Di Pierluigi Crusco e Antonio Crusco

Salvo i casi in cui l’atto di donazione preveda espressamente che il donante sia consapevole dell’attuale non appartenenza del bene al suo patrimonio a donazione di un bene altrui, tale negozio è nullo per difetto di causa, ex artt. 769, 1325, 1419 c.c., nonostante non sia espressamente vietato dal nostro ordinamento. Ne consegue che la donazione, da parte del coerede, della quota di un bene indiviso compreso in una massa ereditaria è nulla, non potendosi, prima della divisione, ritenere che il singolo bene faccia parte del patrimonio del coerede donante.

di Antonio Crusco e Pierluigi Crusco(1)

Quid iuris nel caso di donazione di beni altrui ?
Tizio dona a Caio un bene immobile facente parte di una comunione ereditaria indivisa. Gli altri coeredi del bene donato possono chiedere ed ottenere, in giudizio, che il bene de quo venga ricompreso nella divisione ereditaria, facendo ricorso alla declaratoria di nullità della donazione, in quanto il donante avrebbe trasferito una “cosa futura”, in violazione dell’art. 771 c.c., ovvero il negozio de quo è inefficace, poiché l’ordinamento distingue i beni futuri da quelli altrui (1472 e 1478 c.c.) e prevede la nullità solo per la donazione di beni futuri?

Note:
1) Avv. Antonio Crusco Dottorando in Scienze Giuridiche indirizzo internazionale-europeo-comparato, Università degli Studi di Salerno; Avv. Pierluigi Crusco Dottorando in Medicina Legale, Università La Sapienza di Roma.

La questione in commento è stata affronta in diverse occasioni da parte della Corte di Cassazione che ha sostenuto, in alcuni casi, la tesi della nullità(2), mentre in altri ha preferito aderire alla tesi della inefficacia(3).
In passato, l’adesione alla prima, ovvero alla seconda tesi, causava diverse conseguenze anche sul piano partico circa l’idoneità del titolo di acquisto per la maturazione del termine previsti dall’usucapione abbreviato. Soltanto i fautori della tesi della inefficacia del negozio de quo consideravano l’atto di donazione di beni altrui, quale titolo idoneo per l’usucapione decennale, ex art. 1159 c.c. Alcuni sostenevano, infatti, che la nullità della donazione per violazione del divieto dei beni futuri comportava, conseguentemente, anche la inidoneità del titolo per il trasferimento del bene tramite l’istituto dell’usucapione abbreviato, visto che, secondo tale opinione, un titolo nullo non può considerarsi idoneo a trasferire la proprietà di un immobile.
Oggi anche i sostenitori della tesi della nullità sostengono che la donazione di beni altrui è idonea comunque ai fini dell’usucapione decennale prevista dall’art. 1159 c.c., poiché il requisito, richiesto da questa norma, dell’esistenza di un titolo che legittimi l’acquisto della proprietà o di altro diritto reale di godimento deve essere inteso nel senso che il titolo deve essere suscettibile in astratto, e non in concreto, di determinare il trasferimento del diritto reale, ossia tale che l’acquisto del diritto si sarebbe senz’altro verificato se l’alienante ne fosse stato titolare.

Note:
2) Cfr. Cass. Civ. n. 3315 del 1979, “la convenzione che contenga una promessa di attribuzione dei propri beni a titolo gratuito configura un contratto preliminare di donazione che è nullo, in quanto con esso si viene a costituire a carico del promittente un vincolo giuridico a donare, il quale si pone in contrasto con il principio secondo cui nella donazione l’arricchimento del beneficiario deve avvenire per spirito di liberalità, in virtù cioè di un atto di autodeterminazione del donante, assolutamente libero nella sua formazione”; Cass. Civ. n. 11311 del 1996 “l’atto con il quale una pubblica amministrazione, a mezzo di contratto stipulato da un pubblico funzionario, si obblighi a cedere gratuitamente al demanio dello Stato un’area di sua proprietà, nonchè un’altra area che si impegni ad espropriare, costituisce una donazione nulla, sia perchè, pur avendo la pubblica amministrazione la capacità di donare, non è ammissibile la figura del contratto preliminare di donazione, sia perchè l’atto non può essere stipulato da un funzionario della pubblica amministrazione (possibilità limitata dal R.D. n. 2440 del 1923, art. 16, ai soli contratti a titolo oneroso), sia perchè l’art. 771 c.c., vieta la donazione di beni futuri, ossia dell’area che non rientra nel patrimonio dell’amministrazione “donante” ma che la stessa si impegna ad espropriare”.; Cass. Civ. n. 10356 del 2009: “la donazione dispositiva di un bene altrui, benchè non espressamente disciplinata, deve ritenersi nulla alla luce della disciplina complessiva della donazione e, in particolare, dell’art. 771 c.c., poichè il divieto di donazione dei beni futuri ricomprende tutti gli atti perfezionati prima che il loro oggetto entri a comporre il patrimonio del donante; tale donazione, tuttavia, è idonea ai fini dell’usucapione decennale prevista dall’art. 1159 c.c., poichè il requisito, richiesto da questa norma, dell’esistenza di un titolo che legittimi l’acquisto della proprietà o di altro diritto reale di godimento, che sia stato debitamente trascritto, deve essere inteso nel senso che il titolo, tenuto conto della sostanza e della forma del negozio, deve essere suscettibile in astratto, e non in concreto, di determinare il trasferimento del diritto reale, ossia tale che l’acquisto del diritto si sarebbe senz’altro verificato se l’alienante ne fosse stato titolare”.
3) Cfr. Cass. Civ. n. 1596 del 2001: “la donazione di beni altrui non può essere ricompresa nella donazione di beni futuri, nulla ex art. 771 c.c., ma è semplicemente inefficace e, tuttavia, idonea ai fini dell’usucapione abbreviata ex art. 1159 c.c., in quanto il requisito, richiesto dalla predetta disposizione codicistica, della esistenza di un titolo che sia idoneo a far acquistare la proprietà o altro diritto reale di godimento, che sia stato debitamente trascritto, va inteso nel senso che il titolo, tenuto conto della sostanza e della forma del negozio, deve essere idoneo in astratto, e non in concreto, a determinare il trasferimento del diritto reale, ossia tale che l’acquisto del diritto si sarebbe senz’altro verificato se l’alienante ne fosse stato titolare”.

Di conseguenza la questione de qua, non avendo ricadute sull’applicabilità dell’istituto dell’usucapione decennale, riguarda solo la validità o meno dell’atto.
Secondo la tesi della nullità della donazione di beni altrui, il contratto in commento è nullo perché il divieto di stipulare donazioni di beni futuri, previsto dall’art.771 c.c., ricomprende tutti gli atti perfezionati prima che il loro oggetto entri a comporre il patrimonio del donante, per cui non soltanto i beni che ancora non esistono in rerum natura rientrano in questa categoria, ma anche i beni altrui.
Secondo la tesi dell’inefficacia, invece, il legislatore avendo considerato separatamente gli effetti di atti di disposizione di beni futuri e di beni altrui (art. 1472 e 1478 ss. cod. civ.), indicando il divieto solo per i beni futuri, non ha voluto estendere il divieto anche ai beni altrui. Infatti, nella specie appare evidente, dalla formulazione letterale dell’art. 771 c.c., che il legislatore ha fatto solo ai soli beni non ancora esistenti in rerum natura.
Entrambe le tesi risultano errate secondo una recente pronuncia della Corte di legittimità. Con la decisione a Sezioni Unite del 15.3.2016 n. 5068, la Corte ha sostenuto che l’atto di donazione di cose altrui è nullo per difetto di causa e non già per violazione del divieto previsto all’art. 771 c.c.(4).
Già la lettura dell’art 769 c.c. avrebbe dovuto indurre l’interprete a sostenere che l’appartenenza del bene oggetto di donazione al donante costituisca elemento essenziale del contratto di donazione, visto che in mancanza della proprietà la causa tipica del contratto stesso non può realizzarsi.
L’arricchimento oggettivo del terzo con correlativo depauperamento del donante, oltre che la consapevolezza dell’uno di attribuire all’altro un vantaggio patrimoniale in assenza di qualsivoglia costrizione, giuridica o morale, costituiscono gli elementi essenziali del contratto di donazione (5).
Di conseguenza, in mancanza della proprietà esclusiva del bene oggetto della donazione, se il donante e il donatario non siano consapevoli che il bene appartenga a terzi, l’atto è nullo perché mancano gli elementi essenziali previsti dall’art. 769 c.c.
La mancanza codicistica di una espressa previsione di nullità della donazione di cosa altrui, non può di per sé valere a ricondurre la fattispecie nella categoria del negozio inefficace. Infatti, seppure si può affermare che l’art. 771 c.c. non dispone il divieto di stipulare donazioni di cose altrui, in

Note:
4) Cfr. sul punto in dottrina: Achille, Donazione di cosa altrui e di quota di bene indiviso: le Sezioni Unite sulla nullità per mancanza di causa! in Diritto & Giustizia, fasc.14, 2016, pag. 68; De Lorenzo, Divieto di donazione di beni futuri e donazioni indirette, in Foro it., fasc. 10, 2014, pag. 225; Checchi, Donazione di cosa altrui, in Riv. notariato, fasc. 4, 2010, pag. 1119; Frugiuele, La donazione di cosa altrui. Note in tema di atto disposistivo e titolo astrattamente idoneo, in Giust. civ., fasc. 11, 2010, pag. 2609; Visalli, Sull’asserita inefficacia della donazione di beni altrui, con spunti in tema di “titolo idoneo” ai fini dell’usucapione abbreviata e di donazione obbligatoria, in Riv. notariato, 2002, pag. 404;
5) Cfr. Cass. Civ. n. 8018 del 2012; Cass. Civ. n. 12325 del 1998; Cass. Civ. n. 1411 del 1997; Cass. Civ. n. 3621 del 1980.

quanto tale divieto ha carattere eccezionale e non può estendersi analogicamente il divieto posto per i beni futuri, ciò non esonera l’interpreta di valutare la validità della causa.
Dal combinato disposto degli art 1325, 1418, e 679 c.c. si ricava comunque la nullità di tale negozio. Infatti, l’art. 1325 c.c., individua tra i requisiti del contratto “la causa”, mntre l’art. 1418 c.c., comma 2, prevede che la mancanza di uno dei requisiti indicati dall’art. 1325 c.c., produce la nullità del contratto(6). Di conseguenza siccome l’altruità del bene non consente di ritenere integrata la causa del contratto di donazione, ex art. 769 c.c. per le ragioni sopra evidenziate, deve concludersi che la donazione di un bene altrui è nulla.
Aggiunge inoltre la Corte con quest’ultima pronuncia che se il bene si trova nel patrimonio del donante al momento della stipula del contratto, la donazione, in quanto dispositiva, è valida ed efficace; se, invece, la cosa non appartiene al donante, questi deve assumere espressamente e formalmente nell’atto l’obbligazione di procurare l’acquisto dal terzo al donatario.
Non solo. Nella parte motiva il giudice di legittimità afferma anche che la donazione di bene altrui è valida come donazione obbligatoria di dare, purchè l’altruità sia conosciuta dal donante, e tale consapevolezza risulti da un’apposita espressa affermazione nell’atto pubblico (art. 782 c.c.). Se, invece, l’altruità del bene donato non risulti dal titolo e non sia nota alle parti, il contratto non potrà produrre effetti obbligatori, nè potrà applicarsi la disciplina della vendita di cosa altrui.
Secondo tale ultima pronuncia della Corte la sanzione di nullità si applica tanto alla donazione di beni che il donante ritenga, per errore, propri, perchè la mancata conoscenza dell’altruità determina l’impossibilità assoluta di realizzazione del programma negoziale, e, quindi, la carenza della causa donativa, quanto al caso in cui, come nella specie, oggetto della donazione sia un bene solo in parte altrui, perchè appartenente pro indiviso a più comproprietari per quote differenti e donato per la sua quota da uno dei coeredi.
Si precisa infatti che non è dato comprendere quale effettiva differenza corra tra i “beni altrui” e quelli “eventualmente altrui”, trattandosi, nell’uno e nell’altro caso, di beni non presenti, nella loro oggettività, nel patrimonio del donante al momento dell’atto, l’unico rilevante al fine di valutarne la conformità all’ordinamento.
Per tutto ciò che precede secondo la Corte, la posizione del coerede che dona uno dei beni compresi nella comunione (ovviamente, nel caso in cui la comunione abbia ad oggetto una pluralità di beni) non si distingue in nulla da quella di qualsivoglia altro donante che disponga di un diritto che, al momento dell’atto, non può ritenersi incluso nel suo patrimonio.

Note:
6) Cfr. Menchini, Le sezioni unite fanno chiarezza sull ‘oggetto dei giudizi di impugnativa negoziale: esso è rappresentato dal rapporto giuridico scaturito dal contratto, Foro it., fasc. 3, 2015, pag. 931; Calvo, Nullità, inefficacia e circolazione immobiliare, in Nullità, inefficacia e circolazione immobiliare, in Rivista Trimestrale di Diritto e Procedura Civile, fasc. 3, 2013, pag. 995

In conclusione, a parere di chi scrive, risulta la tesi della Corte, la quale con la decisione a Sezioni Unite, afferma il seguente principio di diritto: “La donazione di un bene altrui, benchè non espressamente vietata, deve ritenersi nulla per difetto di causa, a meno che nell’atto si affermi espressamente che il donante sia consapevole dell’attuale non appartenenza del bene al suo patrimonio. Ne consegue che la donazione, da parte del coerede, della quota di un bene indiviso compreso in una massa ereditaria è nulla, non potendosi, prima della divisione, ritenere che il singolo bene faccia parte del patrimonio del coerede donante”.