Di Alessandro Amaolo

In via preliminare, è ormai principio consolidato ritenere che nell’ambito della responsabilità civile extracontrattuale (art. 2043 c.c.) ha fatto ingresso anche il danno esistenziale (art. 2059 codice civile – lesione peggiorativa della qualità della vita del danneggiato).
Il danno esistenziale è fonte di responsabilità civile risarcitoria ed è ontologicamente differente rispetto al danno biologico. Infatti, la struttura del danno esistenziale nasce e si espande nella direzione di un ampliamento della tutela del “valore persona” inteso nella sua complessità. La terza sezione civile della Suprema Corte, con l’importantissima sentenza nr 22585 del 03/10/2013, ha ribadito l’autonomia del danno esistenziale rispetto a quella del danno biologico e del danno morale. In particolare, il predetto danno esistenziale , inteso come sofferenza interiore, è una compromissione delle normali potenzialità di esplicazione e realizzazione della personalità del danneggiato, sia in ambito familiare che in ambito lavorativo – professionale e di relazione con soggetti terzi. In sintesi, con questa sentenza emanata dalla Cassazione civile le tre tipologie di danno acquistano una propria autonomia e sono fra loro alternativamente risarcibili.
Nell’alveo di questo contesto giurisprudenziale si inserisce la più recente sentenza della Terza Sezione della Suprema Corte di Cassazione del 22 settembre 2015 , n. 18611. Pertanto, questa ulteriore sentenza degli ermellini chiarisce che il danno morale(1) ed il danno esistenziale meritano una valutazione autonoma rispetto al danno biologico; inoltre, la stessa riafferma l’incongruità di una mera valutazione tabellare ai fini del calcolo delle somme dovute a ristoro del pregiudizio subito dalla vittima.
La giurisprudenza ha affermato numerose volte che il danno esistenziale da vacanza rovinata(2), a prescindere dalla sua natura patrimoniale o non patrimoniale(3), è danno risarcibile. In particolare, il danno da vacanza rovinata riconosciuto dalla giurisprudenza corrisponde ai disagi subiti dal turista, correlati alla mancata realizzazione in tutto o in parte del programma di viaggio

Note:
1) Avendo il danno morale soggettivo natura diversa rispetto al danno biologico non può essere condiviso l’assunto delle Sezioni Unite civili n. 26972/2008 ed altre “gemelle”, secondo il quale l’ex danno morale soggettivo andrebbe liquidato solo come personalizzazione del danno biologico, del quale farebbe parte. ( Tribunale civile di Camerino, sentenza 18 marzo 2011 )
2) E’ legittima la condanna del giudice penale al risarcimento in via equitativa del danno morale cosiddetto “da vacanza rovinata” anche nel caso in cui il fatto causativo del danno abbia a verificarsi l’ultimo giorno della vacanza, in quanto quest’ultima deve ritenersi comunque rovinata non solo nella sua parte finale, ma anche come ricordo. ( Cassazione penale, sezione III, sentenza 24 maggio 2010, n. 19523 )

previsto. L’interesse leso è quello di godere pienamente del viaggio organizzato come occasione di piacere, di svago, di riposo. Pertanto, il danno da vacanza rovinata è un danno non patrimoniale, più precisamente un pregiudizio esistenziale che si sostanzia soprattutto in una limitazione del libero sviluppo della personalità. Infatti, il Giudice di pace di Milano, nella sentenza del 18 Dicembre 2000, ha riconosciuto un risarcimento in denaro relativo ai disagi subiti da un passeggero a seguito del notevole ritardo accumulato dal volo(4).
I riferimenti normativi che portano ad ammettere il risarcimento del danno da vacanza rovinata sono da individuare nel d.lg.vo 17 marzo 1995, n. 111 di attuazione della direttiva n. 90/314 CEE concernente i viaggi, le vacanze ed i circuiti “tutto compreso” che richiama, tra le altre, la convenzione di Bruxelles del 23.04.1970 resa esecutiva con l. 29.12.1977, n. 1084.
Lo scrivente ritiene che il danno esistenziale si può identificare, altresì, nella lesione al diritto alla felicità. Il predetto danno nasce dall’esigenza di riparare i pregiudizi sofferti dalla personalità individuale. Ritengo che possa ben sussistere il danno esistenziale ogni qual volta l’offesa arrecata al diritto sia seria, oltre la soglia della tollerabilita’.
Il danno in questione deve necessariamente essere allegato e provato. Si tratta di un pregiudizio che si proietta nel futuro e per la sua risarcibilità si deve avere riguardo al periodo di tempo nel quale si sarebbe presumibilmente esplicato il godimento del diritto. Pertanto, ai fini del risarcimento del danno esistenziale si deve fornire un’adeguata prova circa la sussistenza dello stesso, consistente nella dimostrazione di una modificazione negativa dell’agire del singolo o dei singoli.
Gli esempi relativi al danno esistenziale possono essere molteplici; si pensi, solo per fare un esempio concreto, alla sentenza che risarcisce una somma di denaro a titolo di danno esistenziale correlato alla privazione della possibilità di svolgere un’attività ricreativa derivante dall’ingiusta revoca del porto d’armi. Oppure, si pensi al caso in cui la gravità dei postumi, residuati a conducente di veicolo in conseguenza di sinistro stradale, abbiano compromesso lo svolgimento della vita familiare ed in particolare i rapporti sessuali con il proprio coniuge. In questo caso, al coniuge che ne abbia fatta espressa domanda spetta certamente il risarcimento del danno esistenziale (legittimati all’esercizio dell’azione risarcitoria sono entrambi i coniugi).

Note:
4) Giud. pace Milano 18 dicembre 2000, cit.: «Nel trasporto aereo l’informazione sull’evolversi dei contrattempi e sulle prevedibili contromisure, rientra negli obblighi non solo di cortesia ma anche di assistenza del vettore nei confronti dei passeggeri clienti. Dall’inadempimento di tali obblighi sorge in capo al vettore stesso un’obbligazione risarcitoria. Oltre i danni patrimoniali di cui l’attore deve dare prova specifica, deriva, in ogni caso, da tale inadempimento un danno alla sfera esistenziale, quali il nervosismo e la frustrazione connessi al notevole ritardo accumulato dal volo. Tale danno esistenziale è quantificabile equitativamente» (conff., tra le altre, Giud. pace Venezia – Mestre 13 gennaio 1999, Giud. pace Cassino 28 febbraio 2001, Giudice di pace Bari 7 novembre 2003).

Il danno esistenziale non è “in re ipsa” ed , infatti, colui che lamenti un danno esistenziale deve darne prova, a mezzo di documenti, testimonianze, presunzioni. Dal lamentato pregiudizio non deriva automaticamente l’esistenza del danno, ossia questo non è, immancabilmente, ravvisabile a causa della potenzialità lesiva dell’atto illegittimo (Cassazione, S.U. civili, sentenza 24.03.2006 n° 6572).
Tuttavia, la stessa legge, già da tempo, conosce la figura del danno esistenziale, anche se sotto nome diverso. Si tratta del risarcimento per lite temeraria ex articolo 96 c.p.c.; questo altro non è che il risarcimento dovuto alla parte vincente per essere stata coinvolta in una vicenda giudiziaria del tutto superflua ed inutile.
Le applicazioni pratiche giurisprudenziali che sono relative al danno esistenziale stanno diventando sempre più numerose soprattutto nelle aule di giustizia dei Giudici di Pace.
Su questo punto, si sottolinea ed evidenzia la sentenza n. 3719/13 emanata dal Giudice di Pace di Gaeta il quale ha condannato una società a risarcire anche il danno esistenziale ( quantificato in € 600,00) arrecato ad un’altra società che era stata arbitrariamente privata della linea telefonica per 18 giorni. In breve, nonostante un tempestivo reclamo, era stato effettuato per errore il distacco di un’utenza commerciale ed il Giudice di Pace, pertanto, ha condannato il Gestore a risarcire i danni subiti dall’utente per il gravissimo disservizio. Sempre in tal senso, cito la sentenza della Cassazione civile, sezione III, nr 25731 del 22 Dicembre 2015 che ha riconosciuto il danno esistenziale per il disagio arrecato all’utente il cui studio legale era rimasto privo di energia per giorni ventitre, disagio allegato e provato. In sintesi, alla stregua di quanto esposto in precedenza, ritenendo ingiustificato il distacco operato dalla società erogatrice dell’energia elettrica, la Corte ha ritenuto di accogliere l’istanza di risarcimento del danno esistenziale avanzata dal ricorrente.
Anche nell’ambiente di lavoro possono sicuramente derivare disagi esistenziali che vanno riconosciuti alla vittima sempre che esista un nesso di causalità tra gli atti posti in essere ed il danno subito. Le lesioni della personalità del lavoratore, prodotte dal comportamento illegittimo del datore di lavoro sono in grado di poter incidere sulla dignità, libertà e identità personale oltre che professionale del lavoratore e, in quanto tali, vanno giustamente riparate anche attraverso il modello di risarcimento del danno esistenziale.
Orbene, facendo un esempio, il danno esistenziale, nel rapporto di lavoro(5), si può riscontrare nella condotta del datore di lavoro (esempio di un dirigente pubblico) il quale abbassi senza alcun motivo logico e ragionevole la scheda di valutazione per un dipendente (forse a causa di risentimenti personali). Si tratta, in sostanza, di una vera e propria dequalificazione2 professionale contra jus attuata dal dirigente pubblico (soggetto valutatore) nei confronti del dipendente (soggetto valutato).
Il danno , pertanto, si concretizza nel diritto – dovere per il dipendente di ricorrere all’Organismo Indipendente di Valutazione proprio al fine di correggere la valutazione, così come nella perdita di felicità e del diritto di poter fruire del tempo libero. Quest’ultimo viene limitato perché il predetto dipendente deve redigere il ricorso, studiare gli atti e, di conseguenza, rinunciare ad ore da dedicare per i propri interessi personali. In particolare, il danno, nel caso de quo, si può evincere ictu oculi anche nei turbamenti e nelle sofferenze psichiche arrecati al dipendente per una scheda valutativa priva di ogni logica, razionalità e dettata, molto probabilmente, da risentimenti personali. Più in dettaglio, la valutazione negativa emessa dal dirigente pubblico ha prodotto ed ingenerato nel destinatario uno stato di dequalificazione, stress, delusione, disagio, di ansia, di nervosismo e preoccupazione anche per la conservazione del posto di lavoro.
Si precisa che gli ermellini hanno sancito la piena legittimità del diritto al risarcimento del danno da stress. Proprio a tal proposito, la Cassazione civile, sezione II, sentenza 23 marzo 2011, n. 6712 ha stabilito che: “E’ legittimo il risarcimento del danno da stress subito da automobilista (nella specie donna incinta) nella ricerca della propria autovettura illegittimamente rimossa da ausiliare del traffico privo di delega”.
Ovviamente, le sofferenze psichiche subite dal dipendente traumatizzato sono sicuramente indennizzabili dal giudice civile in via equitativa, ex articolo 1226 del codice civile. Nella liquidazione del danno esistenziale derivante da fatto illecito, anche se effettuata

Note:
5) In tema di risarcimento del danno non patrimoniale derivante da demansionamento e dequalificazione, il riconoscimento del diritto del lavoratore al risarcimento del danno professionale, biologico o esistenziale, non ricorre autonomamente in tutti i casi di inadempimento datoriale e non può prescindere da una specifica allegazione, nel ricorso introduttivo del giudizio – dell’esistenza di un pregiudizio (di natura non meramente emotiva ed interiore, ma oggettivamente accertabile) provocato sul fare reddituale del soggetto, che alteri le sue abitudini e gli assetti relazionali propri, inducendolo a scelte di vita diverse quanto all’espressione e realizzazione della sua personalità nel mondo esterno. Tale pregiudizio non si pone quale conseguenza automatica di ogni comportamento illegittimo rientrante nella suindicata categoria, cosicché non è sufficiente dimostrare la mera potenzialità lesiva della condotta datoriale, incombendo sul lavoratore non solo di allegare il demansionamento ma anche di fornire la prova ex art. 2697 c.c. del danno non patrimoniale e del nesso di causalità con l’inadempimento datoriale. (Cassazione civile, sezione lavoro, sentenza 17 settembre 2010, n. 19785)

necessariamente sulla base di criteri equitativi, si deve tenere conto della gravità dell’illecito, dell’età della persona danneggiata e del dolore subito, così come di tutti gli altri elementi della fattispecie in modo da rendere la somma liquidata il più possibile adeguata all’effettivo pretium doloris (lesione del diritto alla felicità). L’unica possibile forma di liquidazione di ogni danno privo delle caratteristiche della patrimonialità è quella equitativa. La logica della liquidazione equitativa del giudice è, quindi, insita nella natura e nella funzione del danno in questione, che non è di reintegrare la perdita patrimoniale subita, ma di controbilanciare un pregiudizio non economico, privo di riferimenti di commutazione pecuniaria.
Su quest’ultimo aspetto, il Supremo Collegio ha stabilito quanto segue : “ Il danno non patrimoniale può essere liquidato adottando il criterio equitativo puro, ossia il criterio di liquidazione svincolato da tabelle standardizzate e criteri automatici, tenendo però presente le circostanze oggettive e soggettive del caso concreto ”. (Cassazione Civile, Sezione II, sentenza 14 settembre 2010 n. 19517). Inoltre, la liquidazione del danno esistenziale deve essere supportata da un’adeguata motivazione che sia in grado di illustrare il procedimento logico – giuridico attraverso il quale si è pervenuti a giudicare proporzionata una certa misura di risarcimento, indicando, altresì, tutti gli elementi a tal fine presi in considerazione.
In sintesi, il danno esistenziale risarcibile è una voce di danno del tutto autonoma e diversa rispetto al danno biologico. Risarcire il danno esistenziale quale voce autonoma, dunque, non solo non significa affatto duplicare le voci di ristoro e, soprattutto, le poste risarcitorie, bensì permette di individuare il diritto a ricevere un equo ristoro per la perdita della felicità , del diritto al tempo libero e della dignità relativa alla persona. Il riconoscimento del danno esistenziale risponde ad una specifica esigenza di modernizzare il vigente ordinamento giuridico nazionale ed, quindi, del diritto civile. Peraltro, il danno biologico, conseguente alla lesione del diritto alla salute garantito dall’art. 32 Costituzione, è ontologicamente diverso dal danno derivante dalla lesione di un diverso diritto costituzionalmente protetto, non potendo, quindi, essere risarcito come danno biologico il danno, cosiddetto esistenziale, che si affermi essere derivato da <<stress psicologico da timore>> per la compromissione della serenità e sicurezza del soggetto interessato. Nell’esempio in precedenza riportato, il danno subito dal dipendente pubblico ravvisabile ancora una volta non in un danno alla salute in senso stretto, ma nel pregiudizio corrispondente alla “sottoposizione sostanzialmente coattiva” ad un incontro con un avvocato per ricorrere all’Organismo Indipendente di Valutazione per innalzare la valutazione complessiva della cd pagella realizza, ad onor del vero, proprio lo schema previsto dall’articolo 2059 codice civile. Riassumendo, da un illegittimo comportamento della P.A. (dirigente pubblico) è derivata, nel caso sopra prospettato, una lesione della serenità personale che ciascun soggetto ha il diritto di mantenere, non solo nell’ambito lavorativo ma anche familiare.
Sotto una specifico profilo, il predetto danno esistenziale temporaneo ha anche una qualche connotazione di carattere patrimoniale, in quanto il dipendente pubblico non avrebbe potuto usufruire del salario accessorio (c.d produttività legata alle performance individuale) e risulterebbe essere stato danneggiato anche per le progressioni orizzontali all’intero dello stessa categoria lavorativa.
E non solo, nel caso di cui sopra vi è anche una lesione di valori costituzionalmente protetti della persona che trovano il loro fondamento normativo proprio nei commi 1 e 2 dell’articolo 35 della Costituzione ed anche nell’articolo 36 della stessa Costituzione.
In materia di risarcimento danni, in caso di lesione di un diritto fondamentale della persona, la regola, secondo la quale il risarcimento deve ristorare interamente il danno subito, impone di tenere conto dell’insieme dei pregiudizi sofferti, ivi compresi quelli esistenziali, purchè sia provata nel giudizio l’autonomia e la distinzione degli stessi, dovendo il giudice, a tal fine, provvedere all’integrale riparazione secondo un criterio di personalizzazione del danno, che, escluso ogni meccanismo semplificato di liquidazione di tipo automatico, tenga conto, pur nell’ambito di criteri predeterminati, delle condizioni personali e soggettive del lavoratore e della gravità della lesione e, dunque, delle particolarità del caso concreto e della reale entità del danno. (Cassazione civile, sezione lavoro, sentenza 21 aprile 2011, n. 9238)
Ed è proprio dalle pronunzie più significative della giurisprudenza ordinaria ed amministrativa(7), che emerge l’esistenza di un collegamento del danno esistenziale a quelle che vengono definite “compromissioni peggiorative della sfera esistenziale del danneggiato”, attraverso una miriade e variegata gamma casistica che può ricondursi a quei danni che “almeno potenzialmente ostacolano le attività realizzatrici della persona umana”.
In ultima analisi, il danno esistenziale può essere inteso, decifrato ed interpretato come una trasformazione, variazione in peggio delle proprie abitudini di vita e delle relazioni interpersonali derivante anche dalla lesione di interessi costituzionali inerenti alla persona. Ad onor del vero, negare il danno esistenziale implica e provoca l’errore di dar vita ad un vero e proprio “vuoto risarcitorio”.

Note:
7) Con la sentenza n. 1096 del 16 marzo 2005 anche la Sesta Sezione del Consiglio di Stato ha riconosciuto la figura del danno esistenziale. In tale caso particolare, Palazzo Spada ha ritenuto e giudicato come sussistenti i presupposti per il risarcimento dei danni non patrimoniali cagionati dalla mancata attribuzione della supplenza annuale a soggetto in condizione di minorazione fisica (ai sensi della legge n. 482 del 1968).

Orbene, Il danno esistenziale è invece un danno reale e percepibile che implica l’impossibilità di svolgere un dato hobby o una data attività, così come anche l’impossibilità di godere di alcuni piaceri della vita; si tratta cioè di un danno concreto, tangibile e distinguibile per chiunque. Ciò posto, identificato in questi termini, il contenuto del danno esistenziale (anche temporaneo) è destinato ad entrare sempre più nel circuito della responsabilità civile.
Sulla base di tutte le precedenti riflessioni e considerazioni, si può affermare che il danno esistenziale si presenta come una categoria trasversale, volta a coprire quei riflessi pregiudizievoli di qualunque torto suscettibile di provocare una modificazione negativa delle attività realizzatrici della vittima. Ciò che l’interprete, l’operatore del diritto (magistrati, avvocati) deve valutare è proprio l’incidenza che una specificata lesione determina sulla vita del leso, mediante il condizionamento sfavorevole sulla realtà esterna.
In conclusione, si può correttamente affermare che le domande di “giustizia esistenziale” provenienti in modo massiccio dalla società civile nascono dalla specifica esigenza di poter ricevere sempre più efficaci rimedi contro ogni illecita compromissione della sfera esistenziale della persona umana.