I profili di interesse lambiti dalla decisione n. 0166 del 24 febbraio 2024

Nell’ambito della giurisprudenza del Tribunale FIGC – Sezione Disciplinare, appare utile analizzare anzitutto la decisione n. 0166 del 24 febbraio 2024

Per affrontare l’analisi del provvedimento, occorre in via preliminare richiamare sinteticamente la vicenda al medesimo sottesa: a seguito di deferimento da parte della Procura Federale, il sig. E.B. e la società F. Calcio SSD venivano chiamati a rispondere, dinanzi al Tribunale Federale Nazionale, Sezione Disciplinare, rispettivamente, per la violazione dell’art. 4 co. 1 CGS e per la violazione dell’art. 6 co. 2 CGS. 

Nei confronti della persona fisica, si procedeva per la violazione dei principi di lealtà, correttezza e probità che dovrebbero essere osservati in ogni rapporto riferibile all’attività sportiva, avendo posto in essere, approfittando del ruolo di dirigente-accompagnatore nel corso di più stagioni sportive, ripetute condotte sessualmente abusanti nei confronti di diversi calciatori minorenni tesserati per la società medesima. Nei confronti della società, si procedeva con riferimento alla inerente responsabilità oggettiva.

Il provvedimento in esame, pronunciato il 24 febbraio 2024 dal Tribunale Federale Nazionale, Sezione Disciplinare, affronta più profili di particolare interesse. Esso, in primo luogo, risolve una questione pregiudiziale di competenza, sia in relazione alla posizione della persona fisica sia in relazione alla società sportiva. In secondo luogo, prendendo le mosse dalla questione di competenza nei riguardi della società, svolge alcune stimolanti osservazioni inerenti alla natura della responsabilità delle società sportive.

La questione pregiudiziale di competenza: la posizione della persona fisica; la connessa posizione della società sportiva.

Quanto alla questione pregiudiziale di competenza, essa viene sollevata d’ufficio dal Tribunale e delibata ai sensi dell’art. 276 co. 2 c.p.c.

La questione si sviluppa in una duplice direzione: anzitutto, in riferimento alla persona fisica; poi, in riferimento alla connessa posizione della società sportiva. Il Tribunale prende le mosse dalla questione afferente alla posizione del dirigente-accompagnatore e, richiamando le fonti rilevanti sul punto, esclude la propria competenza a decidere nel merito. A sostegno, esso evidenzia come la propria competenza sia tassativamente limitata alle ipotesi di cui agli artt. 83, 84 CGS, tra le quali però non rientra la vicenda in esame, in quanto pertinente ad attività in ambito territoriale e quindi, appunto, rientrante nella competenza del Tribunale Federale a livello territoriale, come definita dall’art. 92 del Codice di Giustizia FIGC. Successivamente, il Tribunale Nazionale, nella propria decisione, si sposta sulla questione pregiudiziale inerente alla posizione della società F. Calcio SSD, decidendo anche qui negativamente. A sostegno, esso evidenzia come la connessione tra le due posizioni, estrinsecantesi nella “gemmazione” della responsabilità della società da quella della persona fisica, non possa che condurre a una identica soluzione, per entrambe, sulla questione pregiudiziale di competenza.

Gli incidentali cenni all’evoluzione della natura della responsabilità delle società sportive.

Le suindicate argomentazioni formulate a sostegno della soluzione sulla questione pregiudiziale inerente alla società rappresentano lo spunto per alcuni cenni in ordine alla natura della responsabilità dell’ente.

Nella decisione, infatti, il Tribunale Federale Nazionale pone incidentalmente in evidenza come la “responsabilità oggettiva” non sia invero più propriamente definibile tale; piuttosto, tale responsabilità dovrebbe essere più correttamente definita come “aggravata”, “alla luce della transizione, promossa dalla novella del 2019, dal paradigma della strict liability a quello della responsabilità per colpa presunta o, appunto, aggravata”. Nell’ambito di tale osservazione, il Tribunale precisa altresì che tra la posizione della Società e quella del Dirigente v’è un “inestricabile nesso”, che si risolve nell’impossibilità di “delibare sulla responsabilità della prima senza la preliminare verifica in concreto della condotta della persona fisica”.

Nell’impostazione che traspare dal testo della decisione, tramite sopra richiamati cenni alla natura della responsabilità dell’ente, si aderisce ad un’ottica evolutiva ed innovativa.

La decisione in esame, in adesione ad un autorevole precedente in materia (Corte Federale d’Appello, SS.UU., 17 gennaio 2022, n. 58), coglie l’occasione della questione pregiudiziale di competenza per manifestare il proprio orientamento in ordine alla responsabilità oggettiva delle società nel nuovo Codice di giustizia FIGC, in particolare sottolineando l’abbandono di un modello connotato dal “rigido automatismo” in favore di una forma di responsabilità incentrata sulla “colpa”, seppur presunta o aggravata. L’innovatività, quindi, risiede appunto nell’aver ribadito come la recente riforma implichi il definitivo abbandono del sistema di responsabilità “senza colpa”.

L’adesione della decisione al modello della responsabilità della società sportiva per colpa “aggravata/presunta” si incentra principalmente sulla rilevanza assunta dai modelli organizzativi di gestione e controllo. 

Il superamento del precedente sistema si riconnette al ruolo gradualmente riconosciuto a tali misure, dalla giurisprudenza sportiva e amministrativa prima e, poi, dalla recente riforma: queste, secondo le linee interpretative di tendenza antecedenti la novella degli artt. 6 e 7 CGS potevano svolgere un ruolo di “attenuazione della responsabilità oggettiva attraverso la modulazione del quantum”; oggi, invece, all’esito della Riforma, svolgono un ruolo esimente in favore della società sportiva. Anche secondo la decisione in esame, la portata di questa innovazione è tale da mutare la natura della responsabilità dell’ente sportivo, così rendendola conforme ai principi, anche costituzionali, di personalità e proporzione.

La colpa “aggravata/presunta”: è un modello idoneo a superare le criticità?

L’evidenziata rilevanza che la “colpa d’organizzazione” assume nella nuova prospettiva, normativa e interpretativa, in materia di responsabilità della società rappresenta invero lo spunto per un interrogativo. Ci si può in particolare domandare, alla luce di tale impostazione evolutiva, se essa sia sufficiente ad affermare il superamento delle critiche in materia formulate nell’ambito del previgente sistema di responsabilità oggettiva. Infatti, sembra che, nell’ambito della giustizia sportiva, con riferimento alla responsabilità ex art. 6 CGS, il modello derivante dal c.d. sistema 231 sia comunque più rigido rispetto alla sua matrice. Come è noto, la recente giurisprudenza (Cass., Sez. VI, 11 novembre 2021 n. 23401, Impregilo) ha sancito l’assimilazione della responsabilità di cui al d.lgs. 231/2001 al paradigma della responsabilità autenticamente colposa, con la conseguente necessità di verificarne tutti i requisiti, quanto meno sotto il profilo della c.d. misura oggettiva, cioè in relazione alla violazione della regola cautelare organizzativa nonché in relazione alla concretizzazione del rischio e della causalità della colpa; nell’ambito della responsabilità delle società sportive ex art. 6 CGS, invece, la responsabilità è per colpa “aggravata/presunta/semi-oggettiva”; il che impedisce una sua assimilazione al modello autenticamente colposo e il superamento delle frizioni con il principio di personalità, evidenziate in passato.

Il ruolo della CEDU: hanno rilevanza le sanzioni disciplinari sportive?

A fronte dell’impossibilità, almeno apparente, di assimilare il nuovo modello di responsabilità delle società sportive al paradigma autenticamente colposo, risulta interrogarsi anche sul ruolo svolto dalla CEDU in materia. Si tratta di un profilo essenziale per comprendere se effettivamente sia rilevante la sopra evidenziata divergenza tra il modello autenticamente colposo, previsto dal c.d. sistema 231 secondo la recente giurisprudenza, e la “nuova” responsabilità sportiva “presunta/aggravata” che al medesimo si ispira. Se, infatti, le sanzioni disciplinari sportive fossero ritenute di interesse della Convenzione Europea, allora tale divergenza potrebbe comportare un problema di compatibilità. La questione, tuttavia, non è risolvibile in modo netto: da un lato, v’è l’orientamento che sostiene la natura privatistica delle federazioni, peraltro affermato anche nell’ambito della giurisprudenza convenzionale (cfr Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, 5 marzo 2020, Michael Platinì c. la Suisse); dall’altro, v’è la tesi c.d. mista, la quale, incentrando l’indagine sulla natura del singolo atto, implica che l’esercizio del potere disciplinare debba essere considerato di valenza pubblicistica. Quest’ultima, peraltro, trova invero avallo nella stessa sentenza CEDU Platinì che, nonostante la formale esclusione della natura privatistica delle federazioni, si è comunque pronunciata, nel caso concreto, sulla compatibilità della sanzione disciplinare sportiva con l’art. 8 CEDU.

In sostanza, l’abbandono del paradigma della responsabilità oggettiva (strict liability) in favore del modello della responsabilità per colpa presunta risulta ormai pacifico. Ne è una conferma, sia pure incidentale, la decisione in esame, che al riguardo trova il sostegno della precedente decisione della Corte d’Appello Federale, SS.UU., 17 gennaio 2022, n. 58

Tale modello, tuttavia, non sembra certo assimilabile al c.d. sistema 231, che alla luce dell’interpretazione più recente rappresenta una responsabilità autenticamente colposa. La problematicità o meno di tale approdo, normativo e interpretativo, dipende dalla rilevanza o meno delle sanzioni disciplinari ai fini della CEDU, la quale invero sembra dovere essere esclusa, anche alla luce dell’attuale quadro normativo, ancorché con alcuni profili di dubbio.

Considerazioni conclusive rispetto alla decisione n. 0166 del 24 febbraio 2024.

In conclusione, i profili di interesse toccati dalla decisione n. 0166 del 24 febbraio 2024 sembrano essere particolarmente rilevanti.

Al di là della questione pregiudiziale di competenza inerente alla posizione della persona fisica, il Tribunale Federale Nazionale, nel dirimere la connessa questione concernente l’ente, introduce incidentalmente degli spunti per ulteriori approfondimenti in materia di responsabilità aggravata, o semi-oggettiva, delle società.

I profili di interesse lambiti dalla decisione n. 0185 del 26 marzo 2024

Sempre nell’ambito della giurisprudenza del Tribunale Federale Nazionale, Sezione disciplinare, appare utile analizzare anche la decisione n. 0185 del 26 marzo 2024.

Anche in questo caso, per affrontare l’analisi del provvedimento è opportuno in via preliminare richiamare sinteticamente la vicenda al medesimo sottesa: a seguito di deferimento da parte della Procura Federale, il sig. D. veniva chiamato a rispondere della violazione dell’art. 4, co. 1, CGS in relazione all’art. 37 del Regolamento del Settore Tecnico, per avere il medesimo richiesto il tesseramento presso la società F. Calcio SSD a R.L., per le stagioni 2021/22 e 2022/23, nonostante sullo stesso gravasse una condanna penale definitiva per reati di cui agli artt. 609bis, 609ter, co. 1, n. 1, del c.p.; 56, 609bis del c.p.; 609ter, 2, del c.p. – sentenza Corte d’Appello di Trieste, 4 novembre/9 dicembre 2009, n. 1290, divenuta irrevocabile il 17 marzo 2010 – con pena accessoria ex art. 609novies c.p. dell’interdizione perpetua da qualunque incarico nelle scuole di ogni ordine e grado nonché da ogni ufficio o servizio in istituzioni o in altre strutture pubbliche o private frequentate prevalentemente da minori.

Il provvedimento in esame, analogamente a quello già sopra analizzato, reca delle considerazioni di particolare interesse. Esse sono, in particolare, incentrate sulla questione della delimitazione dei confini dell’illecito disciplinare sportivo e sul, connesso, profilo inerente alla portata della concezione eticizzante del diritto sportivo. Tali questioni vengono affrontate nel provvedimento in esame al fine di poter affermare la rilevanza della mancata comunicazione, da parte di D., della condanna penale, circostanza che ne ha consentito il tesseramento presso il F. Calcio, pur in assenza dei presupposti. Appare quindi meritevole di approfondimento l’analisi del percorso seguito dal Tribunale Federale per attribuire rilevanza, ai sensi dell’art. 4 CGS, alla mera mancata comunicazione, trattandosi di una questione in grado di coinvolgere, secondo una prospettiva generale, i cardini dell’intero sistema disciplinare sportivo.

Il ruolo del canone della buona fede oggettiva; l’art. 4 CGS quale “polmone” della giustizia sportiva.

Nella prospettiva appena indicata, va evidenziato come l’intero ragionamento svolto nella decisione in esame verta sul ruolo svolto in materia dal canone della buona fede oggettiva. Esso è teso a sottolineare che, nella definizione dei confini dei precetti disciplinari sportivi, assume una centrale rilevanza l’art. 4 CGS, il quale introduce i doveri di lealtà, correttezza e probità assegnandogli il ruolo di canoni valutativi del contegno dei tesserati. Ciò si traduce in una concezione “elastica” e “variabile” dell’illecito sportivo, insuscettibile di essere individuato una volta per tutte e definibile solo in base alle complessive circostanze del caso concreto. Secondo la decisione in esame, sostenuta sul punto da autorevoli precedenti, tale impostazione, che assegna all’art. 4 il ruolo di “clausola generale” e di “polmone dell’ordinamento sportivo”, è assimilabile a quella operante, in materia civile, in riferimento agli artt. 1175 e 1375 c.c.

La rilevanza disciplinare della violazione dell’obbligo del “clare loqui”.

In linea con questa impostazione, la decisione n. 0185 del 26 marzo 2024 sussume la mancanza del “clare loqui” nell’art. 4 CGS. Sempre sulla base di un’interpretazione elastica del precetto disciplinare sportivo, definibile solo nel caso concreto e alla luce dei valori ispiratori dell’attività sportiva, nonché solo tramite un “dialogo” con l’ordinamento statale (tramite il riferimento al diritto dei contratti pubblici e all’obbligo di comunicazione delle cause d’invalidità negoziale), il Tribunale Federale Nazionale afferma che “al momento del tesseramento, spetta alla persona fisica dichiarare tutto quanto possa, anche solo in potenza, rilevare ai fini dell’ingresso nella società sportiva”. Conseguentemente, esso irroga nei confronti di D. la sanzione di anni 5 di squalifica per aver omesso di dichiarare la condanna penale definitiva e la pena accessoria, impedendo al sodalizio di attivare le necessarie cautele, oggi rilevanti anche ai sensi dell’art. 16 del d.lgs. 28.2.2021, n. 39.

I riflessi della decisione n. 0185 del 26 marzo 2024: il rapporto con il principio di legalità; l’incidenza sulla giurisdizione sportiva.

Gli assunti e le conclusioni del Tribunale Federale Nazionale, sin qui richiamati, sembrano in grado di porre in luce una serie di profili di interesse.

Un primo, centrale, aspetto meritevole d’approfondimento è rappresentato dal ruolo svolto dal principio legalità (e “prevedibilità”) nell’ambito in esame, nonché dalla connessa questione della rilevanza della CEDU sul punto. Un secondo aspetto, che sembra lambito dalle statuizioni del giudice sportivo, è rappresentato dai riflessi dell’impostazione evidenziata sull’ampiezza della giurisdizione sportiva.

In relazione al primo degli aspetti appena posti in rilievo, sembra evidente come l’impostazione della giurisprudenza sportiva abbia dei riflessi sulla portata del principio di legalità in materia. Infatti, l’affermata centralità della clausola generale ex art. 4 CGS, in combinazione con il dovere di buona fede oggettiva, e l’evidenziata possibilità di definire la “tipicità” dell’illecito sportivo solo in base alle circostanze del caso concreto implicano l’attribuzione al giudice sportivo del dovere di “creare”, anche ex post, le singole fattispecie di illecito. Il che può condurre ad interrogarsi circa la compatibilità di siffatto sistema con i valori costituzionali e convenzionali.

L’evidenziato interrogativo, afferente alla frizione tra i valori ordinamentali e la concezione “vaga ed elastica” di illecito sportivo, può svilupparsi in due direzioni. In un primo senso, esso può essere formulato guardando alla compatibilità tra siffatta impostazione e la CEDU, ipotizzando una violazione dell’art. 7 CEDU nonché di altri parametri convenzionali (art. 8 CEDU).

Tuttavia, per affrontare tale interrogativo sarebbe necessaria la previa risoluzione della dibattuta questione circa la natura, privatistica o pubblicistica, delle federazioni sportive.  Sul punto, invero, sembra che abbia prevalso la tesi privatistica, sostenuta, non solo dal dato positivo interno, ma anche dalla giurisprudenza convenzionale (Corte EDU, 5.3.2020, M. Platinì c. la Suisse); l’approdo, però, non pare così solido, in quanto la Corte Europea, al contempo, ha comunque “finito per ritenere sussistente la propria giurisdizione, in ragione dell’attitudine della sanzione sportiva ad incidere sui diritti e sulle libertà garantite dalla CEDU”. 

Oltre che nel senso appena indicato, l’interrogativo circa l’impostazione “elastica” delle sanzioni sportive può essere rivolto anche in rapporto all’ordinamento interno. È ragionevole chiedersi se essa sia coerente con l’art. 25 Cost., sebbene ciò implichi, ovviamente, la previa adesione ad una concezione sostanzialmente e convenzionalmente penale dell’illecito, che al momento è da escludere. In ogni caso, sul punto, non sembra che il riferimento al canone generale della buona fede oggettiva, di cui agli artt. 1175, 1375 c.c., sia, di per sé, problematico in rapporto al principio di legalità. Infatti, persino in materia anche formalmente penale tali fattispecie rivestono un ruolo nella definizione della tipicità dell’illecito, come avviene in materia di reato omissivo improprio, nell’ambito della quale è nota la tendenza della giurisprudenza a ricostruire le posizioni di garanzia sul fondamento della teoria civilistica del contatto sociale qualificato, ritenuta in linea con la concezione formale-funzionale dell’illecito omissivo improprio.

Non sembra, quindi, che il riferimento a tali precetti, ampi e vaghi, possa allo stato risultare problematico nell’ambito della giustizia disciplinare sportiva.

Oltre alla rilevata potenziale frizione tra legalità e illecito sportivo “elastico”, può infine porsi in evidenza l’aspetto afferente all’incidenza di tale impostazione sull’ampiezza della giurisdizione sportiva.

Sul punto, è possibile ipotizzare che la opportunità di  ricomprendere, in forza di precipue disposizioni federali, nell’ambito dell’illecito sportivo “tutte quelle condotte che, ancorché non espressamente previste dall’ordito positivo, collidano con i valori ispiratori dell’attività sportiva” determini un sostanziale ampliamento de jure condendo della giurisdizione del giudice sportivo, in linea con una concezione eticizzante del diritto sportivo; cosa che, del resto, pare coerente con il riferimento a “criteri particolarmente rigorosi per la valutazione del comportamento dei consociati” e alla necessità dell’adozione di “una condotta di specchiata qualità”, connotata dal “doveroso rispetto di principi etici” (Collegio di Garanzia dello Sport, Sez. Consultiva, 26 giugno 2018, n. 5).