai pregiudizi da lui già subiti in  conseguenza delle accuse rivoltegli, per le quali egli avrebbe già subito un procedimento  disciplinare che – pur ormai archiviato – avrebbe «conservato l’“ombra” della prescrizione, tanto da  essere già stata strumentalizzata in sede di valutazione finalizzata alla assegnazione dell’incarico  direttivo» al quale lo stesso reclamante aspirava. 

In prossimità dell’udienza, la parte ha depositato memoria illustrativa, in cui confuta gli  argomenti dell’Avvocatura generale dello Stato, osservando in particolare come il diritto a  rinunciare alla prescrizione durante il procedimento non possa dipendere dalla casuale circostanza  che l’interessato venga o meno a conoscenza dello stesso. Piuttosto, ogni cittadino sottoposto a  indagini dovrebbe «essere portato a conoscenza del loro esito, anche nel caso di archiviazione per  intervenuta prescrizione proprio per evitare la causa di proscioglimento (di rito) ed accedere alla  formula di archiviazione che escluda, nel merito, la sussistenza dei fatti ascritti o la loro  configurabilità come reato». Non potrebbe, infatti, affermarsi «che solo l’imputato subisce  pregiudizi per il fatto di essere sottoposto a processo: al contrario, nella grande maggioranza dei  casi, è proprio la fase delle indagini preliminari a lasciare “una macchia” indelebile sulla persona  dell’indagato», che egli non potrebbe neppure tentare di eliminare, «non sussistendo alcun obbligo  di notifica della richiesta di archiviazione per prescrizione nei suoi confronti ed essendo quindi a lui  impedito di rinunciare alla prescrizione». 

D’altra parte – prosegue il reclamante nel giudizio a quo – il pregiudizio da lui subito sarebbe  dimostrato dall’utilizzazione del provvedimento di archiviazione da parte della Quinta commissione  del Consiglio superiore della magistratura, in sede di audizione conseguente alla sua domanda di  conferimento di un incarico direttivo, come risulta dai relativi verbali e dalla delibera conclusiva  allegati alla memoria illustrativa. In tale delibera, osserva la parte, si legge d’altronde che le  argomentazioni dell’interessato non sarebbero idonee «in modo incontrovertibile», allo stato, ad  «attenuare la gravità del quadro probatorio quale risulta dalla menzionata richiesta di archiviazione  (condivisa dal GIP)»; tanto che la Quinta commissione si sarebbe determinata a soprassedere dalla  valutazione di tale quadro probatorio solo in conseguenza del reclamo al Tribunale di Lecce  proposto dallo stesso interessato avverso il decreto di archiviazione. 

Considerato in diritto 

1.– Con l’ordinanza indicata in epigrafe, il Tribunale ordinario di Lecce, sezione seconda  penale, ha sollevato, in riferimento agli artt. 3, 24, secondo comma, e 111, commi secondo e terzo,  Cost., questioni di legittimità costituzionale dell’art. 411, comma 1-bis, cod. proc. pen., «nella parte  in cui non prevede che, anche in caso di richiesta di archiviazione per estinzione del reato per  intervenuta prescrizione, il pubblico ministero debba darne avviso alla persona sottoposta alle  indagini e alla persona offesa, estendendo a tale ipotesi la medesima disciplina prevista per il caso  di archiviazione disposta per particolare tenuità del fatto, anche sotto il profilo della nullità del  decreto di archiviazione emesso in mancanza del predetto avviso e della sua reclamabilità dinanzi al  Tribunale in composizione monocratica». 

Dal tenore complessivo dell’ordinanza di rimessione si evince che il giudice a quo aspira a una  pronuncia additiva, con la quale questa Corte estenda l’obbligo – già ora previsto dalla disposizione  censurata – di avvisare la persona sottoposta alle indagini della richiesta di archiviazione per 

particolare tenuità del fatto, anche alla diversa ipotesi in cui tale archiviazione sia fondata  sull’intervenuta prescrizione del reato. L’avviso sarebbe, nell’ottica del rimettente, essenziale per  assicurare all’indagato la possibilità di rinunciare alla prescrizione prima che il procedimento sia  concluso, e di ottenere così una pronuncia sul merito degli addebiti oggetto del procedimento stesso. 

La mancata previsione di tale obbligo informativo determinerebbe, secondo il giudice a quo,  un vulnus al principio di eguaglianza di cui all’art. 3 Cost., creando una irragionevole disparità di  trattamento tra l’imputato – che ha sempre la possibilità di esercitare il proprio diritto di rinunciare  alla prescrizione – e la persona sottoposta alle indagini, la quale potrebbe essere rimasta del tutto  ignara sia delle indagini stesse, sia della determinazione del pubblico ministero di chiedere  l’archiviazione del procedimento per intervenuta prescrizione; e creerebbe una ulteriore disparità di  trattamento rispetto alla situazione dell’indagato nei cui confronti venga richiesta l’archiviazione  del procedimento per particolare tenuità del fatto, la quale deve essere avvisata della richiesta di  archiviazione. 

La disciplina vigente risulterebbe altresì incompatibile con l’art. 24, secondo comma, Cost., non  assicurando che la persona sottoposta alle indagini sia posta in condizione di rinunciare alla  prescrizione, e dunque di esercitare una facoltà che questa Corte, nella sentenza n. 275 del 1990, ha  considerato come parte integrante del diritto di difesa. 

Infine, sarebbe vulnerato il principio del contraddittorio di cui all’art. 111, commi secondo e  terzo, Cost., dal momento che la persona sottoposta alle indagini non sarebbe posta in grado di  esercitare il proprio diritto a provare la falsità degli addebiti oggetto del procedimento penale. 

2.– L’Avvocatura generale dello Stato non solleva alcuna eccezione di inammissibilità. In effetti le questioni, ampiamente argomentate sotto il profilo della non manifesta  infondatezza, sono altresì rilevanti per la definizione del giudizio a quo

Il rimettente è investito di un reclamo presentato, ai sensi dell’art. 410-bis cod. proc. pen., da  una persona destinataria di un decreto di archiviazione per prescrizione pronunciato dal GIP, senza  che le fosse mai stato dato avviso della relativa richiesta da parte del pubblico ministero. 

Il giudice a quo rileva che l’art. 410-bis cod. proc. pen. prevede, al comma 1, un elenco  tassativo di cause di nullità del decreto di archiviazione, che comprende l’omissione degli avvisi  della richiesta di archiviazione prescritti dalla legge, tra cui in particolare l’avviso alla persona  sottoposta alle indagini, previsto dal censurato art. 411, comma 1-bis, cod. proc. pen., nell’ipotesi in  cui il pubblico ministero ritenga che il reato sia di particolare tenuità. Nessun avviso è però previsto  nel caso in cui l’archiviazione sia richiesta per intervenuta prescrizione del reato.  Conseguentemente, il reclamo dovrebbe essere rigettato, non ricorrendo alcuna causa di nullità del  decreto di archiviazione. 

Laddove, invece, questa Corte ritenesse costituzionalmente illegittima la mancata previsione – da parte dello stesso art. 411, comma 1-bis, cod. proc. pen. – di un obbligo di avviso anche in questa  ipotesi, l’omissione di tale avviso determinerebbe una violazione dello stesso art. 411, comma 1-bis,  cod. proc. pen., sicché – nel caso concreto – il decreto di archiviazione pronunciato dal GIP  dovrebbe essere dichiarato nullo ai sensi dell’art. 410-bis, comma 1, cod. proc. pen. Ciò  comporterebbe – in base al successivo comma 4 del medesimo articolo – l’accoglimento del  reclamo e la restituzione degli atti al GIP. Esito, questo, che consentirebbe all’interessato – nella  prospettiva del rimettente – di esercitare in tempo utile il proprio diritto di rinunciare alla  prescrizione. 

3.– Nel merito, le questioni non sono fondate, nei sensi di seguito precisati. 

3.1.– Perno della prospettazione del giudice a quo, rispetto a tutti e tre i parametri costituzionali  evocati, è l’assunto secondo il quale non solo l’imputato, ma anche la persona sottoposta alle  indagini sarebbe titolare di un diritto, di rango costituzionale, a rinunciare alla prescrizione, e a  ottenere un giudizio sul merito dei fatti che hanno formato oggetto delle indagini. Tale diritto  discenderebbe dal diritto di difesa (art. 24, secondo comma, Cost.), nella sua declinazione più  specifica del diritto al contraddittorio (art. 111, commi secondo e terzo, Cost.), che garantirebbe alla 

persona sottoposta a indagini di poter sempre ottenere una «verifica di merito»  sulla notitia criminis che ha dato luogo alle indagini preliminari. 

Questo assunto, solo apparentemente ovvio, merita un attento esame. 

3.2.– La sentenza n. 275 del 1990 – superando il proprio precedente rappresentato dalla  sentenza n. 202 del 1971 – ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art. 157, cod. pen., nella  parte in cui non prevedeva che la prescrizione del reato potesse essere rinunciata dall’imputato. A  tale conclusione questa Corte è pervenuta valorizzando il diritto di difesa dell’imputato, «inteso  come diritto al giudizio e con esso a quello alla prova» (punto 3 del Considerato in diritto), sulla  base in sostanza delle argomentazioni già svolte dalla sentenza n. 175 del 1971, con la quale si era  affermata la rinunciabilità dell’amnistia. 

In quest’ultima sentenza si era in particolare sottolineato che «la rinunzia all’amnistia  costituisce esplicazione del diritto di difesa, sembrando chiaro discendere da tale affermazione  come in quest’ultimo sia da considerare inclusa non solo la pretesa al regolare svolgimento di un  giudizio che consenta libertà di dedurre ogni prova a discolpa e garantisca piena esplicazione del  contraddittorio, ma anche quella di ottenere il riconoscimento della completa innocenza, da  considerare il bene della vita costituente l’ultimo e vero oggetto della difesa, rispetto al quale le  altre pretese al giusto procedimento assumono funzione strumentale» (punto 8 del Considerato in  diritto). 

Va peraltro sottolineato come tanto la sentenza n. 175 del 1971 in materia di amnistia, quanto la  sentenza n. 275 del 1990 relativa alla prescrizione, siano state pronunciate in riferimento a processi  penali già instaurati; e come la ratio decidendi di entrambe queste sentenze sia ritagliata proprio su  questa ipotesi. 

Particolarmente eloquente, in proposito, la motivazione della sentenza n. 175 del 1971, in cui si  sottolinea che, con l’obbligo per il giudice di dichiarare l’estinzione del reato «in tutti i giudizi in  corso al momento del sopravvenire di un procedimento di amnistia», viene «compromessa  irreparabilmente la soddisfazione dell’interesse ad ottenere una sentenza di merito, vincolando  invece l’imputato a soggiacere ad una pronuncia di proscioglimento, la quale, appunto perché non  scende ad accertare e neppure solo a delibare la fondatezza dell’accusa […] non conferisce alcuna  certezza circa l’effettiva estraneità dell’imputato all’accusa contro di lui promossa, e quindi lascia  senza protezione il diritto alla piena integrità dell’onore e della reputazione». E ancora, alla riga  seguente, il riferimento è alla «rilevanza costituzionalmente protetta dell’interesse di chi sia  perseguito penalmente ad ottenere non già solo una qualsiasi sentenza che lo sottragga alla  irrogazione di una pena, ma precisamente quella sentenza che nella sua formulazione documenti la  non colpevolezza». 

«[G]iudizi in corso», «accusa contro di lui promossa», «perseguito penalmente»: tutte le  espressioni utilizzate in questa densa motivazione richiamano la situazione di un «imputato» che sia  già stato formalmente accusato di un reato in un giudizio. Non già quella di chi sia meramente  sottoposto a indagini in seguito a una notitia criminis che lo riguardi. 

La stessa sentenza n. 275 del 1990, pur se motivata in termini assai più sintetici, allude  chiaramente alla medesima situazione processuale, allorché afferma, nel capoverso conclusivo della  motivazione, che «in presenza della rinuncia alla estinzione, il giudice non potrà dare ad essa  immediata applicazione perché il reato non è estinto, e dovrà, perciò, dare ingresso alle prove  richieste e pronunciarsi sulla imputazione». Il riferimento è, anche qui, ad un giudizio già  incardinato: l’unico contesto, d’altronde, in cui un «giudice» sia tenuto a «dare ingresso alle prove  richieste» dall’imputato a proprio discarico. 

3.3.– Recependo il dispositivo della sentenza n. 275 del 1990, il legislatore del 2005, nel  riscrivere l’art. 157 del codice penale, ha espressamente precisato al settimo comma che «[l]a  prescrizione è sempre espressamente rinunciabile dall’imputato». 

Ancora una volta, il riferimento testuale è qui soltanto all’imputato, e dunque a colui nei cui  confronti è stata esercitata l’azione penale ai sensi dell’art. 60, comma 1, cod. proc. pen.

Ciò non escluderebbe, in verità, la possibilità di estendere in via ermeneutica alla persona  sottoposta alle indagini il diritto di rinunciare alla prescrizione. In effetti, l’art. 61 cod. proc. pen.  dispone in via generale che «[i] diritti e le garanzie dell’imputato si estendono alla persona  sottoposta alle indagini preliminari» (comma 1), e che «[a]lla stessa persona si estende ogni altra  disposizione relativa all’imputato, salvo che sia diversamente stabilito» (comma 2). Tuttavia,  l’applicabilità di questa regola generale – dettata con riferimento allo specifico contesto del codice  di procedura penale – non può essere considerata automaticamente e necessariamente trasferibile a  una regola dettata dal codice penale con riferimento alla prescrizione: istituto di cui è pacifica, nella  stessa giurisprudenza di questa Corte, la natura sostanziale anziché processuale (ex multis, sentenze  n. 140 del 2021, punto 12 del Considerato in diritto; n. 278 del 2020, punto 9 del Considerato in  diritto; n. 115 del 2018, punto 10 del Considerato in diritto). 

Né può essere considerato decisivo, contrariamente a quanto sostenuto nelle proprie memorie e  poi in udienza dalla difesa della parte, l’uso dell’avverbio «sempre» da parte dell’art. 157, settimo  comma, cod. pen. L’espressione è qui riferita a chi sia già «imputato» ai sensi dell’art. 60 cod. proc.  pen.: il quale potrà pertanto – nell’intero arco di tempo che va dall’esercizio dell’azione penale sino  al momento in cui il provvedimento che lo riguarda divenga irrevocabile – rinunciare alla  prescrizione. Purché, però, abbia già assunto la qualifica di imputato. 

Il dato normativo non è, dunque, conclusivo in un senso o nell’altro. 

3.4.– Quanto alla giurisprudenza penale, il quadro è – se possibile – ancora più sfocato. Una ormai remota sentenza, intervenuta all’indomani dell’entrata in vigore del vigente codice  di procedura penale, ha negato che la persona sottoposta a indagini abbia il diritto di rinunciare  all’amnistia (Corte di cassazione, sezione quinta penale, sentenza 12 dicembre 1991-4 febbraio  1992, n. 2314), in tal modo confinando il principio espresso dalla sentenza n. 175 del 1971 di questa  Corte alla posizione del solo imputato. 

Sulla stessa scia si è mossa, in materia di rinuncia alla prescrizione, una pronuncia che ha  giudicato non fondato un ricorso avverso un decreto di archiviazione per prescrizione, in cui  l’interessato si doleva – esattamente come nel caso oggetto del giudizio a quo – di non essere stato  posto in grado di rinunciarvi durante le indagini preliminari (Corte di cassazione, sezione sesta  penale, ordinanza 26 ottobre-7 dicembre 2005, n. 45001). 

Una più recente decisione ha invece ritenuto ammissibile e fondato un ricorso contro un decreto  di archiviazione per prescrizione relativo a un imputato che vi aveva già espressamente rinunciato  durante le indagini (Cass., n. 26289 del 2018): il che logicamente presuppone l’implicito  riconoscimento della possibilità, anche per la persona sottoposta alle indagini, di rinunciarvi – nel  caso allora in esame, allo scopo di conservare il diritto alla riparazione per ingiusta detenzione  conseguente alla custodia cautelare subita. Diritto che una costante giurisprudenza nega in larga  misura, in caso di estinzione del reato per prescrizione, a chi abbia subito un periodo di custodia  (sul punto, Corte di cassazione, sezione terza penale, sentenza 9 ottobre 2014-20 gennaio 2015, n.  2451; sezione quarta penale, sentenza 15 ottobre-4 novembre 2013, n. 44492). 

Una pronuncia di poco successiva, infine, ha negato che una persona già sottoposta a indagini  avesse un «interesse concreto all’instaurazione del contraddittorio» relativamente a un decreto di  archiviazione per prescrizione emesso de plano dal GIP, senza che la persona medesima – che  peraltro in quel caso non aveva subito alcuna custodia cautelare, né aveva allegato alcun altro  pregiudizio discendente dalle indagini – avesse avuto la possibilità di rinunciare alla prescrizione.  Infatti, osserva la sentenza, il decreto di archiviazione è «atto concepito dal legislatore come  anteriore all’esercizio dell’azione penale, correlato alla insussistenza degli estremi per esercitarla,  che in nessun modo può pregiudicare gli interessi della persona indicata come responsabile nella  notizia di reato, o l’interesse della pubblica accusa a riaprire le indagini» (Corte di cassazione,  sezione sesta penale, sentenza 23 ottobre-15 novembre 2019, n. 46491; in precedenza, nello stesso  senso, sezione terza penale, sentenza 17 novembre 2015-12 gennaio 2016, n. 818, e sezione prima  penale, sentenza 23 febbraio-18 marzo 1999, n. 1560).

La giurisprudenza penale di legittimità non pare, dunque, avere ancora affrontato – quanto  meno ex professo – la questione, centrale ai fini dell’odierno giudizio di legittimità costituzionale,  se alla persona sottoposta alle indagini debba essere riconosciuto in via generale – e dunque, a  prescindere dal caso specifico in cui sia stata destinataria di una misura cautelare – quel medesimo  diritto di rinunciare alla prescrizione che è pacificamente riconosciuto all’imputato, a valle  dell’esercizio dell’azione penale. 

3.5.– Questa Corte è pertanto chiamata, per la prima volta, a valutare se i parametri  costituzionali evocati dal rimettente – e cioè il diritto alla difesa in giudizio e al contraddittorio,  oltre che l’eguaglianza di trattamento tra imputato e indagato – impongano di estendere anche a  quest’ultimo il diritto già riconosciuto all’imputato dalla sentenza n. 275 del 1990. 

3.6.– In proposito, va anzitutto ribadito come la ratio essenziale delle pronunce di questa Corte  con le quali si è riconosciuto all’imputato il diritto costituzionale di rinunciare all’amnistia e alla  prescrizione riposi sulla necessità di consentire all’imputato medesimo di tutelare il proprio onore e  la propria reputazione contro il pregiudizio rappresentato da un’accusa formalizzata nei suoi  confronti. L’imputato deve, in tal caso, essere posto in condizione di difendersi in giudizio contro  l’accusa, e in particolare di esercitare il proprio diritto di «difendersi provando» (sentenza n. 318 del  1992, punto 5 del Considerato in diritto, nonché, ex multis, sentenza n. 260 del 2020, punto 7.6.  del Considerato in diritto), ossia di addurre prove in giudizio a proprio discarico, oltre che di  contestare le prove poste a fondamento dell’accusa. 

Non pare, tuttavia, a questa Corte che tale diritto debba in ogni caso estendersi anche alla fase  precedente all’esercizio dell’azione penale. 

3.7.– In effetti, la mera iscrizione nel registro delle notizie di reato che consegue  all’acquisizione di una notitia criminis non implica ancora che il pubblico ministero abbia effettuato  alcun vaglio, per quanto provvisorio, sulla sua fondatezza: tant’è vero che l’art. 335-bis cod. proc.  pen. esclude oggi espressamente qualsiasi effetto pregiudizievole di natura civile o amministrativa  per l’interessato in ragione di tale iscrizione, la quale è un atto dovuto una volta che il pubblico  ministero abbia ricevuto una notizia di reato attribuita a una persona specifica. Più in generale,  l’iscrizione nel registro è – e deve essere considerata – atto “neutro”, dal quale sarebbe affatto  indebito far discendere effetti lesivi della reputazione dell’interessato, e che comunque non può in  alcun modo essere equiparato ad una “accusa” nei suoi confronti. 

Parallelamente, il provvedimento di archiviazione, con cui il GIP si limita a disporre la chiusura  delle indagini preliminari conformemente alla richiesta del pubblico ministero, costituisce nella  sostanza null’altro che un contrarius actus rispetto a quello – l’iscrizione nel registro delle notizie  di reato – che determina l’apertura delle indagini preliminari. Se “neutro” è il provvedimento  iniziale, altrettanto “neutro” non può che essere il provvedimento conclusivo. Ad ogni effetto  giuridico. 

3.8.– Naturalmente, questa Corte è ben conscia della gravità dei danni che possono essere  provocati alla reputazione delle persone – e, a cascata, alla loro vita familiare, sociale, professionale  – a seguito della indebita propalazione, in particolare tramite la stampa, internet e i social media,  della mera notizia dell’apertura di procedimenti penali nei loro confronti, così come di eventuali  provvedimenti di archiviazione che diano comunque conto degli elementi a carico raccolti durante  le indagini, pur concludendo poi nel senso della impossibilità di esercitare l’azione penale, per  intervenuta prescrizione o per altra delle ragioni indicate dagli artt. 408 e 411 cod. proc. pen. 

Tuttavia, fermo restando quanto si dirà in ordine al carattere del tutto indebito dei  provvedimenti di archiviazione per prescrizione che esprimano valutazioni sulla colpevolezza della  persona già sottoposta alle indagini (infra, punto 4.1.), il tema qui in discussione è se i rimedi per la  tutela della reputazione dell’interessato debbano, per necessità costituzionale, comprendere anche la  rinuncia alla prescrizione, allo scopo di ottenere una pronuncia liberatoria sul merito  della notitia criminis

Al riguardo, va sottolineato come l’interessato disponga anzitutto dei mezzi ordinari a difesa  della propria reputazione – a cominciare dalla denuncia e/o querela per calunnia e diffamazione 

aggravata, sino all’azione aquiliana – contro qualsiasi privato che lo abbia ingiustamente accusato  di avere commesso un reato, nonché contro ogni indebita utilizzazione, da parte dei media, degli  elementi di indagine e dello stesso provvedimento di archiviazione, così da presentare di fatto la  persona come colpevole. 

Inoltre, un elementare principio di civiltà giuridica impone che tutti gli elementi raccolti dal  pubblico ministero in un’indagine sfociata in un provvedimento di archiviazione debbano sempre  essere oggetto di attenta rivalutazione nell’ambito di eventuali diversi procedimenti (civili, penali,  amministrativi, disciplinari, contabili, di prevenzione) in cui dovessero essere in seguito utilizzati,  dovendosi in particolare assicurare all’interessato le più ampie possibilità di contraddittorio,  secondo le regole procedimentali o processuali vigenti nel settore ordinamentale coinvolto. E ciò  tenendo sempre conto che durante le indagini preliminari la persona sottoposta alle indagini ha  possibilità assai limitate per esercitare un reale contraddittorio rispetto all’attività di ricerca della  prova del pubblico ministero e ai suoi risultati (riassunti o meno che siano in un provvedimento di  archiviazione), i quali dunque non potranno sic et simpliciter essere utilizzati in diversi  procedimenti senza che l’interessato possa efficacemente contestarli, anche mediante la  presentazione di prove contrarie. 

3.9.– Tutto ciò posto, questa Corte non ritiene debba riconoscersi in via generale alla persona  sottoposta a indagini la titolarità di un diritto costituzionale ad un accertamento negativo su  qualsiasi notitia criminis che la riguardi, da realizzare già nello specifico contesto del giudizio  penale. Un diritto, insomma, che implichi la possibilità di “difendersi provando” contro accuse mai  formalizzate dal pubblico ministero. 

Ove si intendesse ravvisare un tale diritto, occorrerebbe infatti chiarire in quale sede  processuale, e innanzi a quale autorità giudiziaria, esso sarebbe destinato ad essere esercitato. Le indagini preliminari, all’evidenza, non sono strutturate dal legislatore come luogo idoneo per  esercitare un tale diritto alla prova. La persona sottoposta alle indagini può, certo, compiere indagini  difensive attraverso il proprio avvocato; ma non ha alcun mezzo per obbligare il pubblico ministero  ad assumere prove a proprio discarico. 

Il diritto alla prova può, invece, fisiologicamente esercitarsi nell’ambito del processo, in cui si  dispiegano tutti i diritti e le garanzie difensive riconosciute all’imputato dal codice di procedura  penale, e prima ancora dalla Costituzione. Ma l’imputato, ancora una volta, non ha alcun mezzo per  obbligare il pubblico ministero, e poi lo stesso GIP, a provocare l’instaurazione di un processo, al  solo fine di poter dimostrare l’infondatezza della notitia criminis

Ed invero – pur nell’ambito di un sistema processuale in cui, per vincolo costituzionale, il  pubblico ministero ha l’obbligo di esercitare l’azione penale – la sussistenza dei presupposti di  legge per il suo esercizio, nel singolo caso concreto, resta affidata dalla legge vigente alla prudente  valutazione dello stesso pubblico ministero, sotto il controllo del GIP, ed eventualmente del giudice  dell’udienza preliminare. In particolare, l’art. 408, comma 1, cod. proc. pen., impone al pubblico  ministero di valutare se gli elementi acquisiti nel corso delle indagini preliminari consentano di  «formulare una ragionevole previsione di condanna o di applicazione di una misura di sicurezza  diversa dalla confisca»; e di richiedere al GIP l’archiviazione del procedimento nell’ipotesi in cui  egli ritenga di escludere tale ragionevole previsione. 

La ratio della disposizione – che enuncia oggi uno standard più selettivo rispetto a quello, in  vigore sino al 2022, imperniato sulla mera sussistenza di «elementi idonei a sostenere l’accusa in  giudizio» – sottende la consapevolezza, da parte del legislatore, che il processo penale è una risorsa  scarsa, che implica costi ingenti a carico di tutte le persone coinvolte, in termini materiali ed  “esistenziali” (sentenza n. 149 del 2022, punto 5.1.1. del Considerato in diritto), oltre che oneri  economici importanti per l’intera collettività. Una risorsa, dunque, da utilizzare con parsimonia, e  che il legislatore ha inteso, non certo irragionevolmente, sottrarre alla disponibilità tanto della  persona sottoposta alle indagini, quanto della stessa persona offesa – la quale può soltanto opporsi  innanzi al GIP alla richiesta di archiviazione del pubblico ministero (art. 410 cod. proc. pen.), ma  non determinare essa stessa l’esercizio dell’azione penale.

3.10.– Le considerazioni che precedono conducono a escludere che dai parametri costituzionali  evocati dal giudice rimettente discenda, in via generale, il diritto della persona sottoposta alle  indagini a rinunciare alla prescrizione. 

Se, infatti, il diritto a rinunciare alla prescrizione deriva dal diritto di “difendersi provando”,  secondo quanto affermato in sostanza dalla giurisprudenza di questa Corte poc’anzi richiamata, il  suo riconoscimento già durante le indagini preliminari dovrebbe idealmente accompagnarsi al  riconoscimento di un potere dispositivo della persona sottoposta alle indagini di provocare  l’instaurazione di un processo, in cui quel diritto possa essere utilmente esercitato. Potere – però – che il sistema processuale vigente non le riconosce, e che non le sarebbe riconosciuto nemmeno  laddove le odierne questioni di legittimità costituzionale fossero accolte, posto che al pubblico  ministero e poi al GIP residuerebbe sempre la possibilità, rispettivamente, di chiedere  l’archiviazione e di archiviare il procedimento, ritenendo non ragionevolmente prevedibile una  sentenza di condanna sulla base degli elementi acquisiti nel corso delle indagini. 

Né può ritenersi sussistente alcun vulnus all’art. 3 Cost. in conseguenza del differente  trattamento della persona sottoposta alle indagini rispetto all’imputato, quanto al diritto di  rinunciare alla prescrizione. La differenza di trattamento si giustifica proprio considerando la loro  differente situazione: la prima attinta da una mera notitia criminis, atto “neutro” dal quale non deve  – per esplicita indicazione normativa – derivare alcuna conseguenza pregiudizievole; il secondo  accusato invece formalmente della commissione di un reato da parte del pubblico ministero,  attraverso un atto di esercizio dell’azione penale che è funzionale all’instaurazione di un giudizio,  nel quale i suoi diritti difensivi garantiti dalla Costituzione e dal codice di rito potranno pienamente  dispiegarsi. 

Né, infine, sussiste una irragionevole disparità di trattamento tra l’ipotesi in cui l’archiviazione  è richiesta per prescrizione ovvero per particolare tenuità del fatto. In quest’ultimo caso, infatti,  l’interessato potrebbe essere soggetto a un provvedimento di archiviazione a valenza «soltanto  parzialmente liberatoria, con la quale si dà pur sempre atto dell’avvenuta commissione di un fatto di  reato, ancorché in concreto non punibile per la particolare esiguità del danno o del pericolo  cagionato» (sentenza n. 116 del 2023); provvedimento che, peraltro, sarà iscrivibile nel casellario  giudiziale. E ciò a differenza di quanto accade nel caso di archiviazione per prescrizione:  provvedimento “neutro”, che – come meglio si dirà (infra, punto 4.1.). – deve limitarsi a dare atto  dell’avvenuto decorso del tempo necessario a prescrivere, senza esprimere alcuna valutazione sulla  effettiva commissione del fatto di reato. 

3.11.– In definitiva, il diritto a rinunciare alla prescrizione, che questa Corte ha riconosciuto  nella sentenza n. 275 del 1990, deve essere rettamente inteso come diritto a difendersi “nel  giudizio” contro un’accusa già formulata dal pubblico ministero, al fine di vedere riconosciuta nel  merito l’infondatezza di tale accusa; ma non implica anche che si debba derivare dai principi  costituzionali un generale diritto “al giudizio”, ossia un diritto a che sia instaurato un processo nel  quale l’interessato sia posto in condizioni di dimostrare l’infondatezza di  qualsiasi notitia criminis che lo riguarda. 

Da ciò deriva, altresì, l’insussistenza di un vincolo costituzionale, al cui riconoscimento mirano  le questioni di legittimità costituzionale ora all’esame, nel senso della necessaria previsione di un  obbligo, a carico del pubblico ministero, di avvisare la persona sottoposta alle indagini della  richiesta di archiviazione per prescrizione formulata nei suoi confronti: obbligo che il rimettente fa  discendere, per l’appunto, dall’assunto di un diritto dell’indagato a rinunciare alla prescrizione  medesima. 

3.12.– La conclusione ora raggiunta appare in linea con la giurisprudenza della Corte europea  dei diritti dell’uomo, che – in particolare – ha in un’occasione negato che fosse stato violato il  diritto di accesso a un tribunale stabilito dall’art. 6, paragrafo 1, CEDU in conseguenza  dell’impossibilità, per un deputato turco, di rinunciare all’immunità di cui godeva in quanto  parlamentare e di ottenere un giudizio sul merito delle accuse formulate nei suoi confronti (Corte  EDU, grande camera, sentenza 3 dicembre 2009, Kart contro Turchia); e in un’altra occasione ha 

escluso, richiamando quel precedente, la violazione del diritto alla presunzione di innocenza di cui  all’art. 6, paragrafo 2, CEDU, in un caso in cui il ricorrente, tra l’altro, si doleva dell’impossibilità  di ottenere un giudizio sul merito della propria responsabilità penale, a fronte di un provvedimento  di archiviazione delle indagini per amnistia (Corte EDU, sentenza 17 gennaio 2017, Béres e altri  contro Ungheria). 

In entrambe le occasioni, la Corte ha sottolineato che «il diritto di ottenere un giudizio in merito  a un’accusa penale non è assoluto, in particolare quando non si è verificato alcun effetto dannoso  fondamentale e irreversibile in capo alle parti» (Kart contro Turchia, paragrafo 113; Béres e altri  contro Ungheria, paragrafo 33). 

3.13.– L’inesistenza di un generale diritto costituzionale dell’interessato a un accertamento  negativo sulla (mera) notitia criminis non esclude, infine, che un diritto a rinunciare alla  prescrizione possa invece essere riconosciuto a chi sia stato in concreto attinto, durante le indagini  preliminari, da misure limitative dei propri diritti fondamentali, subendo così – con le parole della  Corte EDU – un pregiudizio rilevante per effetto dell’uso di poteri coercitivi da parte dell’autorità  giudiziaria; e ciò sulla base di una (pur provvisoria) valutazione di fondatezza  della notitia criminis medesima, da parte del pubblico ministero e dello stesso GIP, secondo i  diversi standard richiesti per l’adozione di tali misure. In effetti, come poc’anzi rammentato (supra,  3.4.), la giurisprudenza penale ha riconosciuto tale diritto a chi abbia subito un periodo di custodia  cautelare, e abbia pertanto un concreto interesse a rinunciare alla prescrizione. 

Anche rispetto alle specifiche ipotesi in parola, peraltro, l’introduzione di un obbligo di avviso  relativo alle richieste di archiviazione per prescrizione formulate dal pubblico ministero non  risulterebbe indispensabile rispetto alla finalità di permettere all’interessato di rinunciarvi, avendo  egli necessariamente avuto conoscenza delle indagini nel momento stesso in cui è stato attinto dalla  misura coercitiva. 

4.– La sostenibilità costituzionale della conclusione che nega, in linea di principio, l’esistenza  di un diritto costituzionale a rinunciare alla prescrizione in capo alla persona sottoposta alle indagini  riposa sull’assunto secondo cui né dalla mera iscrizione nel registro delle notizie di reato, né dal  provvedimento di archiviazione, debba essere fatta discendere alcuna conseguenza giuridica  pregiudizievole per l’interessato (supra, punto 3.7.). 

Il caso concreto oggetto del giudizio a quo è, però, emblematico di una specifica patologia,  rappresentata da una richiesta di archiviazione per prescrizione, le cui argomentazioni sono  integralmente fatte proprie dal GIP, nella quale si indugia – prima della constatazione del decorso  del termine prescrizionale dal momento di commissione del fatto descritto dalla notitia criminis – in  apprezzamenti sulla fondatezza della notitia criminis stessa. 

Simili provvedimenti sono gravemente lesivi dei diritti fondamentali della persona interessata; e  devono pertanto essere rimossi attraverso appropriati rimedi processuali. 

4.1.– Richieste o decreti di archiviazione che, anziché limitarsi a ricostruire il fatto nei termini  strettamente necessari a verificare l’avvenuto decorso del termine di prescrizione, esprimano giudizi  sulla colpevolezza dell’interessato, violano in maniera eclatante – oltre che la presunzione di non  colpevolezza di cui all’art. 27, secondo comma, Cost. – il suo diritto di difesa, inteso anche quale  diritto di “difendersi provando”: diritto che è in radice negato dall’affermazione, da parte del  pubblico ministero o del GIP, del carattere veritiero, o comunque affidabile, degli elementi acquisiti  nel corso di un’indagine, senza che sia assicurata all’indagato – che potrebbe anzi essere rimasto del  tutto ignaro dell’indagine – alcuna effettiva possibilità di contraddirli, ed eventualmente di provare  il contrario. 

Provvedimenti siffatti risultano, d’altra parte, indebiti anche a fronte della considerazione che,  una volta riscontrato l’avvenuto decorso del termine di prescrizione, gli stessi poteri di indagine e di  valutazione del pubblico ministero sui fatti oggetto della notitia criminis vengono meno, non  operando nella fase delle indagini preliminari né per il pubblico ministero, né per il GIP, l’obbligo  di apprezzare – con priorità logica rispetto alla verifica delle cause estintive del reato – l’evidenza  dell’innocenza della persona sottoposta alle indagini, come accade invece nell’ambito del giudizio, 

ai sensi dell’art. 129, comma 2, cod. proc. pen. (Corte di cassazione, ordinanza n. 45001 del 2005;  sezione sesta penale, sentenza 19 ottobre-16 novembre 1990, n. 2702). 

Infine, richieste o decreti di archiviazione così motivati perdono, per ciò solo, il carattere di  “neutralità” che li dovrebbe caratterizzare, e sono in concreto suscettibili di produrre – ove per  qualsiasi ragione arrivino a conoscenza dei terzi, come spesso accade – gravi pregiudizi alla  reputazione, nonché alla vita privata, familiare, sociale e professionale, delle persone interessate.  Ciò che, in ipotesi, potrebbe dare altresì luogo a responsabilità civile e disciplinare dello stesso  magistrato, laddove ricorrano i presupposti rispettivamente previsti dalla legge 13 aprile 1988, n.  117 (Risarcimento dei danni cagionati nell’esercizio delle funzioni giudiziarie e responsabilità  civile dei magistrati) e dal decreto legislativo 23 febbraio 2006, n. 109 (Disciplina degli illeciti  disciplinari dei magistrati, delle relative sanzioni e della procedura per la loro applicabilità, nonché  modifica della disciplina in tema di incompatibilità, dispensa dal servizio e trasferimento di ufficio  dei magistrati, a norma dell’articolo 1, comma 1, lettera f), della legge 25 luglio 2005, n. 150). 

4.2.– Del possibile rimedio contro simili provvedimenti si è ampiamente discusso tra le parti in  sede di udienza, anche sulla scorta dei quesiti loro preventivamente posti ai sensi dell’art. 10,  comma 3, delle Norme integrative per i giudizi davanti alla Corte costituzionale. 

Al riguardo, occorre anzitutto sottolineare il rilievo oggi assunto sul tema dalla direttiva (UE)  2016/343 del Parlamento europeo e del Consiglio del 9 marzo 2016, sul rafforzamento di alcuni  aspetti della presunzione di innocenza e del diritto di presenziare al processo nei procedimenti  penali. L’art. 4, paragrafo 1, di tale direttiva prevede che «[g]li Stati membri adottano le misure  necessarie per garantire che, fino a quando la colpevolezza di un indagato o imputato non sia stata  legalmente provata, […] le decisioni giudiziarie diverse da quelle sulla colpevolezza non presentino  la persona come colpevole». 

Al paragrafo 2 dello stesso art. 4, la direttiva dispone inoltre che «[g]li Stati membri  provvedono affinché siano predisposte le misure appropriate in caso di violazione dell’obbligo  stabilito al paragrafo 1 del presente articolo di non presentare gli indagati o imputati come  colpevoli, in conformità con la presente direttiva, in particolare con l’articolo 10». Tale ultima  disposizione prevede, a sua volta, il dovere a carico degli Stati membri di assicurare che «gli  indagati e imputati dispongano di un ricorso effettivo in caso di violazione dei diritti conferiti dalla  presente direttiva». 

Nel trasporre la direttiva nell’ordinamento italiano, il decreto legislativo 8 novembre 2021, n.  188, recante «Disposizioni per il compiuto adeguamento della normativa nazionale alle disposizioni  della direttiva (UE) 2016/343 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 9 marzo 2016, sul  rafforzamento di alcuni aspetti della presunzione di innocenza e del diritto di presenziare al  processo nei procedimenti penali», ha introdotto nel codice di procedura penale un nuovo art. 115- bis. Tale disposizione prevede un rimedio ad hoc per il caso in cui la persona sottoposta a indagini o  l’imputato sia indicata quale colpevole in «provvedimenti diversi da quelli volti alla decisione in  merito alla responsabilità penale dell’imputato», come, per l’appunto, la richiesta o il decreto di  archiviazione per prescrizione, in cui l’autorità giudiziaria (salve talune specialissime ipotesi in cui  debba contestualmente applicare un provvedimento di confisca obbligatoria: sul punto, sentenza n.  172 del 2023) è semplicemente tenuta a prendere atto dell’avvenuto decorso del tempo e disporre,  conseguentemente, l’archiviazione del procedimento penale. 

4.3.– Peraltro, anche prima dell’introduzione di tale rimedio – verosimilmente  inapplicabile, ratione temporis, nel giudizio a quo – il combinato disposto degli artt. 4 e 10 della  direttiva 2016/343/UE, il cui termine di recepimento era fissato al 1° aprile 2018, già conferiva alla  persona sottoposta alle indagini un diritto, immediatamente azionabile, a un rimedio effettivo. 

Una risalente sentenza di legittimità aveva, del resto, già ritenuto affetto da abnormità un  decreto di prescrizione per amnistia in cui il GIP si era diffuso sulla qualificazione giuridica del  fatto e sulla sussistenza del delitto oggetto della notitia criminis (Cass., n. 1560 del 1999). 

Tale qualificazione potrebbe in ipotesi attagliarsi anche al caso, strutturalmente identico, in cui  un decreto di archiviazione per prescrizione contenga nella sostanza una valutazione di 

colpevolezza della persona sottoposta a indagini, che il vigente sistema processuale considera  invece come contenuto tipico di una sentenza di condanna. 

Provvedimenti siffatti evidenziano, a ben guardare, una vera e propria deviazione del  provvedimento rispetto allo scopo tipico dell’atto, nel senso – più in particolare – di «esercizio di un  potere previsto dall’ordinamento, ma in una situazione processuale radicalmente diversa da quella  configurata dalla legge», e perciò di «carenza di potere in concreto» (Corte di cassazione, sezioni  unite penali, sentenza 26 marzo-22 giugno 2009, n. 25957, nonché, più di recente, ex multis, sezione  terza penale, sentenza 23 novembre 2020-8 gennaio 2021, n. 418), con un effetto di grave vulnus ai  diritti costituzionali dell’interessato (per recenti ipotesi in cui la giurisprudenza di legittimità ha  ritenuto affetto da abnormità il decreto di archiviazione, anche in ragione della lesione del diritto di  difesa dell’interessato, si vedano Corte di cassazione, sezione quinta penale, sentenza 28 settembre 3 dicembre 2021, n. 44926; sezione seconda penale, sentenza 20 aprile-3 maggio 2021, n. 16779;  sezioni unite penali, sentenze 22 marzo-24 settembre 2018, n. 40984 e 28 novembre 2013-30  gennaio 2014, n. 4319). 

4.4.– Se, comunque, l’individuazione del rimedio appropriato in queste ipotesi resta riservata  alla valutazione della giurisprudenza di legittimità, questa Corte non può non sottolineare che un  adeguato soddisfacimento delle esigenze costituzionali di tutela del diritto di difesa e del diritto al  contraddittorio relativamente a decreti di archiviazione per prescrizione, i quali indebitamente  abbiano espresso valutazioni sulla colpevolezza della persona sottoposta alle indagini, è  componente essenziale della sostenibilità costituzionale del delicato bilanciamento tra opposti  interessi cristallizzato nel vigente ordinamento processuale. 

In altre parole, il mancato riconoscimento alla persona sottoposta alle indagini di un diritto a  provocare un accertamento negativo della notitia criminis nell’ambito di un giudizio penale non è  costituzionalmente illegittimo soltanto in quanto l’ordinamento sia in grado – per altra via – di  assicurare un rimedio effettivo contro ogni eventuale violazione, da parte dall’autorità giudiziaria,  del diritto fondamentale della persona medesima a non essere presentata come colpevole senza  avere potuto difendersi e presentare prove a proprio discarico. 

E tale rimedio non potrebbe comunque essere subordinato alla rinuncia alla prescrizione da  parte dell’interessato, nei limiti in cui tale diritto sia in concreto esercitabile. In effetti, la persona  sottoposta alle indagini, se non ha in via generale il diritto di rinunciarvi, ha invece il pieno diritto di  avvalersi della prescrizione, che è posta a tutela anche del suo soggettivo interesse a essere lasciata  in pace dalla pretesa punitiva statale, rimasta inattiva per un rilevante lasso di tempo dalla  commissione del fatto a lei attribuito, senza che tale legittima scelta di avvalersi della prescrizione  comporti, per l’interessato, la perdita del suo diritto fondamentale a non essere pubblicamente  additato come colpevole in assenza di un accertamento giudiziale. 

5.– A queste essenziali condizioni, le questioni sollevate debbono essere dichiarate non fondate. 

PER QUESTI MOTIVI 

LA CORTE COSTITUZIONALE 

dichiara non fondate, nei sensi di cui in motivazione, le questioni di legittimità costituzionale  dell’art. 411, comma 1-bis, del codice di procedura penale, sollevate, in riferimento agli artt. 3, 24,  secondo comma, e 111, commi secondo e terzo, della Costituzione, dal Tribunale ordinario di  Lecce, sezione seconda penale, con l’ordinanza indicata in epigrafe. 

Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 24  gennaio 2024. 

F.to:

Augusto Antonio BARBERA, Presidente Francesco VIGANÒ, Redattore 

Roberto MILANA, Direttore della Cancelleria Depositata in Cancelleria l’11 marzo 2024 Il Direttore della Cancelleria 

F.to: Roberto MILANA