Di Sergio Scrufari

Considerazioni preliminari
In tema di beni culturali mobili la prassi, unitamente alla lettura di diverse sentenze di merito e di legittimità, consente ad oggi di formulare alcune considerazioni sul controverso crinale della alienabilità.
Un quesito preliminare appare d’obbligo: oggi in Italia il possesso da parte dei privati – e il commercio tra gli stessi – di oggetti che possono rientrare nell’ambito di tutela del Codice dei Beni Culturali è lecito?
La risposta potrebbe sembrare semplice dopo una attenta lettura della normativa di riferimento (in particolare il Codice Urbani), cioè si. Tuttavia, nella pratica legale ciò non appare sempre scontato in quanto la P.A. e gli organi di polizia giudiziaria non sempre appaiono dello stesso avviso.
Preliminarmente occorre evidenziare come nessuna fonte normativa, né in vigore né abrogata, abbia mai vietato il possesso e il commercio di beni culturali: sono esistite ed esistono solo previsioni di limitazione della circolazione in determinati casi, e fattispecie di reato rispetto a precise e circoscritte norme punitive per ciò che attiene gli illeciti.
Da tale acquisizione di partenza si ricava facilmente che, a fronte della generale libertà di circolazione dei beni culturali, vi è anche una inesistenza di ipotesi di presunzione di illegittimità o punibilità penale di eventuali negozi giuridici che abbiano ad oggetto beni culturali mobili.
Ed invero, a prescindere dal principio che vi debba essere una precisa disposizione di legge che espressamente preveda un fatto come reato – e cioè che alienare beni mobili culturali sia vietato, in funzione delle sanzioni amministrative e soprattutto penali previste dal nostro ordinamento – è lo stesso dettato normativo vigente che rende lecito desumere esattamente il contrario: il privato può senz’altro essere detentore, possessore e proprietario di beni mobili che siano da ricomprendere nell’alveo dei beni culturali.
Ma scendiamo più nello specifico.
I principi generali contenuti nel D. lgs. 42 del 2004 che attengono al tema trattato sono i seguenti:

Art. 1, c. 5, Codice Urbani: “I privati proprietari, possessori o detentori di beni appartenenti al patrimonio culturale sono tenuti a garantirne la conservazione”.

Art. 6, c. 3, Codice Urbani: “La Repubblica favorisce e sostiene la partecipazione dei soggetti privati, singoli o associati, alla valorizzazione del patrimonio culturale”.

Art. 10, c. 1, Codice Urbani: “Sono beni culturali le cose… omissis… appartenenti …omissis… a persone giuridiche private senza fine di lucro…”

Art. 10, c. 3 lett. a, Codice Urbani: “… omissis… appartenenti a soggetti diversi da quelli indicati al comma 1” (quindi i privati).

Il portato di questi principi contenuti nella parte introduttiva del codice di riferimento serve a ribadire come nel nostro ordinamento sia acquisizione di lunga data che la ricerca culturale, la scienza, la lettura, lo studio e financo l’eventuale raccolta a fini di collezione o di creazione di raccolta privata di oggetti siano non solo tutelati ma addirittura incentivati (da parte della Costituzione in primis).
Si prenda ad esempio il soggetto privato che raccoglie oggetti, da definire culturali, a fini di collezionismo. Tale pratica presuppone, appunto, l’essere dediti alla ricerca culturale, in particolare storica, e attraverso il confronto con manufatti d’epoca – e, ad esempio, gli oggetti numismatici costituiscono i manufatti di maggiore produzione e maggiore reperibilità che ci siano mai stati in ogni epoca storica – è possibile anche ai privati cittadini (quindi non solo ai tecnici) il dedicarsi all’approfondimento e alla maggiore conoscenza di determinati periodi storici.
A fronte di tale circostanza coloro che raccolgono antichi manufatti, per il solo fatto di essere soggetti privati, non vanno assimilati a soggetti dediti ad attività illecita.
L’insieme di questi soggetti privati (chiamiamolo movimento collezionistico o di promozione della conoscenza storica e culturale) esiste e si sviluppa anche per il fatto che risulta grandemente probabile imbattersi, in Italia, nel possesso di manufatti antichi per le ragioni più varie (ad es. familiari, ereditarie) o per averle acquistate dai tanti antiquari, commercianti iscritti agli appositi albi, o presso case di vendita al pubblico incanto presenti sul territorio italiano in maniera assolutamente lecita.
Un importante convegno sul tema ha posto in luce che “centinaia di migliaia di monete [sono] circolate fra i collezionisti e i numismatici nei secoli XVII XVIII e XIX”1, aggiungendo un elenco di specifici antichi ritrovamenti in periodi in cui l’appartenenza dei beni del sottosuolo allo Stato non era ancora stata cristallizzata in norma imperativa e i beni ritrovati si consideravano di proprietà del titolare del fondo, del “cercatore” o di entrambi.
E’ naturale pensare che queste centinaia di migliaia di monete e oggetti vari non si siano dissolti nel corso dei secoli XX e XXI ma siano ancora presenti nelle collezioni pubbliche (in genere a seguito di donazioni dei privati) ma tanti altri ancora conservati in mani private.
Non bisogna dimenticare, inoltre, che in pendenza delle abrogate normative di tutela dei beni culturali, quelle del 1909 e 1939 (sostituite poi dal Codice Urbani), era previsto un premio del 25% dei beni ritrovati dai privati e consegnati allo Stato (a titolo d’esempio, nel Regno Unito tutt’oggi viene riconosciuto come premio il 50% dei beni ritrovati, ragione per cui molti venditori privati di questi oggetti sono anglosassoni).
E’ quindi ben possibile, sempre a titolo di esempio, che il 25% delle monete ritrovate da privati in Italia nel XX secolo siano in circolazione, sia tra privati che tra privati e professionisti numismatici, essendo la loro provenienza perfettamente lecita in quanto di dazione statale.
Di fronte ai principi di legge richiamati e ad una tale varietà di titoli di possesso la stessa giurisprudenza ha più volte, anche implicitamente, riconosciuto il diritto del privato al possesso di beni mobili culturali.
Bisogna a questo punto precisare che in materia ci si è sempre scontrati con un fraintendimento non di poco momento.
Nella materia che ci occupa – in spregio al dato normativo – la prassi ha spesso considerato, in ogni caso, i beni mobili come beni dello Stato e il possesso da parte del privato come fosse una sorta di furto ai danni dello stessa Nazione.
Come si diceva, ciò non risulta né mai è risultato da alcun testo di legge – tanto è vero che il collezionismo e il commercio di beni mobili è sempre esistito – ma nasce da una errata lettura dell’art. 826, c. 2, codice civile, il quale stabilisce che le cose di interesse storico etc. da chiunque e in qualunque modo ritrovate nel sottosuolo costituiscano demanio.
Il fraintendimento sta appunto in tale generale previsione, generato anche delle norme processuali civili sulla presunzione.
La corretta lettura delle norme civilistiche – in particolare sul diritto di proprietà – porta a stabilire che gli oggetti storici etc. di cui si disconosce la provenienza, presuntivamente si possano attribuire allo Stato.
Perché operi, però, la suddetta presunzione, il soggetto detentore di detti beni:

Non deve averli ricevuti in eredità.
Non deve averli acquistati da commercianti ufficiali.
Non deve averli acquistati all’estero: per i paesi comunitari vige la libera circolazione, per gli extracomunitari, sotto una certa soglia di valore, non si è nemmeno tenuti a pagare gli oneri doganali.
Non deve averli ricevuti da soggetto le cui caratteristiche e comportamenti e circostanze possano far ritenere la provenienza illecita.
Non deve aver ricevuto gli oggetti provenienti dai premi che lo Stato concedeva.
Non deve essere entrato in possesso di oggetti ritrovati nel sottosuolo dopo l’anno 1909 o comunque 1939: sostanzialmente gli ultimi cento anni, mentre tutti gli oggetti ritrovati nei, ad esempio, dieci secoli precedenti possono ben entrare nel lecito commercio o detenzione.
Non deve, in sostanza, avere un valido titolo di possesso e/o proprietà, comprovabile con qualunque mezzo.
Devono, invece, tali beni mostrare degli elementi che facciano almeno supporre la loro illiceità: giurisprudenza costante ha, ad esempio, enucleato l’evenienza che la presenza di terra sugli oggetti ne fa presumere lo scavo recente e quindi l’appartenenza allo Stato.
L’onere della prova ricade comunque sulla P.A. (giudizi civili e amministrativi) o sulla pubblica accusa.
Spesso accade che, nei processi per ricettazione di beni culturali, la pubblica accusa affermi che per la sola ragione della mancata denuncia da parte di un privato cittadino alla locale Sovrintendenza del possesso dei beni in parola e del trasferimento della proprietà di alcuni di essi, sarebbe dimostrata la volontà di sottrarre al controllo dello Stato tali beni, e quindi dal comportamento omissivo sarebbe implicitamente provata la provenienza illecita degli stessi oggetti.
Il salto logico e di ragionamento è veramente enorme: dedurre che il presunto occultamento di una vendita sia la prova dell’illecito e del dolo ad esso connesso, peraltro con comportamento omissivo, vuol dire stravolgere i principi di imputazione di un fatto di reato.
Tale inferenza logica appare assolutamente apodittica: il comportamento omissivo sull’acquisto e vendita, sarebbe bastevole a integrare gli elementi costitutivi del reato di ricettazione di beni che, alla fine (con le dovute eccezioni), sono di libera circolazione.
Per ragioni di maggiore chiarezza espositiva si enuclea un esempio desunto da giudizi di merito: nel caso di processo con capo d’imputazione rubricato ricettazione sono necessari:
1)Prove riguardo la provenienza illecita dei beni, non la sola inferenza logica della illiceità da comportamento omissivo per la mancata segnalazione alla Sovrintendenza dei beni culturali (si vedrà più avanti che tale segnalazione/denuncia non è prevista, per la fattispecie in parola, dal Codice Urbani, ma si riferisce ad altra categoria di beni e ad altre fattispecie). Il portato è tale per cui da un comportamento lecito non può necessariamente discendere una volontà di commissione di reato.
2)Elementi dai quali dedurre l’esistenza del dolo connaturato ad un delitto necessariamente non colposo qual è l’art. 648 c.p..
3)Il profitto connesso al traffico di beni illeciti deve essere evidenziato con riferimento agli oggetti sequestrati (il sequestro è naturalmente sempre presente nei processi in parola).

Ecco che, per proseguire la presente disamina, appare necessario chiarire se il privato detentore di beni abbia un obbligo giuridico di denunciare o comunque comunicare il possesso degli stessi oggetti alla Pubblica Amministrazione.
Ebbene, ancora una volta, partendo dal dato normativo, va innanzi tutto chiarito che non esiste, nel nostro diritto positivo, alcuna norma che obblighi il privato a denunciare alle autorità il possesso di beni culturali mobili e che, parimenti, ne sanzioni – tantomeno penalmente – l’omissione.
In buona sostanza il proprietario, possessore o detentore, non ha alcun obbligo di denunciare o comunicare a chicchessia il possesso della propria collezione. E, di converso, ovviamente, l’omessa denuncia o comunicazione non sono atti (rectius: omissioni) penalmente o amministrativamente rilevanti. Il dato si ricava dalla lettura combinata di diverse disposizioni del Codice Urbani, anche se risulta sufficiente citarne una sola, quella contenuta nell’art. 10, comma 3:
“Sono altresì beni culturali, quando sia intervenuta la dichiarazione prevista dall’articolo 13:
a)le cose immobili e mobili che presentano interesse artistico, storico, archeologico o etnoantropologico particolarmente importante, appartenenti a soggetti diversi da quelli indicati al comma 1”, ed inoltre alla lett. “e) le collezioni o serie di oggetti, a chiunque appartenenti, che, per tradizione, fama e particolari caratteristiche ambientali, ovvero per rilevanza artistica, storica, archeologica, numismatica o etnoantropologica, rivestono come complesso un eccezionale interesse artistico o storico.”;
infine il comma 4:
“Sono comprese tra le cose indicate al comma 1 e al comma 3, lettera a): b) le cose di interesse numismatico che, in rapporto all’epoca, alle tecniche e ai materiali di produzione, nonche’ al contesto di riferimento, abbiano carattere di rarita’ o di pregio, anche storico”
Il disposto di legge individua, con solare evidenza, gli oggetti per i quali è richiesta – ma non come obbligo – la dichiarazione di interesse culturale ex art. 13: devono essere particolarmente importanti, rivestire un eccezionale interesse artistico o storico ed avere carattere di rarita’ o di pregio, anche storico .
Altri tipi di oggetti, cioè i non importanti e i non eccezionali non rari o di pregio, non vengono presi in considerazione in alcun punto del Codice per la evidente ragione che il legislatore non li ritiene meritevoli di tutela.
Circostanza ben diversa dal mero evento statico, qual è il possedere beni mobili, è il suo opposto, cioè il momento dinamico del trasferimento del bene medesimo, per atto di compravendita, per successione o altro.
E così il legislatore ha individuato in tale momento traslativo un obbligo a carico dei soggetti interessati.
All’art. 59 Codice Urbani vengono invero individuati i soggetti obbligati alla denuncia di trasferimento fra i seguenti soggetti:
n° 2 lettera a) alienante o cedente la detenzione, in caso di alienazione a titolo oneroso o gratuito o di trasferimento della detenzione;
n° 2 lettera b) acquirente in caso di esecuzione mobiliare o presso terzi o fallimentare o sentenza civile costitutiva del diritto;
n° 2 lettera c) erede o legatario

Da quanto sopra si evince un dato certo ed inequivocabile: tranne nella (rara) ipotesi di cui alla lettera b), il privato che acquista (e che, quindi, poi, possiede) non ha alcun obbligo di denuncia.
Sul punto già autorevole giurisprudenza del Supremo Collegio, per quanto sotto la vigenza della normativa abrogata dal Codice Urbani – ma sostanzialmente in essa recepita – si è espressa in maniera univoca (tra le prime: Cass. Pen. III 7.6.99 n°7131: “… privati proprietari, possessori, detentori di beni archeologici, a cui carico non e` stato posto onere alcuno circa il possesso…”e successive, tutte conformi). E questo anche, e vorrei dire soprattutto, nell’ipotesi di acquisti di beni all’estero o comunque provenienti dall’estero, non ostandovi quanto contemplato dall’art.72 Codice Urbani, che prevede, solo la facoltà e quindi non l’obbligo, di domandare una mera certificazione dell’avvenuta spedizione in Italia.
L’individuazione dei soggetti obbligati alla denuncia di trasferimento ex art. 59 Codice Urbani, tuttavia non esime dall’individuare la condizione che, al suo verificarsi, impone di assolvere tale obbligo.
Ed invero il Codice Urbani non impone l’obbligo di denuncia di trasferimento di beni culturali, sempre ed in ogni circostanza, ma piuttosto, per i privati, solo in presenza di un indefettibile presupposto amministrativo: l’art. 10 comma 3) Codice Urbani e cioè la dichiarazione prevista dall’art. 13, di cui si è discusso sopra, necessitando quindi la conclusione che gli oggetti non importanti, non eccezionali, non rari o di pregio non vengono presi in considerazione dal Codice e nessuna dichiarazione di interesse culturale può essere rilasciata; con l’esito che ci si ritrova fuori dall’alveo di tutela del Codice stesso.
La norma in questione appare di fondamentale importanza al fine di individuare l’oggetto della tutela, come previsto dalla legge.
A tal proposito va affermato il principio, per come voluto dal legislatore, che non può esistere nel nostro ordinamento un bene culturale che non sia espressamente individuato dalla legge come tale, ai fini della tutela che ne segue.
E, per quanto riguarda i privati, è necessario fare riferimento all’art. 10 n°3 e n°4 Codice Urbani per come già sopra esposto.
Ed invero l’art.10, la cui rubrica si intitola “Beni culturali”, individua esattamente cosa e quali siano i beni culturali oggetto della tutela.
Il n. 3 subordina espressamente la qualità di bene culturale, per i “soggetti diversi da quelli indicati al comma 1” e quindi per i privati, al verificarsi dell’evento consistente nella dichiarazione prevista dall’art.13.
E’ lecito intendere, quindi, che, in assenza della dichiarazione amministrativa, il bene posseduto, la moneta, la collezione, non siano qualificabili come “bene culturale” e quindi, anche per i soggetti obbligati, non si applichi l’art. 59 Codice Urbani.
In particolare, per quanto attiene le monete/beni numismtici, il legislatore ha grandemente limitato la possibilità di procedere alla dichiarazione di interesse culturale, ex art.13, in quanto la Pubblica Amministrazione ha la facoltà di procedere solo nell’ipotesi contemplata dal n°4 lettera b), ove è previsto che non tutte le cose di interesse numismatico sono beni culturali, ma solo quelle che in rapporto all’epoca, alle tecniche ed ai materiali di produzione, nonché al contesto di riferimento abbiano carattere di rarità o di pregio anche storico.
Per inquadrare correttamente la fattispecie, sotto i diversi profili che emergono nel momento dinamico/negozio giuridico di trasferimento della proprietà, alla luce della disamina legislativa sin qui effettuata, proviamo ad applicare quanto già sopra ricostruito: appare chiaro che la mancanza dell’obbligo di denuncia di trasferimento dell’oggetto non rientrante nella tutela del Codice per come sopra spiegato valga anche per il venditore privato.
Nel caso, invece, che il venditore sia un commerciante professionista, non sussistendo l’obbligo di denuncia per quei beni non previsti dal Codice, comunque questi non è liberato dagli obblighi delle ordinarie comunicazioni di Pubblica Sicurezza.
Si fa riferimento a quella branca del diritto amministrativo che regolamenta il commercio di cose di antiquariato, di cui vi è traccia nello stesso Codice Urbani all’art. 63 e che impone la tenuta di un registro degli acquisti e delle vendite, molto dettagliato e sottoposto alla vidimazione e controllo da parte delle Questure territoriali: per maggiore chiarezza, lo stesso previsto dal TU di leggi di Pubblica Sicurezza e obbligatorio per orafi, antiquari, gioiellieri e c.d. compro-oro.
E’ accaduto che nella prassi della P.A. sarebbe nata una “nuova” categoria di commercianti, rinvenendola in quei soggetti che, sebbene privati cittadini, se alienano ad altri privati – nel nostro ordinamento non è vietata la vendita tra privati di oggetti – quando compiono transazioni di oggetti antichi diventano per ciò solo dei commercianti professionisti.
Questa interpretazione non può essere accettata soprattutto dopo aver analizzato le norme sopra richiamate: ne scaturisce solo una fantasiosa ricostruzione sganciata da ogni dato normativo, poiché nessuna legge fiscale o amministrativa prescrive la dichiarazione di professionalità nel commercio per il privato cittadino che aliena beni di sua proprietà.
Sarebbe come dire che una persona che cede tramite gli annunci su internet il proprio telefono cellulare ogni volta o quasi che appaia sul mercato il modello nuovo delle stesso cellulare, al fine appunto di vendere il vecchio per comprare il nuovo – e i modelli nuovi sono diversi durante ogni anno – per questa sola ragione diventi un commerciante.
Non è affermazione accettabile. Potrebbe essere accettabile una indagine che attesti l’esercizio abituale del commercio da parte di un soggetto che ogni giorno, per un tempo molto prolungato, vende oggetti ad una platea indefinita di persone comportandosi come un professionista che si occulta al Fisco per la evidente ragione di evadere le imposte.
Ma questo è un esempio-limite.
Conclusivamente, i comportamenti solo latamente commerciali – in quanto ci si trova di fronte a transazioni tra privati previste dalla normativa civile e fiscale (la quale esime da ogni pagamento di imposta) – rientrano, come ulteriore risposta al quesito iniziale, nella assoluta liceità.