SOMMARIO. 1. LA DECISIONE TRIBUNALE FEDERALE FIGC, n. 40/2023. 2. UN INQUADRAMENTO GENERALE. 3. IL PERIMETRO DELLA GIURISDIZIONE SPORTIVA E IL RAPPORTO CON L’ORDINAMENTO STATALE. 4. L’APPLICABILITA’ AL CASO IN ESAME.

1. LA DECISIONE TRIBUNALE FEDERALE FIGC, n. 40/2023.

Il presente commento esamina la decisione del Tribunale Federale della FIGC – sezione disciplinare – Dec. 0040/TFNSD 2023-2024, Reg. proc. 0007/ TFNSD 2023 – 2024[1], avente ad oggetto l’atto di deferimento della Procura Federale del 7.7.23 a carico del sig. M.P. per rispondere della violazione dell’art. 4 comma 1 CGS, ovvero del dovere gravante su tutte le persone e gli organismi soggetti all’osservanza delle norme federali di mantenere una condotta conforme ai principi di lealtà, probità, correttezza e rettitudine morale in ogni rapporto di natura agonistica, economica e/o sociale  – in combinato disposto – giusto il coordinamento tra le norme del Codice della Giustizia Sportiva FIGC e le norme CONI (così come previsto dall’art. 3 del Codice comma 1 del CGS) con l’art. 5 comma 1 del Codice di Comportamento Sportivo CONI che impone a tutti i soggetti dell’ordinamento sportivo di astenersi dal compiere comportamenti scorretti e /o violenti.

In particolare, il deferito sarebbe stato indagato penalmente per i reati p. e p. dal codice penale con riguardo alla condotta consistita nell’aver abusato sessualmente di una giovane donna, in concorso con altri soggetti, ciascuno con un autonomo apporto causale, dopo averle fissato un appuntamento in una abitazione inducendola con violenza al compimento di atti sessuali.

In fase istruttoria, a fronte di un prima richiesta di archiviazione avanzata dalla Procura Federale, la Procura Generale dello Sport con provvedimento del 7.2.2023, ritenendo “la gravità dei fatti non estranei al perimetro di competenza della giustizia sportiva”, invitava la Procura Federale ad acquisire altra documentazione e a reiterare la richiesta di atti ostensibili, esercitando, all’esito, l’apposita azione disciplinare.

La Procura Federale, dopo aver valutato la documentazione, provvedeva a notificare ritualmente la comunicazione di conclusione delle indagini al tesserato e, a seguito della memoria difensiva di parte, formulava nuovamente intendimento di archiviazione. A quel punto la Procura Generale, non condividendo l’agito della Procura Federale, avocava il procedimento notificando il deferimento oggetto della decisione in esame.

In particolare, secondo la Procura Generale, partendo dalla disposizione di cui all’art. 16 del D.lgs. n. 39/2021[2], la Federazione avrebbe dovuto infliggere nei confronti del tesserato M.P., una delle sanzioni disciplinari previste dalla medesima norma richiamata, in quanto le condotte contestate si presentavano di estrema gravità sia sotto il profilo giuridico e, per la natura delle stesse, anche sotto quello mediatico al punto tale da non poterle ritenere completamente estranee rispetto al contesto sportivo[3].    

2. UN INQUADRAMENTO GENERALE.

Il Tribunale Federale, a fronte del deferimento da parte della Procura Generale (che nel frattempo aveva avocato a sé la questione), statuiva dichiarando il difetto di giurisdizione accogliendo la questione posta in via pregiudiziale dalla difesa del deferito.

La decisione passa in esame il complesso rapporto che sussiste tra ordinamento statale e ordinamento sportivo, partendo dal richiamato disposto dell’art. 1 del D.L. 220/2003 (letto anche in senso conforme alle pronunce della Corte Costituzionale n.49/2011 e n.160/2019[4]) così come convertito in legge n. 280/2003, a mente del quale “la Repubblica riconosce e favorisce l’autonomia dell’ordinamento sportivo nazionale”, senza tralasciare, nella dettagliata analisi, la portata applicativa degli artt. 1 e 4 del Codice di Giustizia Sportiva della FIGC con riguardo alle “fattispecie dei comportamenti rilevanti sul piano disciplinare” e con riferimento al potere di regolare l’ordinamento processuale sportivo nonché lo svolgimento dei procedimenti innanzi agli organi del sistema della giustizia sportiva della Federazione Italiana Giuoco Calcio (FIGC).

La pronuncia mette in rilievo l’importanza dell’esistenza di un “nesso” tra il fatto contestato e la riferibilità dello stesso al contesto c.d. domestico (id est sportivo); circostanza questa non rinvenibile nel caso di specie stante la carenza di riferibilità al contesto domestico dei fatti contestati al deferito (induzione a compiere e subire atti sessuali da parte di una donna estranea peraltro all’ordinamento sportivo).

Difettando tale nesso – che verrebbe a realizzarsi solo in presenza di una norma ad hoc volta a radicare la giurisdizione del Tribunale Federale – i medesimi fatti contestati rimangono di rilievo solo per l’ordinamento statale.   

3. IL PERIMETRO DELLA GIURISDIZIONE SPORTIVA E IL RAPPORTO CON L’ORDINAMENTO STATALE.

La pronuncia in esame, condivisibile nelle argomentazioni e nelle conclusioni cui approda, pone le basi del ragionamento, in via preliminare, sui potenziali punti di contatto tra sanzione disciplinare sportiva e fatto penalmente illecito; pertanto, è opportuno tentare di affrontare e comprendere, in sequenza, una serie di profili di carattere generale.

Il primo profilo oggetto d’indagine concerne la delimitazione del principio di autonomia dell’ordinamento sportivo e la ratio del medesimo, nonché la connessa problematica attinente all’individuazione delle, eccezionali, possibilità di ingerenza da parte dell’ordinamento statale.

Il secondo, strettamente collegato, profilo da affrontare è riferito al concetto di giurisdizione sportiva e ai limiti della sua estensibilità.

L’ultimo profilo meritevole di approfondimento verte sulle conseguenze che si produrrebbero là dove si verificasse una sovrapposizione tra giurisdizione sportiva disciplinare e giurisdizione statale penale.

Tali approfondimenti, tutti tra loro connessi, appaiono necessari al fine di verificare quale ruolo possano rivestire, nei confronti dell’ordinamento sportivo, fatti penalmente rilevanti realizzati da soggetti tesserati nell’ambito della vita privata.

Quanto anzitutto alla delimitazione del principio di autonomia dell’ordinamento sportivo, essa si basa, oggi, su una disciplina di rango primario di fonte statale.

Come già accennato in premessa del presente lavoro, il Legislatore, con il D.L. 19 agosto 2003, n. 220 («Disposizioni urgenti in materia di giustizia sportiva») convertito dalla l. 17 ottobre 2003, n. 280, ha riconosciuto l’esistenza di un ambito settoriale  riservato all’ordinamento sportivo, espressamente includendovi le questioni concernenti: “a) l’osservanza e l’applicazione delle norme regolamentari, organizzative e statutarie dell’ordinamento sportivo nazionale e delle sue articolazioni al fine di garantire il corretto svolgimento delle attività sportive; b) i comportamenti rilevanti sul piano disciplinare e l’irrogazione ed applicazione delle relative sanzioni disciplinari sportive” (art. 2, «autonomia dell’ordinamento sportivo»). La disciplina del 2003, nel sancire il principio d’autonomia, ha tuttavia al contempo fatto «salvi i casi di rilevanza per l’ordinamento della Repubblica di situazioni giuridiche soggettive connesse con l’ordinamento sportivo» (art. 1, co. 2). Si è ritenuto quindi che, a volte, l’ordinamento sportivo, nel trattare le materie ad esso riservate, comprese le sanzioni disciplinari sportive, vada a coinvolgere anche situazioni giuridiche soggettive rispetto alle quali l’ordinamento generale non può restare indifferente[5].

Con riferimento alla ratio dell’appena delineato principio d’autonomia, essa varia a seconda della materia riservata all’ordinamento sportivo. La riserva in materia di «[…] osservanza e […] applicazione delle norme regolamentari, organizzative e statutarie», è volta allo scopo di garantire il corretto svolgimento delle attività sportive; la riserva in materia di «comportamenti rilevanti sul piano disciplinare e l’irrogazione delle relative sanzioni», invece, è tesa anche all’ulteriore finalità di garantire il buon andamento del rapporto associativo[6].

La ratio dell’autonomia dell’ordinamento sportivo, dunque, soprattutto in materia di giustizia disciplinare, è ampia, comprendendo, astrattamente, qualsiasi fatto comunque idoneo a incrinare i valori sportivi.

Quanto poi all’individuazione del concetto di giurisdizione sportiva, esso è strettamente collegato a quanto appena accennato circa il principio d’autonomia. Infatti, si è affermato, in dottrina e in giurisprudenza, proprio sulla scia delle previsioni normative suindicate, che sono da ritenersi rientranti nella giurisdizione del giudice sportivo sia le controversie tecniche, sia le controversie in materia di illecito disciplinare.

Si è rilevato, invece, che vi esulano tutte le controversie in cui si faccia questione di diritti soggettivi o interessi legittimi.

Il coinvolgimento, pure indiretto, di diritti soggettivi o interessi legittimi, peraltro, è la ragione per cui, anche nelle materie riservate al giudice sportivo, è sempre possibile l’intervento del giudice statale là dove, in concreto, il singolo caso presenti una rilevanza esterna.

L’individuazione del concetto di giurisdizione sportiva, nonché dei suoi limiti, consente di trarre conclusioni anche in ordine alla precisazione della sua estensibilità. Il quadro sopra delineato permette di affermare che, quanto meno in astratto ed in via potenziale, non vi siano particolari ostacoli che impediscano di ritenere che, sulla base del principio di autonomia, l’ordinamento sportivo possa giungere sino a prevedere sanzioni collegate pure a fatti inerenti alla vita privata dei soggetti appartenenti al medesimo, se ragionevolmente ritenuti rilevanti sul piano disciplinare (e adeguatamente connessi all’ordinamento sportivo medesimo), anche per la risonanza mediatica che può derivarne.

Constano più argomenti a sostegno della prospettiva appena indicata.

Un primo elemento a favore può essere tratto dal confronto con altri ordinamenti settoriali, anch’essi connotati da autonomia e autodichia.

Il riferimento, in particolare, va all’ordinamento forense, nel quale pure possono assumere rilevanza disciplinare comportamenti esclusivamente riferibili alla sfera privata dei suoi appartenenti.

Un secondo elemento a sostegno risiede poi nelle modifiche normative che stanno attualmente interessando l’ordinamento sportivo.

L’innovazione di cui al d.lgs. 28 febbraio 2021, n. 39, infatti, rappresenta una norma programmatica che demanda al legislatore federale di attivarsi proprio nel senso sopra indicato, cioè prevedendo conseguenze disciplinari connesse alla commissione di fatti-reato contro la libertà sessuale.

Ciò conferma che il principio d’autonomia dell’ordinamento sportivo è idoneo a estendere i precetti sino a ricomprendere comportamenti avvinti da un ragionevole nesso con l’ordinamento settoriale.

4. L’APPLICABILITA’ AL CASO IN ESAME.

Tale soluzione, così come prospettata, trova un ancoraggio anche nelle stesse decisioni del Tribunale Federale Nazionale, Sezione Disciplinare, FIGC.

In altra pronuncia riguardante un caso analogo, infatti, il Tribunale Federale statuiva “l’assenza, allo stato, di una specifica disposizione endofederale volta a sanzionare le condotte, indubbiamente deplorevoli, ascritte ai deferiti” [7]

Sulla stessa linea, anche in un’ottica intertemporale, la pronuncia del giudice sportivo evidenzia, inoltre, che la norma volta a sanzionare i comportamenti ascritti “(…)è entrata in vigore successivamente ai fatti contestati”, con il conseguente difetto di “…norme immediatamente precettive”.

Appare, dunque, essenziale che, ai fini della iurisdictio del Giudice sportivo, consti la connessione della fattispecie concreta con l’ordinamento sportivo; connessione che non può non trovare riscontro in un precetto immediatamente vigente.

Quanto osservato conduce a un secondo interrogativo.

Posta la potenziale rilevanza disciplinare di contegni privati (purché ragionevolmente connessi con l’ordinamento settoriale), il quesito da porsi concerne la compatibilità con il principio del ne bis in idem europeo, processuale e sostanziale (art 4, Prot. 7, CEDU; art. 50 CDFUE), di un sistema che affianchi alla sanzione penale, altresì la sanzione disciplinare sportiva.

La soluzione non è univoca ma, invero, implica molteplici aspetti.

Il primo attiene all’individuazione della natura delle sanzioni disciplinari sportive, da svolgersi seguendo i c.d. criteri Engel[8]; è un aspetto che, in particolare alla luce del parametro della qualificazione giuridica dell’illecito come reato, nonché della gravità della sanzione e della sua vocazione repressiva e punitiva, sembra potersi risolvere attribuendo alle sanzioni sportive in esame natura sostanzialmente penale, pur restando dubbi derivanti dalla incerta natura, privatistica ovvero pubblicistica, delle federazioni sportive[9].

Il secondo aspetto attiene invece, più propriamente, alla compatibilità o meno del doppio binario sanzionatorio, penale e disciplinare sportivo, con le garanzie europee/convenzionali. Sul punto, va riaffermata, sulla scia della giurisprudenza CEDU (da A e B c. Norvegia[10]), la compatibilità tra siffatto sistema e il principio del ne bis in idem, purché sia rispettata la sufficiente connessione tra i procedimenti nonché, soprattutto, l’esigenza di una risposta sanzionatoria complessivamente proporzionata (art. 3 CEDU; artt. 49 e 51 CDFUE).

In conclusione, l’approfondimento dei potenziali punti di contatto tra sistema sanzionatorio disciplinare sportivo e diritto penale coinvolge più profili.

Il punto di partenza è rappresentato dal principio di autonomia che, riservando all’ordinamento sportivo l’individuazione dei comportamenti disciplinarmente rilevanti, con l’unico limite della ragionevolezza, sembra legittimarlo anche all’introduzione – con previsioni positive puntuali – di sanzioni disciplinari collegate a fatti-reato inerenti alla vita privata dei tesserati, ove ragionevolmente idonei a riflettersi sul buon andamento del rapporto sportivo.

Tale prospettiva conduce a sollevare dei profili di dubbio meritevoli di ulteriori approfondimenti concernenti, in particolare, la compatibilità del doppio binario sanzionatorio in commento con le garanzie convenzionali relative al ne bis in idem.


[1] Pres. Carlo Sica; rel. Andrea Giordano.

[2] La disposizione richiamata riguarda il “tesseramento degli atleti minorenni” e, implicitamente, richiama l’obbligo delle Federazioni sportive nazionali e delle Discipline sportive associate di redigere delle linee guida al fine di predisporre modelli organizzativi e di controllo dell’attività sportiva e dei codici di condotta a tutela dei minori e per la prevenzione delle molestie, della violenza di genere e di ogni altra condizione di discriminazione, nonché di prevedere, all’interno del proprio regolamento di giustizia, specifiche sanzioni disciplinari per i casi di accertata violazione da parte dei tesserati dei divieti ex D.lgs. 198/2006, ovvero di condanne riguardanti la commissione di specifici delitti contro la libertà individuale, l’uguaglianza e la libertà personale.    

[3] Si veda art. 2 Codice di comportamento sportivo Coni: “I tesserati, gli affiliati e gli altri soggetti dell’ordinamento sportivo devono comportarsi secondo i principi di lealtà e correttezza in ogni funzione, prestazione o rapporto comunque riferibile all’attività sportiva. I tesserati e gli altri soggetti dell’ordinamento sportivo cooperano attivamente alla ordinata e civile convivenza sportiva”.

[4]Nel giudizio di legittimità costituzionale dell’art. 2, commi 1, lett. b), e 2, del d.l. 19 agosto 2003, n. 220, convertito, con modificazioni, dalla legge 17 ottobre 2003, n. 280, impugnato, in riferimento agli artt. 24, 103 e 113 Cost., nella parte in cui riserva al solo giudice sportivo la competenza a decidere le controversie aventi ad oggetto sanzioni disciplinari, diverse da quelle tecniche, inflitte ad atleti, tesserati, associazioni e società sportive, sottraendole al sindacato del giudice amministrativo, anche ove i loro effetti superino l’ambito dell’ordinamento sportivo, incidendo su diritti soggettivi ed interessi legittimi, non è fondata l’eccezione di inammissibilità della questione per difetto di motivazione sulla rilevanza, formulata da una delle parti costituite in relazione alla mancata adeguata valutazione della natura del provvedimento contestato nel giudizio a quo. Infatti, il rimettente, sia pure implicitamente, si è conformato all’orientamento consolidato della giurisprudenza amministrativa secondo cui, ancorché adottate nel contraddittorio delle parti, le decisioni assunte dalla Camera di conciliazione e arbitrato per lo sport (organismo, peraltro, sostituito in seno al CONI dal neo istituito Tribunale nazionale arbitrale dello sport) hanno la natura di provvedimenti amministrativi, di talché non è, in linea di principio, implausibile che il giudice amministrativo affermi la sua giurisdizione (che è di natura esclusiva) nei confronti di ogni tipo di decisione della Camera di conciliazione ed arbitrato”(C Cost. n. 49/2011 – Pres. De Siervo, Rel. Napolitano, massima n.35361, www.cortecostituzionale.it).

[5] Sul tema T. Mauceri, “Sulla rilevanza esterna delle sanzioni sportive” in Rivista di Diritto Sportivo, fasc.1, 2019, www.rivistadirittosportivo.it, “a volte, «connesse» con l’ordinamento sportivo sono implicate situazioni giuridiche soggettive rispetto alle quali l’ordinamento generale non può restare indifferente, ma non esplicita i criteri di selezione delle classi di casi per cui si impone la tutela statale né attraverso quali tecniche essa dovrà operare”.

[6] T. Mauceri, “Sulla rilevanza esterna delle sanzioni sportive”, cit., pg. 8.

[7] Cfr. Decisione 0097/TFNSD – 2023 -2024, Reg. prc. 0045/TFNSD/2023-2024.

[8]Per un’analisi dei c.d. criteri Engel (CEDU sent. 8 giugno 1976, Engel e altri c. Paesi Bassi), si veda Nicola Madia, Ne bis in idem europeo e giustizia penale – analisi sui riflessi sostanziali in materia di convergenze normative e cumuli punitivi nel contesto di uno sguardo d’insieme, p. 32 ss.

[9]In ordine alla incerta natura, privatistica ovvero pubblicistica, delle federazioni sportive nazionali, v. G. Liotta – L. Santoro, Lezioni di Diritto Sportivo, seconda edizione, pp. 49-51: “il profilo della natura giuridica delle federazioni ha rappresentato a lungo una fonte di incertezza sia in dottrina che in giurisprudenza. (…) I sostenitori della natura pubblicistica di simili organismi, pertanto, fondavano la loro opinione sulla testé menzionata legge, nonché sul rapporto di immedesimazione organica tra il CONI e le federazioni sportive nazionali. I sostenitori della natura privatistica, al contrario, insistevano nell’idea che le federazioni continuassero ad essere associazioni di carattere privato sottoposte però al controllo del CONI. Accanto a tale summa divisio, coesisteva una terza opzione ricostruttiva, per così dire intermedia, secondo la quale…le federazioni avrebbero avuto natura mista, pubblica e privata, in relazione alla specifica attività di volta in volta posta in essere. Ad ogni modo oggi il decreto Melandri (art. 15)… qualifica le federazioni sportive nazionali come organismi di diritto privato… L’orientamento dominante tendeva (e tende tuttora anche in seguito alle modifiche apportare al decreto Melandri…) ad accogliere la menzionata teoria intermedia-funzionale…”. V. anche T. Mauceri, op. cit “per quasi tutte le sanzioni disciplinari (con la sola eccezione di quelle irrisorie), è previsto un ultimo grado di giustizia sportiva davanti a un collegio che agisce in veste di organo del Coni e le cui decisioni sarebbero, quindi, sempre impugnabili dinanzi al Tar…

[10]Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, Grande Camera, A e B c. Norvegia, 15 novembre 2016, ricorsi nn. 24130/11 e 29758/11.