LA COMMISSIONE TRIBUTARIA PROVINCIA DI VICENZA

Sezione 2

riunita con l’intervento dei signori:

Block Maurizio, Presidente; Spadaro Giorgio, relatore; De Biase Frezza Costanza, giudice; ha emesso la seguente ordinanza sul ricorso n. 512/2016,  spedito il 10 giugno 2016, avverso diniego rimborso Irpef-altro 2014,  contro Agenzia  entrate  –  Dir.  Provin.  Uff. controlli-legale Vicenza, proposto dai ricorrenti Rizzo Paola, via Gobbi,  30,  sc  A  –  36061 Bassano del Grappa (VI), difeso da Cuocci Felice, piazza  Martiri  di via Fani, 21 – 76125 Trani (BT), difeso da De Benedictis Flavio,  via Carlo Cattaneo, 16 – 70056 Molfetta (BA);

Osserva

La controversia riguarda il rifiuto tacito che l’Agenzia delle entrate  di Vicenza ha posto all’istanza di rimborso IRPEF, addizionali comunale e regionale, per l’anno 2014, presentata, in data 9 ottobre 2015, dalla signora Rizzo Paola, rappresentata e difesa, anche disgiuntamente, dall’avv. Felice Cuocci e dall’avv. De Benedictis. In particolare, la richiesta della contribuente e’ correlata alla asserita maggiore imposta versata, sommando al reddito complessivo prodotto, l’ammontare dell’imponibile erogato dal Fondo pensioni pari ad € 819,00 a titolo di IRPEF, ad € 788,00 a titolo di restituzione bonus IRPEF, ad € 99,74 a titolo di addizionale regionale ed € 64,87 a titolo di addizionale comunale. La ricorrente, ha assunto di essere  stata iscritta dal 16 dicembre 200 a 30 giugno 2014 al Fondo  nazionale pensione complementare per i lavoratori della scuola (Fondo scuola ESPERIA), e di avere maturato, a tale titolo, una posizione lorda individuale di € 8.108,7; posizione, per la quale ha chiesto la liquidazione per riscatto volontario, subendo una ritenuta alla fonte di € 1.865,01 a titolo di tassazione ordinaria, per il fatto che il predetto Fondo, ha proceduto ai sensi del combinato disposto del comma 6 dell’art. 23 del decreto legislativo n. 252/2005 e della lettera d-ter del comma 1 dell’art. 52 del TUIR nella versione in vigore antecedentemente alla abrogazione ad opera del citato decreto legislativo n. 252/2005. In tale contesto, ha eccepito:

1) l’illegittima applicazione della norma meno favorevole al caso  di  specie, atteso che il differente regime impositivo applicabile alle prestazioni di previdenza complementare erogate ai dipendenti di una pubblica amministrazione iscritti ad una forma pensionistica di natura negoziale, risulterebbe abrogata dall’avvenuta scadenza del termine del 6  ottobre  2005  fissato  dal comma 1 dell’art. 1 della legge n. 243/2004 per l’emanazione del decreto legislativo di  riforma  della  disciplina fiscale della previdenza complementare dei dipendenti delle pubbliche amministrazioni. Norma che, diversamente interpretando,  risulterebbe in contrasto con  i fondamentali principi costituzionali ed, in particolare, con gli articoli 2, 3 e 53 della Costituzione;

2) la manifesta irragionevolezza nella modalita’ di tassazione da parte del legislatore, derivante dalla maggiorazione dell’onere tributario, a seconda della natura pubblica o privata del datore di lavoro. Per questi motivi, ha chiesto l’accoglimento dell’istanza di rimborso e la corresponsione dell’importo complessivo di € 1.771,61; in subordine ha chiesto sollevarsi questione di legittimita’ costituzionale della norma di cui all’art. 23, comma 6 del decreto legislativo n. 252/2005 per contrasto con gli articoli 2, 3 e 53 della Costituzione. L’Agenzia delle entrate, costituita in  giudizio, ha  contestato analiticamente ogni eccezione e deduzione di  controparte, ribadendo la piena legittimita’ del proprio operato. In particolare, sui singoli rilievi, ha contro dedotto quanto segue:

1) la riforma della previdenza complementare, contenuta nel decreto legislativo n. 252/2005, pur prevedendo una tassazione sostitutiva agevolata mediante l’applicazione di una ritenuta alla fonte a titolo di imposta, non ha trovato applicazione nel settore pubblico;

2) l’assoggettamento a tassazione ordinaria non sarebbe, comunque, discriminante in quanto anche il riscatto volontario erogato ai dipendenti di datori di lavoro privato e’ prevista l’imposta sostitutiva di cui all’art. 14 del decreto legislativo n. 252/2005. Per questi motivi, ha chiesto il rigetto del ricorso e la condanna alla rifusione delle spese di giudizio. Il Collegio, riunito per la trattazione, sentite le parti in pubblica udienza, rileva quanto segue. Con il primo rilievo. Parte ricorrente, ricordato che per i dipendenti di una  pubblica amministrazione iscritti a una forma pensionistica di natura negoziale il decreto legislativo n. 252/2005 ha previsto un regime transitorio di applicazione delle disposizioni tributarie contenute nel decreto legislativo n. 47/2000, invece del piu’ favorevole regime  fiscale introdotto dal predetto decreto legislativo n. 252, contesta l’illegittima applicazione di una norma meno favorevole al caso di specie, senza tenere conto, fra l’altro, che il differente regime   impositivo risulterebbe abrogato dall’avvenuta scadenza del termine del 6 ottobre 2005 fissato dal comma 1 dell’art. 1 della legge  n.  243/2004 per l’emanazione del decreto legislativo di riforma della  disciplina fiscale della previdenza complementare dei dipendenti    delle pubbliche amministrazioni. Assume, al riguardo, che la  scelta  legislativa di tassare in modo totalmente differente e penalizzante una prestazione di previdenza complementare percepita da un aderente a una forma pensionistica collettiva per la sola circostanza  che il proprio datore di lavoro fosse una pubblica amministrazione e non un soggetto di  diritto privato, sarebbe manifestamente irragionevole e discriminatoria in quanto palesemente contraria al  principio di capacita’ contributiva di cui all’art. 53 della Costituzione,  quale specificazione settoriale del piu’ ampio principio di uguaglianza di cui all’art. 3 della stessa Costituzione. Assume, altresi’, che il combinato disposto del comma 6 dell’art. 23 del decreto legislativo n. 252/2005 e della lettera d-ter del comma 1  dell’art. 52 del TUIR (nella versione in vigore antecedentemente  all’abrogazione ad opera del succitato decreto legislativo n. 252/2005) risulterebbe palesemente incostituzionale laddove sottopone a tassazione ordinaria e progressiva un reddito a formazione pluriennale ed a carattere straordinario, quale il riscatto c.d. volontario della posizione individuale erogato a un dipendente  pubblico iscritto a un fondo pensione di cui e’ destinatario,  per  contrasto con i fondamentali principi di solidarieta’ sociale di cui all’art. 2 della Costituzione, di eguaglianza di cui all’art. 3 della  Costituzione e di capacita’ contributiva di cui all’art. 53 della Costituzione. Assume, infine, che l’illegittimita’ costituzionale di tale regime tributario sarebbe ancora piu’ lampante se si considera che la posizione di previdenza complementare dell’odierna ricorrente  (al pari di qualunque altro lavoratore dipendente della pubblica amministrazione iscritto a una forma pensionistica complementare  di cui e’ destinatario) si forma anche in virtu’ della destinazione del trattamento di fine rapporto maturando, con la conseguenza che si verifica l’assurda situazione per cui, se un dipendente pubblico non aderisce a una forma pensionistica collettiva, non destinando quindi a previdenza complementare il trattamento di fine rapporto maturando, al momento della cessazione volontaria del rapporto di lavoro o della scadenza del rapporto di lavoro a tempo determinato, il trattamento di fine rapporto erogato in suo favore dal datore di  lavoro sara’ soggetto alla piu’ favorevole imposizione separata di cui all’art. 19 del TUIR (ovvero facendo concorrere l’indennita’ di fine rapporto alla formazione del reddito complessivo dell’anno in cui e’ stata percepita solo se cio’ risulti piu’ favorevole per il contribuente ex art. 17 comma 3 del TUIR). Tutto cio’ posto, il Collegio, esaminata la questione di legittimita’ costituzionale della vicenda, ritiene non manifestamente infondato e rilevante nel presente giudizio la   questione di legittimita’ costituzionale dell’art. 23, comma 6 del  decreto legislativo n. 252/2005, in relazione all’art. 52, comma 1,  lettera D)-ter del Testo Unico delle imposte sui redditi, con riferimento agli articoli 3 e 53 della Costituzione. Il Fondo di previdenza complementare per i lavoratori della scuola, c.d. fondo scuola Espero, infatti, nasce a seguito della riforma pensionistica  contenuta nella legge n. 335/95 che ha introdotto, tra l’altro, il sistema contributivo, ed e’ destinato ai lavoratori del comparto  scuola, sia con contratto a tempo indeterminato che determinato che vi aderiscono volontariamente. La riforma introdotta dalla  legge n. 243/2004, per espressa disposizione normativa (art. 1, comma 2, lettera p), effettivamente, non ha trovato immediata  applicazione nei confronti del pubblico impiego, in quanto  espressamente rinviata alla conclusione del procedimento concertativo con le  regioni e le parti sociali che avrebbe dovuto portare alla emanazione di un apposito decreto di armonizzazione. Recitano, infatti, gli articoli 1, commi 1 e 2, della legge n. 243/2004, quanto segue: «1. Il Governo e’ delegato ad adottare, entro dodici  mesi dalla data di entrata in vigore della presente legge, uno o piu’  decreti legislativi contenenti norme intese a: a) liberalizzare l’eta’ pensionabile; b) eliminare progressivamente il divieto di cumulo tra pensione e redditi da lavoro; c) sostenere e favorire lo sviluppo di forme pensionistiche complementari; d) rivedere il principio della totalizzazione dei periodi assicurativi estendendone l’operativita’ anche alle ipotesi in cui si raggiungano i requisiti minimi per il diritto alla pensione in uno dei fondi presso cui sono accreditati i contributi. Il Governo, nell’esercizio della delega di cui al comma 1, fatte salve le competenze delle regioni a statuto speciale e delle Province autonome di Trento e di Bolzano, previste dai relativi statuti, dalle norme di attuazione del titolo V della parte II della Costituzione, si atterra’ ai seguenti principi e criteri direttivi: (….)

p) applicare i principi e i criteri direttivi di cui al comma 1 e al presente comma e le disposizioni relative agli incentivi al posticipo del pensionamento di cui ai commi da 12 a 17, con le necessarie   armonizzazioni, al rapporto di lavoro con le amministrazioni di cui all’art. 1, comma 2, del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165, e successive modificazioni, previo confronto con le organizzazioni sindacali comparativamente piu’ rappresentative dei datori e dei prestatori di lavoro, le regioni, gli enti locali e le autonomie funzionali, tenendo conto delle specificita’ dei singoli settori, e dell’interesse pubblico connesso all’organizzazione del lavoro e  all’esigenza di efficienza dell’apparato amministrativo pubblico;» Le norme di cui al decreto legislativo n. 252/2005, recante disposizioni attuative della  predetta  legge  delega, all’art. 21, comma 8, dispongono che «Fatto salvo quanto previsto all’art. 23, comma 5, e’ abrogato il decreto legislativo 21 aprile 1993, n.  124». Mentre all’art. 23, comma 6, precisano che «Fino all’emanazione del decreto legislativo di attuazione dell’art. 1, comma 2, lettera p), della legge 23 agosto 2004, n. 243, ai dipendenti delle pubbliche amministrazioni di cui all’art. 1, comma 2 del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165, si applica esclusivamente ed integralmente la previgente normativa». Ne discende che il combinato disposto di questi due commi esclude l’applicazione, al rapporto di lavoro pubblico, del regime fiscale piu’ favorevole introdotto dallo stesso decreto legislativo, creando due regimi impositivi ed una   disparita’ di trattamento costituzionalmente rilevante (art. 3,  53  Cost.), laddove il c.d. riscatto volontario di una posizione individuale  accumulata dal 1° gennaio 2007 in poi, se erogato a favore di  dipendenti del settore privato iscritti a una forma pensionistica di natura negoziale di cui sono destinatari, beneficia della favorevole imposizione  sostitutiva di cui all’art. 14 del decreto legislativo  n.  252/2005, mentre il medesimo riscatto erogato a favore di dipendenti pubblici subisce una differente e penalizzante  imposizione  ordinaria che si configura nella maggiorazione   dell’onere tributario, derivante dalla applicazione dell’art. 52, comma 1, lettera d-ter del TUIR. In definitiva, il decreto legislativo n. 252/2005, recante disposizioni attuative della predetta legge di delega, risulta carente di una disciplina generale di armonizzazione con il settore pubblico, laddove l’art. 21, comma 8 del decreto legislativo n. 252/2005 prevede l’abrogazione della precedente   disciplina di previdenza complementare contenuta nel decreto   legislativo n. 124/1993, mentre al successivo art. 23, comma 5  precisa che «Fino all’emanazione del decreto legislativo di  attuazione dell’art. 1, comma 2,  lettera  p),  della  legge  23 agosto  2004, n. 243, ai dipendenti delle pubbliche amministrazioni di cui all’art. 1, comma 2, del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165, si  applica esclusivamente ed integralmente la previgente normativa.». Ne discende che il combinato disposto di questi due commi esclude, irragionevolmente, al rapporto di lavoro pubblico contrattualizzato, il regime fiscale piu’ favorevole introdotto dallo stesso decreto legislativo, creando due  sistemi  impositivi ed una disparita’ di trattamento che appare irragionevole e quindi costituzionalmente rilevante in  violazione  dell’art. 3  Cost., in quanto lesivo del principio di uguaglianza tra lavoratori del settore pubblico e privato ed art. 53 Cost. in quanto una medesima fonte di capacita’ contributiva viene sottoposta a due diverse imposizioni fiscali. La questione e’ altresi’ rilevante in quanto la risoluzione della controversia in senso favorevole o sfavorevole al contribuente dipende dell’applicazione, o meno, della norma della cui costituzionalita’ si dubita. Se ne rimette quindi l’esame alla Corte costituzionale.

P.Q.M.

Letto l’art. 23, legge 11 marzo 1953, n. 87, dichiara non manifestamente  infondata  e  rilevante  nel  presente giudizio la questione di legittimita’ costituzionale dell’art. 23, comma 6 del decreto legislativo n. 252/2005 per contrasto con gli articoli 3 e 53 della Costituzione. Dispone la sospensione del presente procedimento e la trasmissione degli atti alla Corte costituzionale. Dispone che la presente ordinanza sia notificata alle parti e al Presidente del Consiglio dei ministri e comunicata ai Presidenti dei due rami del Parlamento.

Vicenza, 21 ottobre 2016

Il Presidente: Block

Il giudice estensore: De Biase Frezza