IL TRIBUNALE AMMINISTRATIVO REGIONALE PER LA PUGLIA

(Lecce – Sezione terza)

Ha pronunciato la presente ordinanza sul ricorso numero di registro generale 1240 del 2017, proposto da Nardelli Alessandro, rappresentato e difeso dagli avvocati Paolanna Digregorio e Giorgia Calella, con domicilio digitale come da P.E.C. da Registri di Giustizia e domicilio eletto presso Giorgio Mauro in Lecce, via Colonnello Costadura, n. 22/B; Contro Agenzia delle Dogane e dei Monopoli – Ufficio dei Monopoli di Taranto, in persona del legale rappresentante pro tempore, rappresentata e difesa  dall’Avvocatura Distrettuale dello Stato, domiciliata ex lege in Lecce, piazza S. Oronzo;

Per l’annullamento del provvedimento dell’Agenzia delle Dogane e  dei Monopoli – Ufficio dei Monopoli per la Puglia, la Basilicata e il Molise – Sezione Operativa Territoriale di Taranto n. 216 del 27 luglio 2017, prot. n. 56640, notificato in data 9 agosto 2017; ove dovesse  occorrere, di tutti gli atti presupposti, consequenziali e con il citato provvedimento connessi; nonche’ per la immediata restituzione del  patentino per la vendita di generi di monopolio; Visti il ricorso e i relativi allegati; Visto l’atto di costituzione in giudizio dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli – Ufficio dei Monopoli di Taranto; Visti tutti gli atti della causa; Relatore nell’udienza  pubblica del giorno 3  luglio 2018 la dott.ssa Maria Luisa Rotondano e uditi per le parti  l’avvocato G. Calella e l’Avvocato dello Stato G. Marzo;

Fatto e diritto

1- Con l’atto introduttivo del presente giudizio, ritualmente notificato il 28 settembre 2017 e depositato il 17 ottobre 2017, il ricorrente – gia’ titolare di patentino per la vendita di generi di monopolio, nell’esercizio bar ubicato all’interno di stazione di servizio automobilistica sita su S.S. 172 Km 52+175 in Martina Franca (TA) – ha impugnato, domandandone l’annullamento:

1) il provvedimento n. 216 del 27 luglio 2017, prot. n. 56640, notificatogli in data 9 agosto 2017, con cui l’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli – Ufficio dei Monopoli per la Puglia, la Basilicata e il Molise – Sezione Operativa Territoriale di Taranto, in riscontro all’istanza presentata in data 12 maggio 2017 per il rinnovo biennale del citato patentino: «Visto che con decreto ministeriale n. 38/13, art. 9) comma 1) il Ministero dell’Economia e delle Finanze ha specificato che gli interessati al rinnovo del patentino devono  presentare, insieme all’istanza, una dichiarazione sostitutiva di atto notorio attestante i dati e le informazioni di cui all’art. 8) comma 3) dello stesso decreto; Atteso che il Consiglio di Stato, decidendo  in  caso  analogo, nella sentenza di rigetto di appello n. 2028/15 ha motivato: “il rinnovo non e’ altro, in relazione alla durata biennale del titolo, che un rinnovato rilascio, onde devono logicamente ritenersi necessari a tal fini anche i presupposti normativi richiesti per quest’ultimo alla data in cui il rinnovo e’ richiesto; tale considerazione trova fondamento nella stessa lettera del decreto ministeriale n. 38/2013,  laddove, evidentemente alla scopo della verifica della sussistenza di tali requisiti, l’art. 9 richiede una dichiarazione sostitutiva che riporti i dati e le informazioni di cui all’art. 8, comma 3”; Vista la dichiarazione sostitutiva di atto notorio  nella quale l’interessato dichiarava al punto 7) la mancata  sussistenza a suo carico di eventuali pendenze fiscali e/o morosita’ verso l’Erario o verso il Concessionario della riscossione definitivamente accertate o risultanti da sentenze non impugnabili; Vista la verifica della veridicita’ di quanto dichiarato nel succitato punto con nota protocollo n. 36947 del 18 maggio 2017, inviata a mezzo pec al concessionario Equitalia Sud S.p.A.; Considerato che dal riscontro della suddetta nota pervenuta, stesso mezzo, con protocollo n. 41206 del 5 giugno 2017, e’ emersa la non corrispondenza di quanto dichiarato dalla parte» (precisamente, l’esistenza, a carico del ricorrente, di una cartella di pagamento, emessa da Equitalia Servizi di Riscossione S.p.A., per l’omesso pagamento di una sanzione amministrativa per violazione al Codice della Strada, dell’importo totale di euro 217,18, di cui euro  196,91 per «Totale tributi in debito», oltre euro 5,88 per «Diritti di notifica», euro 11,95 per «Aggio» ed euro 2,44 per «Interessi di mora»); «….verificato che la cartella esattoriale al momento della presentazione della dichiarazione sostitutiva di atto notorio era ancora pendente ed e’ stata liquidata solo successivamente a  quanto comunicato da questo ufficio all’interessato ai sensi  dell’art. 76 del decreto del Presidente della Repubblica n. 445/2000; Considerato che, cosi’ come previsto dal decreto ministeriale n. 38/13 comma 3) art. 7), ai fini dell’adozione del provvedimento gli Uffici competenti devono valutare – lettera g) – l’assenza di eventuali pendenze e/o di morosita’ verso l’erario o verso l’agente di riscossione definitivamente accertate indicate, cosi’ come previsto alla lettera f), comma 3) art. 8) del succitato decreto ministeriale, nell’atto notorio presentato a corredo dell’istanza; Considerato quanto emerso dal controllo della veridicita’ presso l’agente della riscossione in merito a quanto dichiarato nell’atto notorio  presentato ovvero la presenza di pendenze verso il concessionario «ancora non pagati o pagati parzialmente alla data del 5 giugno 2017»; Considerato che nell’atto notorio la presenza di tali situazioni debitorie non erano state segnalate al punto f) dello stesso; Considerato che per quanto sopra l’istante e’ incorso in quanto previsto dall’art. 76 del decreto del Presidente della Repubblica n. 445/2000 in merito ad una dichiarazione risultata non veritiera»; ha   determinato «il rigetto dell’istanza di rinnovo dell’autorizzazione n. 503039/TA per i motivi sopra indicati e la decadenza dell’autorizzazione provvisoria alla vendita rilasciata nelle more dell’istruttoria»;

2) ove dovesse occorrere, tutti gli atti presupposti, consequenziali e con il citato provvedimento connessi. Ha chiesto, altresi’, «la immediata restituzione del patentino per la vendita di generi di monopolio». A sostegno dell’impugnazione interposta ha dedotto:

1) violazione e/o falsa applicazione di Regolamento, e, in particolare, degli articoli 7, 8 e 9 decreto Ministero dell’Economia e delle Finanze n. 38/2013, falsa presupposizione, eccesso di potere per illogicita’ ed ingiustizia;

2) violazione e/o falsa applicazione del decreto ministeriale n. 38/2013 in particolare, degli articoli 7, 8 e 9, eccesso di potere per sviamento e contraddittorieta’;

3) violazione e/o falsa applicazione di principi generali di imparzialita’ e correttezza della P.A., come rinvenienti dall’art. 97 Costituzione, violazione del principio di proporzionalita’ dell’azione amministrativa;

4) violazione e/o falsa applicazione degli articoli 75 e 76 del decreto del Presidente della Repubblica n. 445/2000. Si e’ costituita in giudizio, per il tramite dell’Avvocatura Distrettuale Erariale,  l’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli – Ufficio dei Monopoli di  Taranto, contestando in toto le avverse pretese e chiedendo la reiezione del gravame. Con «Note d’udienza» depositate agli atti del giudizio in data 26 giugno 2018, parte ricorrente ha prospettato    dubbi di costituzionalita’ in ordine all’art. 75 del decreto del Presidente della Repubblica n. 445/2000, chiedendo che l’adito Tribunale «Voglia sollevare questione di illegittimita’ costituzionale  dell’art. 75 decreto del Presidente della Repubblica n. 445/2000 per contrasto con l’art. 3 Cost.» (essenzialmente, sotto il profilo della  violazione dei canoni di ragionevolezza, proporzionalita’ e uguaglianza), «nonche’ per contrasto con l’art. 117, primo comma, Cost. con riferimento all’art. 49, terzo comma, della CDFUE» («avente ora lo stesso valore giuridico dei trattati, in forza dell’art. 5, comma 1, del Trattato sull’Unione Europea (TUE), come modificato a Lisbona, il 13 dicembre 2007, ratificato e reso esecutivo con legge 2 agosto 2008 n.130, ed entrato in vigore il 1° dicembre 2009, secondo cui “le pene inflitte non devono essere sproporzionate rispetto al reato”»). Alla pubblica udienza del 3 luglio 2018, su richiesta di parte, la causa e’ stata introitata per la decisione.

2. – Rileva, innanzitutto, il Collegio che l’impugnato diniego risulta motivato dalla P.A. sulla scorta dell’omessa dichiarazione, da parte dell’istante, di taluni debiti verso l’Erario (e cioe’, la preesistenza di  una cartella di pagamento, emessa da Equitalia Servizi di Riscossione S.p.A., per l’omesso pagamento di una sanzione amministrativa per violazione al Codice della Strada, dell’importo totale di euro 217,18), ai sensi, sostanzialmente (a ben vedere), dell’art. 75 del decreto del Presidente della Repubblica 28 dicembre 2000 n. 445. E’ opportuno rammentare che l’art. 75 («Decadenza dai  benefici») del decreto del Presidente della Repubblica 28 dicembre 2000, n.  445 («Testo unico delle disposizioni legislative e  regolamentari in materia di documentazione amministrativa») dispone che: «1. Fermo restando quanto previsto dall’art. 76,  qualora dal controllo di cui all’art. 71 emerga la non veridicita’ del  contenuto della dichiarazione, il dichiarante decade dai benefici eventualmente conseguenti al provvedimento emanato sulla base  della dichiarazione non veritiera». La granitica giurisprudenza formatasi in «subiecta  materia» (ex plurimis, Consiglio di Stato, Sezione Quinta, 9 aprile 2013, n. 1933) ha osservato che il su riportato art. 75 del decreto del Presidente della Repubblica n. 445/2000 «si inserisce in un contesto in cui alla dichiarazione sullo status o sul possesso di determinati requisiti e’ attribuita funzione probatoria, da cui il dovere del dichiarante di affermare il vero. Ne consegue che la dichiarazione «non veritiera» al di la’ dei profili penali, ove ricorrano i presupposti del reato di falso, nell’ambito della disciplina dettata dalla legge n. 445 del 2000, preclude al  dichiarante il raggiungimento dello scopo cui era indirizzata la dichiarazione o comporta la decadenza dall’utilitas conseguita per effetto del mendacio». Pertanto, «In tale contesto normativo, in cui  la “dichiarazione falsa o non veritiera” opera come fatto, perde  rilevanza l’elemento soggettivo ovvero il dolo o la colpa del dichiarante» (Consiglio di Stato, Sezione Quinta, cit., n. 1933/2013), “poiche’, se cosi’ fosse, verrebbe meno la ratio della disciplina che e’ volta a semplificare l’azione amministrativa, facendo leva sul    principio di autoresponsabilita’ del dichiarante” (Consiglio di Stato,  Sezione Quinta, 27 aprile 2012, n. 2447): sicche’ ogni eventuale ulteriore circostanza, «senz’altro rilevante in sede penale, in quanto ostativa alla configurazione del falso ideologico, attesa la mancanza dell’elemento soggettivo, ovvero della volonta’ cosciente e non coartata di compiere il fatto e della consapevolezza di agire contro il dovere giuridico di dichiarare il vero, non assume rilievo nell’ambito della legge n. 445 del 2000, in cui il mendacio rileva quale inidoneita’ della dichiarazione allo scopo cui e’ diretto» (Consiglio di Stato, Sezione Quinta, cit., n. 1933/2013). Ai sensi della normativa generale di cui all’art. 75 del  decreto del Presidente della Repubblica n. 445 del 2000, quindi, «la non veridicita’ di quanto  autodichiarato rileva sotto un profilo oggettivo e conduce alla  decadenza dei benefici ottenuti con l’autodichiarazione non veritiera»; cosi’ la sent. 13 settembre 2016, n. 9699)» (T.A.R. Lazio, Roma, Sezione Terza ter, 24 maggio 2017, n. 6207), “Senza che tale disposizione lasci margine di discrezionalita’ alle Amministrazioni (cfr. ad es. CdS  1172_2017)” (T.A.R.  Liguria, Genova, Sezione Prima, 14 giugno 2017, n. 534). In definitiva, per effetto della suddetta  esegesi consolidata (tale da assurgere al rango di «diritto vivente», sicche’ neppure e’ possibile per il Tribunale operare una c.d. «interpretazione costituzionalmente conforme»): l’applicazione dell’art. 75 del decreto del Presidente della Repubblica n. 445/2000 comporta l’automatica decadenza dal beneficio eventualmente gia’  conseguito, non residuando, nell’applicazione della predetta norma, alcun margine di discrezionalita’ alle PP.AA. che, in sede di controllo (d’ufficio) ex art. 71 del medesimo testo unico, si avvedano della (oggettiva) non veridicita’ delle autodichiarazioni, posto che tale  norma prescinde, per la sua applicazione, dalla condizione   soggettiva del dichiarante, attestandosi (unicamente) sul dato oggettivo della non veridicita’, rispetto al quale risulta, peraltro, del  tutto irrilevante il complesso delle giustificazioni addotte dal dichiarante medesimo; parimenti, tale disposizione, nel contemplare la decadenza dai benefici conseguenti al provvedimento emanato sulla base delle dichiarazioni non veritiere, impedisce (ovviamente e a fortiori, come nel caso di specie) anche l’emanazione del provvedimento (ampliativo) di accoglimento dell’istanza tendente ad ottenere i benefici dalla P.A.

3. – Tuttavia, la predetta norma (art. 75 del decreto del Presidente della Repubblica n. 445/2000), intesa alla stregua dell’illustrato «diritto vivente», nel suo meccanico automatismo legale (del tutto decontestualizzato dal caso specifico) e nella sua assoluta rigidita’ applicativa (che non conosce eccezioni), sembra al Collegio incostituzionale, per violazione dei principi di ragionevolezza, proporzionalita’ e uguaglianza sanciti dall’art. 3 della Costituzione.

4. – Ed invero, «il giudizio di ragionevolezza, lungi dal comportare il  ricorso a criteri di valutazione assoluti e astrattamente prefissati, si svolge attraverso ponderazioni relative alla proporzionalita’ dei mezzi prescelti dal legislatore nella sua insindacabile discrezionalita’ rispetto alle esigenze obiettive da soddisfare o alle finalita’ che  intende perseguire, tenuto conto delle circostanze e delle  limitazioni concretamente sussistenti. Sicche’,… l’impossibilita’ di fissare in astratto un punto oltre il quale scelte di ordine   quantitativo divengono manifestamente arbitrarie e, come tali,  costituzionalmente illegittime, non puo’ essere validamente assunta come elemento connotativo di un giudizio di merito, essendo un tratto che si riscontra … anche nei giudizi di ragionevolezza. Del resto,……, le censure di merito non comportano valutazioni strutturalmente diverse, sotto il profilo logico, dal procedimento argomentativo proprio dei giudizi valutativi implicati dal sindacato di legittimita’, differenziandosene, piuttosto, per il fatto che in quest’ultimo le regole o gli interessi che debbono essere assunti come parametro del giudizio sono formalmente sanciti in norme di legge o della Costituzione» (Corte costituzionale, 22 dicembre  1988, n.1130). In conclusione: per un verso, il giudizio di  ragionevolezza della norma di legge deve essere necessariamente   ancorato al criterio di proporzionalita’, rappresentando quest’ultimo  «diretta espressione del generale canone di ragionevolezza (ex art.  3  Cost.)» (Corte costituzionale, 1° giugno 1995, n. 220); per altro verso, la ragionevolezza va intesa come forma di razionalita’ pratica (tenuto conto, appunto, «delle circostanze e delle limitazioni concretamente sussistenti» – Corte costituzionale, cit., n. 1130/1988), non riducibili alla  mera (e sola) astratta razionalita’ sillogistico – deduttiva e logico – formale, laddove (invece) la ragione (pratica e  concreta) deve essere aperta all’impatto che su di essa esplica il caso, il fatto, il dato di realta’ (che diventa esperienza giuridica),  solo cosi’ potendo (doverosamente) valutarsi l’adeguatezza del  mezzo al fine, la ragionevolezza «intrinseca», in uno agli (eventuali) esiti ed effetti sproporzionati e/o paradossali che possono concretamente derivare da una regola generale apparentemente ed astrattamente logica. In tal senso, il giudizio di ragionevolezza, lungi dal limitarsi alla (sola) valutazione della singola situazione oggetto  della specifica controversia da cui sorge il giudizio incidentale di legittimita’ costituzionale, si appalesa idoneo (traendo spunto da quest’ultima) a vagliare gli effetti della legge sull’intera realta’ sociale che la legge medesima e’ chiamata a regolare, anche in funzione dell’«”esigenza di conformita’ dell’ordinamento a valori di giustizia e di equita'” … ed a criteri di coerenza logica, teleologica, che costituisce un presidio contro l’eventuale manifesta irrazionalita’ o iniquita’ delle conseguenze della stessa» (sentenza n. 87 del 2012)» (Corte costituzionale, sentenza 10 giugno 2014, n. 162). E tanto anche confrontando i benefici che derivano dall’adozione, per dir cosi’, “neutra” del provvedimento con i suoi “costi”, e valutando l’eventuale inadeguata penalizzazione degli altri diritti e interessi di rango costituzionale contestualmente in gioco (bilanciamento).

5. – Orbene, l’illustrata fattispecie di “automatismo legislativo” di cui all’art. 75 del decreto del Presidente della Repubblica n. 445/2000, intesa alla stregua del “diritto vivente”, non sfugge, ad avviso meditato del Collegio, a forti dubbi di incostituzionalita’ per violazione dei principi di proporzionalita’, ragionevolezza e uguaglianza, di cui all’art. 3 della Costituzione.

5.1 – Ed  invero, le conseguenze decadenziali (definitive) dal beneficio (peraltro, latu sensu sanzionatorie), legate alla non veridicita’ obiettiva della dichiarazione, e, a fortiori, l’impedimento a conseguire il beneficio medesimo, ai sensi del citato art. 75 del decreto del Presidente della Repubblica n. 445/2000, appaiono al Tribunale irragionevoli e incostituzionali, contrastando con il principio di proporzione, che e’ alla base della razionalita’ che, a sua volta, informa il principio di uguaglianza sostanziale, ex art. 3 della Costituzione. E tanto ove si considerino (innanzitutto e in via dirimente) il meccanico automatismo legale (del tutto “slegato”  dalla fattispecie concreta) e l’assoluta rigidita’ applicativa della norma in questione, che (da un lato) impone tout court (senza alcun distinguo, ne’ gradazione) la  decadenza dal beneficio (o  l’impedimento al conseguimento dello stesso), a prescindere dall’effettiva gravita’ del fatto contestato (sia per le fattispecie in cui la dichiarazione non veritiera riveste un’incidenza del tutto marginale rispetto all’interesse pubblico perseguito dalla P.A., sia  per quelle nelle quali tale dichiarazione risulta in netto contrasto con tale interesse, riservando, quindi, il medesimo trattamento a situazioni di oggettiva diversa  gravita’), e (dall’altro) non consente di escludere nemmeno le ipotesi di non veridicita’ delle autodichiarazioni su aspetti di minima rilevanza concreta (come, appunto, nel caso di cui al presente giudizio), con ogni possibile (e finanche prevedibile) abnormita’ e sproporzione delle relative conseguenze, rispetto al reale disvalore del fatto commesso.

5.2 – Sotto altro profilo, inoltre, l’assoluta rigidita’ applicativa dell’art. 75 del decreto del Presidente della  Repubblica n. 445/2000 appare eccessiva, in quanto non consente (parimenti irragionevolmente e   inadeguatamente) di valutare l’elemento soggettivo (dolo – la c.d. coscienza e volonta’ di immutare il vero – ovvero colpa, grave o meno – nell’ipotesi di fatto dovuto’ a mera leggerezza o   negligenza dell’agente) della dichiarazione (oggettivamente) non veritiera, nella naturale (e contestuale) sede del procedimento amministrativo (o anche, laddove la P.A. lo ritenga, nell’ambito del pertinente giudizio penale).

5.3 – Ne’ puo’ ritenersi che i suddetti dubbi di costituzionalita’ possano essere superati facendo leva sulla ratio sottesa alla disposizione di che trattasi, rinvenibile, secondo il diritto “vivente” (cfr., ex plurimis, Consiglio di Stato, Sezione Quinta, cit., n. 2447/2012), nel principio generale di semplificazione  amministrativa (cui si accompagna l’affermazione dell’autoresponsabilita’ – “oggettiva” – del dichiarante). E’ ben vero, infatti, che l’art. 75 del decreto del Presidente della Repubblica n. 445/2000 debba qualificarsi quale norma generale di semplificazione amministrativa. Tuttavia, proprio in quanto tale, la suddetta norma, se, da un lato, e’ sicuramente volta a rendere piu’  efficiente ed efficace l’azione dell’Amministrazione pubblica (buon  andamento, ai sensi dell’art. 97 della Costituzione), dall’altro e’ (altrettanto inequivocabilmente) finalizzata a garantire i diritti dei  singoli costituzionalmente tutelati e di volta in volta coinvolti nel procedimento amministrativo attivato (e nell’ambito del quale sono state rese le autodichiarazioni medesime): si pensi, ad esempio, al diritto allo studio (art. 34), al diritto alla salute (art. 32), al diritto al lavoro (articoli 4 e 35), al diritto all’assistenza sociale (art. 38), al diritto di iniziativa economica privata (art. 41, come nel caso di specie). Sicche’, anche nella prospettiva del necessario bilanciamento degli interessi costituzionali coinvolti (nonche’ della massima espansione possibile delle relative tutele), il rigido automatismo applicativo (in uno ai correlati e definitivi effetti preclusivi e/o decadenziali) si rivela, in concreto, lesivo del doveroso equilibrio fra le diverse esigenze in gioco, e persino tale da pregiudicare definitivamente proprio quei diritti costituzionali del singolo alla cui migliore e piu’ rapida realizzazione la norma di  semplificazione de qua e’, in definitiva, finalizzata. E tanto vieppiu’  allorche’ si consideri che l’art. 40 («Certificati») del  decreto  del  Presidente  della  Repubblica  28 dicembre 2000, n, 445 («Testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia di  documentazione amministrativa»), come modificato dall’art. 15, comma 1, lett. a), legge 12 novembre 2011, n. 183, ha disposto che «01. Le  certificazioni rilasciate dalla pubblica amministrazione in ordine a stati, qualita’ personali e fatti sono valide e utilizzabili solo nei rapporti tra privati. Nei rapporti con gli organi della pubblica amministrazione e i gestori di pubblici servizi i certificati e gli atti di notorieta’ sono sempre sostituiti dalle dichiarazioni di cui agli articoli 46 e 47» e che «02. Sulle certificazioni da produrre ai soggetti privati e’ apposta, a pena di nullita’, la dicitura: “Il presente  certificato non puo’ essere prodotto agli organi della pubblica  amministrazione o ai privati essendo il privato obbligato, e non  piu’ (meramente) facultato, a presentare alle PP.AA. le «dichiarazioni di cui agli articoli 46 e 47», la semplificazione de qua si risolve, in ultima analisi, per un verso, nella (sicura) diminuzione degli adempimenti a carico dell’Amministrazione pubblica (a fronte dei  controlli d’ufficio, «anche a campione», ai sensi dell’art. 71 del decreto del Presidente della Repubblica n. 445/2000), e, per altro  verso, nell’eccessiva (considerate le conseguenze automatiche  derivanti dall’eventuale dichiarazione non veritiera, ex art. 75 del  decreto del Presidente della Repubblica n. 445/2000) autoresponsabilita’ (“oggettiva”) del privato medesimo.

6. – Pertanto, rispetto ad una disposizione – l’art. 75 del decreto del Presidente della Repubblica n. 445/2000 – nel significato in cui essa “vive” nella (costante) applicazione giudiziale, il Collegio non puo’ che sollevare la questione di legittimita’ costituzionale, tenuto conto, per quanto innanzi esposto, che la stessa appare non superabile in via interpretativa (in ragione, appunto, del “diritto vivente”) e non manifestamente infondata.

7. – Inoltre, l’intervento del Giudice delle Leggi appare assolutamente necessario nella presente controversia, non potendosi prescindere dalla definizione (necessariamente e logicamente pregiudiziale) di tale questione ai fini della decisione del presente giudizio, in quanto, nell’ipotesi in cui il citato art. 75 del decreto del Presidente della Repubblica n.  445/2000 dovesse essere dichiarato  incostituzionale, verrebbe meno l’unico presupposto normativo posto, sostanzialmente (a ben  vedere), a fondamento  del gravato diniego, nel mentre, in caso contrario, il gravame sarebbe infondato alla stregua delle censure formulate dalla parte ricorrente.

8.- Il Collegio, in conclusione, ritiene che la questione di legittimita’  costituzionale, per contrasto con i principi di ragionevolezza, proporzionalita’ e uguaglianza di cui all’art. 3 della Costituzione, dell’art. 75 del decreto del Presidente della Repubblica 28 dicembre 2000, n. 445, sia rilevante (sussistendo, appunto, il nesso di assoluta pregiudizialita’ tra la soluzione della prospettata questione di legittimita’ costituzionale e la decisione del presente giudizio) e  non manifestamente infondata, e debba, conseguentemente, essere    rimessa all’esame della Corte costituzionale, mentre il giudizio in corso deve essere sospeso fino alla decisione della Consulta.

P. Q. M.

Il Tribunale Amministrativo Regionale per la Puglia Lecce – Sezione  Terza, pronunciando sul ricorso indicato in epigrafe, sospende il   giudizio e solleva questione di legittimita’ costituzionale, per contrasto con l’art. 3 della Costituzione, nei sensi e termini di cui in motivazione, dell’art. 75 del decreto del Presidente della Repubblica 28 dicembre 2000, n. 445. Dispone l’immediata trasmissione degli   atti alla Corte costituzionale; Ordina che, a cura della Segreteria, la  presente ordinanza sia notificata alle parti in causa, nonche’ al Presidente del Consiglio dei ministri, e comunicata ai Presidenti della Camera dei Deputati e del Senato della Repubblica. Cosi’ deciso in Lecce nella Camera di Consiglio del giorno 3 luglio 2018 con l’intervento dei magistrati:

Enrico d’Arpe, Presidente; Maria Luisa Rotondano, Primo Referendario, Estensore; Anna Abbate, Referendario.

Il Presidente: d’Arpe

L’estensore: Rotondano